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LA TRIADE OSCURA: COS'È E PERCHÉ FA COLPO?

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DIPENDENZA AFFETTIVA: CONVINZIONI E COMPORTAMENTI

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13 CONSIGLI PER REALIZZARE I TUOI SOGNI

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Negazione del bisogno di appartenenza e dipendenza affettiva

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

In questi giorni mi è capitato spesso di affrontare pubblicamente il tema della dipendenza affettiva e delle relazioni sentimentali abusanti, passando attraverso la violenza psicologica fino a giungere alla violenza fisica estrema, che si conclude con l’annientamento materiale della partner.

Ho affrontato il tema della dipendenza affettiva dal punto di vista strettamente psicologico e psicopatologico, facendo riferimento alle spiegazioni e alle teorie più comunemente accreditate, in grado di spiegare il fenomeno all’interno del sistema psicologico individuale.

Si parla a ragione dell’influenza di famiglie d’origine abusanti, della costruzione di stili di attaccamento disfunzionali, della stratificazione di convinzioni, assunzioni interiori e schemi psicologici basati sinteticamente sulla pericolosa equazione “SE L’ALTRO MI AMA ALLORA ESISTO ovvero ESISTO SOLO ATTRAVERSO LO SGUARDO E L’ATTENZIONE DELL’ALTRO”, che spesso si traduce in criteri normativi che regolano l’esistenza e che portano a considerare cosa fare e cosa non al fine di “farsi amare” dall'altro o comunque di non farsi lasciare (abbandonare…) e che suonano più o meno così:

  • devo soddisfare sempre le aspettative dell’altro;
  • devo occuparmi prima delle richieste e bisogni dell’altro;
  • devo essere perfetto/a; non mi devo lamentare o resterò da solo/a;
  • devo far andare bene le cose a tutti i costi;
  • devo essere comprensivo/a e tollerante;
  • devo guarire l’altro dai suoi mali, siano essi spesso dipendenze di ogni sorta o depressione o altri disturbi psichiatrici ecc...

Posso affermare con una buona accuratezza che, dal punto di vista psicologico, la maggior parte delle volte nel cuore delle donne (e degli uomini) che vivono e tollerano una relazione abusante, vige incontrastata e inconsapevole la convinzione di NON ESSERE AMABILI e di doversi dunque rendere amabili a tutti i costi affinché l’altro ci renda degni di amore ed attenzione.

Cosa poi occorra fare e sopportare per “rendersi amabili” diviene velocemente una spirale interminabile e sempre più stringente di richieste, pretese, rinunce, sopraffazioni, svilimento e annientamento di sé.

 

Non si può tuttavia analizzare il fenomeno della dipendenza affettiva, che sta assumendo una così ampia portata, senza fare riferimento anche ai cambiamenti che caratterizzano il contesto sociale e culturale all’interno del quale nasce e si verifica.

Volgendo lo sguardo intorno a noi, osservando come vanno le relazioni tra le persone (amicali, familiari e sentimentali), ascoltando i discorsi della gente per la strada, in metro o al ristorante e ancor di più riflettendo sulle le trasmissioni televisive che vanno per la maggiore, alcuni aspetti trasversali che caratterizzano il vissuto della società odierna saltano all’occhio del  buon osservatore:

·        profondo, endemico vissuto di noia

·        difficoltà se non incapacità a portare a termine le cose

·        scarsa capacità di tollerare limiti, difficoltà e frustrazione

·        intolleranza verso le regole

·        senso profondo di solitudine e isolamento

·        senso di non appartenenza

·        paura

·        incapacità di stabilire relazioni veramente intime

·        superficialità e consumismo (anche relazionale)

·        ricerca compulsiva di stimoli (sensation seeking)

·        ripugnanza per la routine e l’abitudine

·        ricerca della novità come fonte di eccitazione e fuga dal senso di vuoto interiore

·        incapacità di entrare in contatto con le proprie emozioni di perdita, dolore, tristezza, paura, angoscia

·        tendenza a dipendere da elementi esterni (finanche relazioni o persone)  finalizzata ad attenuare un doloroso vissuto di noia, angoscia o non appartenenza

 

Una società che ha abdicato al ruolo paterno produce mostri: individui soli, confusi, fragili, mascherati e tutti concentrati sulla superficie dell’essere (immagine, maschera, apparenza). Individui completamente incapaci di “sentire”.

Laddove le istituzioni, nel ruolo di garanti sociali (famiglia, religione, scuola) scompaiono o rinunciano definitivamente alla missione educativa che prevede la trasmissione di regole, valori e limiti, l’individuo si trova completamente spaesato ed alienato da se stesso.

Il bisogno di dipendenza ed appartenenza, di contenimento e limite che in certa misura è fisiologico nell’essere umano, vene completamente rinnegato e bandito dal paesaggio psichico come un ospite sgradito e inutile, per riemergere in maniera esasperata ed eclatante nelle tante forme di dipendenza comportamentale e da sostanze delle quali è facile trovare testimonianza. Nelle tante forme di sopraffazione e abuso, che tradiscono la paura di “non esistere”.

Quando la tristezza viene anch’essa scacciata e rinnegata dall’illusione e dalla pretesa di un’eterna, lieta e superficiale condizione di felicità obbligata, la depressione è dietro l’angolo, pronta ad assalirci con tutta la potenza della sua legittimità.

Ecco allora che la spinta a rinnegare, non sentire e rifuggire in tutti i modi certa parte del vissuto interiore e della natura umana porta gli individui a vivere una profonda lacerazione che è non solamente psicologica ma anche di senso, emergendo in maniera patologica e disfunzionale in un bisogno sfrenato di conferme, accoglimento ed accettazione, contenimento e riconoscimento che non possono essere esclusivamente riversati sull’altro.

Il sentire, l’appartenere, l’accogliere, il legittimare devono tornare ad essere prima di tutto un atto di consapevolezza privato e individuale, per permettere anche la costruzione di relazioni sane in cui la reciprocità e la diversità, il conflitto e il gioco di appartenenza-autonomia non diventino spaventosi.

 

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5 ABITUDINI MENTALI CHE CI DANNEGGIANO

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I 30 INDIZI DELLA MANIPOLAZIONE

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

(Tratto dal libro di Isabelle Nazare-Aga “L’arte di non lasciarsi manipolare”)

 

Ecco di seguito i 30 indizi più comuni che ci indicano quando abbiamo a che fare con una persona manipolatrice:

1) Colpevolizza gli altri, ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore ecc

2) Fa credere che bisogna essere perfetti, che non bisogna mai cambiare opinione, che bisogna sapere tutto

3) Sa fare leva sui principi morali degli altri per raggiungere i propri scopi

4) Critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui

5) Può essere geloso anche se è un genitore o un parente

6) Utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso

7) Fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro)

8) Rifugge le sue responsabilità riversandole sugli altri

9) Non comunica chiaramente i suoi bisogni, sentimenti e opinioni

10) Spesso risponde in modo vago

11) Cambia argomento con disinvoltura nel corso di una conversazione

12) Evita i colloqui e le riunioni

13) Telefona o lascia appunti scritti invece di parlare di persona

14) Invoca ragioni logiche per mascherare le sue richieste

15) Deforma e interpreta la verità

16) Non sopporta le critiche e nega l’evidenza

17) Fa minacce velate o ricatta apertamente

18) Semina zizzania, crea sospetti e conflitti per avere la situazione sotto controllo o per provocare la rottura della coppia

19) Cambia idea, comportamenti e opinioni a seconda delle situazioni

20) Mente

21)Punta sull’ignoranza degli altri e li convince della sua superiorità

22) E’ egocentrico

23) I suoi discorsi sembrano logici e coerenti, mentre i suoi modi, le sue azioni e il suo stile di vita non lo sono affatto

24) Si riduce sempre all’ultimo momento per chiedere o far fare qualcosa agli altri

25) Non tiene conto dei bisogni e dei desideri altrui

26) Ignora le richieste (ma dice di occuparsene)

27) Produce uno stato di malessere o un senso di intrappolamento

28) Ci fa fare cose che probabilmente non sceglieremmo spontaneamente

29) E’ efficiente nel perseguire i propri fini, ma a spese altrui

30) E’ costantemente oggetto di discussione tra le persone che lo conoscono

 

Articoli correlati: I segnali-sentinella nella Manipolazione Emotiva; Dire basta alla dipendenza affettiva; Donne che amano troppo; Liberarsi dal senso di colpa; come interrompere la manipolazione emotiva

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RELAZIONI TOSSICHE E VIOLENTE: LE DIECI AVVISAGLIE  DA NON SOTTOVALUTARE

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Questo articolo è dedicato alle donne, soprattutto a quelle giovani che si trovano a vivere le prime esperienze amorose e devono imparare a non confondere l’amore – che prevede stima, rispetto, fiducia, tolleranza, apertura e intimità -  con certe forme di possessività, gelosia e controllo che con l’amore nulla hanno a che fare. Ma è dedicato anche a tutti gli uomini – amici, fratelli e padri – affinché possano insegnare alle loro care a scappare da relazioni con partner pericolosi.

La violenza fisica non esordisce all’improvviso ma si prepara la strada nel tempo, preceduta ed accompagnata da una corte di segnali comportamentali che possiamo certamente definire “sospetti”. La violenza fisica viene sempre preceduta dalla violenza psicologica e da comportamenti che occorre imparare a riconoscere per non finire in una relazione con un partner violento.

Spesso questi segnali comportamentali, che sono dei veri e propri “indicatori di rischio”, vengono sottovalutati, rimossi, negati o peggio fraintesi dalle donne, che tendono a scambiarli per manifestazioni di amore: vale la pena ricordare qui che la gelosia immotivata, il controllo, la possessività limitante, le offese e la violenza verbale NON HANNO NULLA A CHE FARE CON L’AMORE.  Quando compaiono e diventano frequenti sono un chiaro indice di disfunzionalità e pericolosità del partner, e devono far aprire gli occhi sul rischio che si corre restando nella relazione.

I lividi, le botte, l’isolamento estremo e le minacce rappresentano l’ultimo stadio di una relazione violenta e pericolosa, che inizia SEMPRE con la violenza psicologica, con  la volontà di manipolazione e di controllo sull’altro.

Ma andiamo ora ad esaminare i comportamenti che è bene NON TRASCURARE poiché segnali di un partner potenzialmente violento e pericoloso. 

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PERCHÉ NON PORTO MAI A TERMINE LE COSE?

SCRITTO DA: Annalisa Barbier

 

Quante  volte vi siete chiesti come facciano gli altri a svegliarsi sempre presto al mattino per andare a correre, oppure a portare a termine la stesura di un libro o della tesi, a perdere peso o cominciare un programma di allenamento fisico con costanza e determinazione?

Gli esempi potrebbero esser davvero tanti e diversi a seconda delle proprie necessità, tuttavia la storia che si ripete è sempre la stessa: OGNI VOLTA CHE INIZIATE QUALCOSA FINITE PER LASCIARLA A META’ SENZA PORTARLA A TERMINE.

Che si tratti della dieta, di un libro da leggere, di un esame da preparare, di un programma di allenamento o di un maglione lavorato a maglia, il punto è sempre lo stesso: non riuscite a portarlo a termine.

All’inizio vi sentite motivati e magari anche eccitati all’idea di iniziare una nuova “avventura”, o comunque vi sentite in grado di portare a termine quel compito importante che avevate in sospeso… ma ad un certo punto vi smontate; la vostra motivazione e la vostra capacità di concentrazione su quella cosa decrescono lentamente fino a svanire, lasciandovi privi di interesse, di volontà e di motivazione a portare a termine ciò che avevate tanto convintamente iniziato. Così vi raccontate la vecchia favoletta del “Tanto non mi interessava davvero…” oppure l’altra consolante versione del “magari ci riprovo in un altro momento”…

Ma la verità è che non ci riproverete probabilmente mai più… o forse, svogliatamente, dopo qualche tempo, per poi lasciare nuovamente le cose a metà.

 

Si tratta di un atteggiamento piuttosto diffuso che, prima o poi, ha riguardato un po’ tutti noi. Tuttavia è un atteggiamento che spesso lascia esiti decisamente spiacevoli o negativi: ci si inizia a sentire incapaci di impegno, annoiati, privi di iniziativa o peggio si comincia a perdere la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità e nella propria forza e determinazione. Alla lunga, un atteggiamento del genere può provocare sofferenze psicologiche legate al calo di autostima e di motivazione, ad un senso strisciante di noia e disinteresse diffuso, ad una forma di apatia e pigrizia fastidiose fino a impedirci di sviluppare concretamente abilità e capacità che invece ci servirebbero per realizzarci!

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TEST SUL NARCISISMO

Traduzione a cura di: Annalisa Barbier

 

Il disturbo narcisistico di personalità – anche noto con il termine comune di Narcisismo –rappresenta ai  giorni nostri un problema dell’intera società che, come affermava Alexander Lowen, è una società malata di narcisismo. La personalità con tratti fortemente narcisistici o palesemente narcisista è  infatti molto rappresentata nella società attuale, a causa della spinta sociale all’individualismo,  all’ambizione sfrenata e alla eccessiva cura ed importanza attribuite all’apparenza e all’immagine, a discapito di un profondo e nutriente rapporto con il Sé.

Si tratta di un disturbo che compromette gravemente la qualità delle relazioni interpersonali i (professionali, sentimentali ed amicali), ma soprattutto di quelle sentimentali, spesso provocando nel partner del narcisista, una sofferenza psicologica di grado variabile, fino ad ipotizzare la presenza clinica di quello che è anche stato definito trauma da narcisismo.

 

IL QUESTIONARIO

Il seguente test è tratto dal sito americano dedicato ai programmi di recupero da abuso narcisistico (cioè dagli abusi psicologici e dalle violenze psicologiche inferte dalle personalità narcisistiche): http://www.melanietoniaevans.com

 

E’ stato sviluppato come risultato di precedenti ricerche e sulla base dell’esperienza personale dell’autrice e di quelle riportate dalle vittime di abusi narcisistici, tuttavia NON RAPPRESENTA UNO STRUMENTO DIAGNOSTICO NE’ TERAPEUTICO, AVENDO IL SOLO SCOPO  DI FORNIRE INDICAZIONI GENERALI sulla base delle quali ricorrere  - se necessario -  al supporto di un esperto Psicologo.

Può essere utilizzato come questionario  di auto somministrazione per valutare il proprio livello di narcisismo  oppure – rivolgendo le domande in terza persona -  può servire per comprendere se si ha a che fare con una personalità narcisistica nell’ambito di una relazione sentimentale, amicale, familiare o professionale.

 

Ricordo che ogni individuo sano è in parte “narcisistia”, poiché un narcisismo sano permette di realizzare se stessi e raggiungere i propri desideri senza mancare di rispetto agli altri e senza bisogno di danneggiarli in un’ottica di spietata e anaffettiva competizione.

Per ottenere risultati validi, occorre rispondere con precisione e sincerità ad ogni domanda.

 

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Come acquisire maggiore autostima

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PSICOLOGIA DELLA VITTIMA DI MANIPOLAZIONE

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CHI E' IL MANIPOLATORE?

Caratteristiche psicologiche del manipolatore

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TEST: sono vittima dello schema di vulnerabilità?

Fonte:  "Reinventa la tua vita", di J. Young e J. Klosko

 

Di seguito alcune domande che possono aiutarvi a capire se è attivo in voi lo schema disfunzionale di vulnerabilità. Questo semplice questionario non ha alcun intento diagnostico, ma serve per aiutarvi a comprendere se alcuni dei vostri comportamenti sono indicativi della presenza di uno schema di vulnerabilità, che potrebbe portarvi a vivere una sofferenza psicologica legata a paure e preoccupazioni irrazionali o eccessive.

 

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MI SUCCEDERÀ QUALCOSA DI TERRIBILE!

Lo schema della vulnerabilità

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IL SENTIERO VERSO LA FELICITA'

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LE EMOZIONI CI RENDONO CONSAPEVOLI

 

“…L’emozione è infatti la fonte principale della presa di coscienza”

Carl Gustav Jung

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

Jung aveva ragione quando indicava nell'emozione l’elemento principale per prendere coscienza di sé e del proprio stato interiore.  Gioia, paura, tristezza, rabbia, gratitudine: sono molte le emozioni che trovano posto nella nostra vita ogni giorno e, sebbene non tutte siano piacevoli, tutte sono importanti poiché rappresentano una GUIDA interiore di grande valore.

Le emozioni infatti sono qui per darci una mano a comprendere cosa fare, per difenderci o proteggerci dal pericolo e per aiutarci a prendere la decisione giusta.

A volte però esse possono diventare il nostro nemico poiché – se non ascoltate, negate o scacciate -  possono aggiungere sofferenza al disagio (ansia, paura, rabbia ecc.) o farci vivere situazioni conflittuali (emozioni ambivalenti o poco chiare, confusione interiore).

E’ dunque molto importante AFFRONTARE ANCHE LE EMOZIONI SPIACEVOLI, imparando a ri-conoscerle e a renderle nostre complici, per poter vivere una vita più gratificante e in armonia con il nostro Sé interiore.

 

Cosa fare per conoscere meglio le tue emozioni senza temerle, accogliendo il MESSAGGIO CHE TI PORTANO e il loro POTENZIALE COSTRUTTIVO?

 

1)    CHIEDIMI SE SONO FELICE

Per iniziare a lavorare con le emozioni e renderle tue alleate, devi imparare a riconoscerle e distinguerle tra loro per non sentirti confuso, o peggio, attribuire ad un tuo stato d’animo una valenza sbagliata. Nominare correttamente e in modo preciso il tuo stato d’animo ti aiuterà a distinguere la tristezza dalla depressione, la paura dall’inquietudine, la gioia dall’eccitazione e così via.

·         COME FARE: Prima di tutto poniti questa semplice domanda: “Come mi sento in questo momento?”; potresti chiederti se ti senti “bene” oppure “male”, e successivamente approfondire la domanda chiedendoti più precisamente, nell’ambito di queste due grandi categorie, cosa provi. La tabella allegata ti aiuterà a trovare le parole giuste per descrivere come ti senti. 

 

2)    CORTESIE  PER GLI OSPITI

Anche le emozioni più spiacevoli, come la tristezza o la paura vogliono essere accolte, ascoltate e riconosciute; nasconderle a te stesso o provare ad evitarle con distrazioni di ogni tipo (dall’abuso di alcol a quello di cibo, dall’evitamento delle situazioni “difficili” all’iperattività che è una fuga da se stessi) non ti aiuterà a stare meglio, e nel lungo termine si potrebbe rivelare addirittura dannoso per la tua salute e per il tuo equilibrio. Nel cammino verso l’integrazione e la conoscenza di te stesso, devi imparare ad essere più CONSAPEVOLE delle tue emozioni, e ad ACCOGLIERLE come ospiti improvvisi, senza giudicarle né scacciarle.

·         COME FARE: ti può venire in aiuto la Mindfulness, che offre numerosi strumenti per accrescere la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. La prossima volta che provi un’emozione/sensazione spiacevole, nota se hai l’impulso automatico di evitarla, scacciarla o controllarla. Invece di agire questo impulso, prenditi il tempo di ascoltare, riconoscere ed accogliere l’emozione per “disinnescarne” il potenziale dannoso e comprenderne il messaggio. Scarica l’esercizio allegato! 

 

3)    COSA MI STAI DICENDO?

Le emozioni sono una grande ricchezza e, sebbene quelle spiacevoli vengano considerate “negative”, tutte sono utili perché ti collegano direttamente ai tuoi bisogni. Le emozioni sono infatti precisi indicatori di ciò che conta per te e ti fanno capire se i tuoi bisogni sono soddisfatti: se lo sono, proverai emozioni piacevoli come gioia o gratitudine, mentre proverai emozioni spiacevoli come tristezza o rabbia quando i tuoi bisogni rimangono insoddisfatti. Afferrare il legame tra emozione e bisogni è un passaggio molto importante ed osservare le tue emozioni ti permetterà di comprendere di cosa hai davvero bisogno, e muoverti nella giusta direzione per ottenerlo!

·         COME FARE: per prenderti cura dei tuoi bisogni devi conoscerli e poi agire nella direzione giusta per il loro soddisfacimento. Di seguito un semplice esercizio che ti sarà utile per imparare a collegare le emozioni ai tuoi bisogni: emozione piacevole = bisogno soddisfatto, emozione spiacevole = bisogno non soddisfatto.

1.      Fai una lista dei tuoi bisogni più importanti nell’abito delle seguenti categorie: sicurezza (sentirsi sicuri materialmente e moralmente); Stimolo (ricevere stimolazioni sia fisiche come un buon pasto, che mentali come la creatività); Affetto e socialità (amore, amicizia, appartenenza); Stima e riconoscimento (sentire di valere e di essere “visto” dagli altri); Autonomia; Senso e coerenza (percepire che la tua vita ha un senso ed è in linea con i tuoi valori).

2.      Mettili in ordine di importanza

3.      Chiediti, ogni volta che provi un’emozione  piacevole o spiacevole, a quale bisogno soddisfatto o insoddisfatto si collega l’emozione provata.

4.      Metti in atto strategie e scelte adatte a soddisfare i tuoi veri bisogni

Esempio: in questo momento provo soddisfazione = mi accorgo che è così perché il mio bisogno di condivisione ed ascolto è soddisfatto; Oppure in questo momento provo rabbia = mi accorgo che la provo perché in questo momento il mio bisogno di stima e autonomia è insoddisfatto.

 

4)     CONSEGUENZE INDESIDERATE

Le nostre scelte e il modo in cui ci comportiamo sono in larga parte frutto inconsapevole delle emozioni: accade qualcosa (ad esempio, ti ricordano che devi scrivere un report di lavoro), provi un’emozione spiacevole legata ad una tua valutazione (ad esempio ansia perché pensi di non saperlo fare come si deve), ti comporti in un certo modo (ad esempio rimandando l’esecuzione del lavoro per evitare di affrontare l’ansia e l’eventuale delusione di un lavoro imperfetto). Le conseguenze di questo saranno probabilmente che ti troverai ad accumulare ritardo nel lavoro, sentendoti sempre più a disagio e preoccupato. E’ quindi importante collegare l’emozione al comportamento che essa produce, soprattutto quando questo comportamento provoca delle conseguenze spiacevoli o distruttive per te, per evitare di peggiorare la situazione.

·         COME FARE? Puoi usare il “diario delle emozioni” per imparare a capire il legame che esiste tra certi comportamenti dannosi e le tue emozioni, per poter correggere il tiro e agire consapevolmente e costruttivamente, e non in modo automatico e preda delle emozioni spiacevoli.

 

Diario delle emozioni

 

  •      EVENTO CHE HA SCATENATO L’EMOZIONE
  •       EMOZIONE CHE HO PROVATO (aiutati con la lista allegata)   
  •      QUAL’E’ L’IMPULSO AD AGIRE? (cosa mi viene istintivo fare)
  •      CONSEGUENZE DEL MIO COMPORTAMENTO
  •      COMPORTAMENTO ALTERNATIVO (se l’impulso ad agire ti provoca conseguenze negative o controproducenti, rifletti su cosa sarebbe invece più utile FARE per raggiungere il tuo obiettivo o limitare i danni!)

 

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Le ferite psicologiche e le maschere

Le maschere ci  proteggono dal dolore?

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I NUOVI SINGLE

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LE CONVINZIONI CHE CI BLOCCANO

A cura di: Annalisa Barbier

 

Il termine “convinzioni irrazionali” fu coniato dallo psichiatra americano Albert Ellis (1957-1962) fondatore della RET (Rational-Emotive Therapy) o terapia razionale emotiva, poi divenuta REBT (Rational-Emotive Behaviourn Therapy).

Egli si basò sull'osservazione che molte persone soffrivano di malesseri psicologici a causa del loro peculiare modo di vedere le cose e attribuire significato agli eventi. 

Ellis attribuiva importanza alla presenza di "convinzioni irrazionali",  create da un modo sbagliato di usare la logica d il ragionamento, che danno vita ad una visione del mondo poco realistica e "distorta" dal filtro applicato attraverso tali convinzioni.

Tali convinzioni irrazionali - che si esprimono attraverso pensieri automatici - danno vita a stati d'animo spiacevoli che a loro volta inducono a mettere in atto comportamenti disfunzionali, assurdi o addirittura lesivi e controproducenti per l'individuo.

Ellis considera tre elementi importanti nella sua teoria:

  1. Cognizioni (pensieri e convinzioni)
  2. Emozioni e stati d'animo 
  3. Comportamenti

sottolineando come questi tre elementi siano tra loro correlati, poiché se ho determinate convinzioni tenderò ad interpretare gli eventi in un certo modo, proverò certe emozioni e metterò di conseguenza in atto comportamenti più o meno funzionali, che derivano dalle mie cognizioni.

Perciò se nutriamo convinzioni irrazionali o eccessive o fuori luogo, queste daranno vita ad un modo distorto di vedere la realtà ed influenzeranno le nostre emozioni, dando origine a comportamenti negativi o controproducenti e creando quindi un disagio psicologico o una vera e propria patologia.

 

I PRINCIPI DELLA RET

  1. i nostri stati d'animo dipendono da quello che pensiamo
  2. quando proviamo una sofferenza emotiva che ci blocca, probabilmente stanno prevalendo pensieri irrazionali disfunzionali
  3. questi pensieri disfunzionali possono essere identificati e modificati attraverso la terapia
  4. Il modo migliore per ridurre la sofferenza psicologica consiste nel modificare i pensieri disfunzionali

LE CONVINZIONI IRRAZIONALI

Ellis ha individuato 11 convinzioni disfunzionali che rappresentano ideologie, convinzioni e atteggiamenti correlati ai più importanti disturbi emotivi e comportamentali: ansia, depressione, rabbia, colpa, procrastinazione, odio. Queste idee convinzioni originano a loro volta secondo l'autore da delle "DOVERIZZAZIONI" che sono alla base dei disagi psicologici di ansia, rabbia, frustrazione, depressione, dipendenza, abbandono ecc... 

  • DOVERIZZAZIONI SU SE STESSI: devo agire bene ed essere approvato da tutte le persone per me significative, altrimenti sono completamente un incapace e ciò è terribile
  • DOVERIZZAZIONI SUGLI ALTRI: gli altri devono trattarmi bene ed agire come io penso che debbano assolutamente agire, altrimenti meritano di pagarla
  • DOVERIZZAZIONI SULLO STILE DI VITA: le cose devono andare proprio come io pretendo che vadano, altrimenti la vita è insopportabile

 

1) Io, essere umano adulto, ho assoluto bisogno (estrema necessità o esigenza) di venire (sempre) amato, stimato e approvato (o almeno non giudicato male – o al minimo ignorato) da tutte le persone (che io ritengo) significative (importanti) del mio ambiente = da tutti quelli che dico io – altrimenti è gravissimo, orribile, terribile, catastrofico.

2) Io devo assolutamente essere (e/o dimostrarmi) sempre perfettamente adeguato, competente e di successo in tutto quello che faccio e sotto ogni rispetto (o almeno in questa cosa specifica, oppure in almeno una cosa) – altrimenti sono indegno di valore = valgo poco o niente.

3) Tutte le persone che dico io (compreso me stesso) devono assolutamente comportarsi (sempre) come mi pare giusto (come dico io) – altrimenti sono intrinsecamente cattive, malvagie e scellerate, e quindi meritano di essere severamente condannate e punite (anche perché così imparano).

4) Tutte le cose devono assolutamente andare (sempre) come piacerebbe a me, come mi sembra giusto che vadano (insomma, come dico io) – altrimenti è inaccettabile, intollerabile, insopportabile (io non lo accetto, non lo tollero, non lo sopporto).

5) La mia infelicità (disagio, ansia, depressione, angoscia, rabbia, eccetera) dipende da cause esterne (o essenzialistiche) e quindi io posso fare poco o niente per cercare di controllare le mie pene e i miei disturbi (varianti: io reagisco così – sono fatto/a così – è la mia natura, il mio carattere, la mia personalità).

6) Siccome può succedere (succedermi) qualcosa di brutto, pericoloso o dannoso allora:

a) mi devo preoccupare in continuazione;

b) devo pensare che succederà (quasi) di sicuro;

c) che succederà nelle forme peggiori;

d) che non ci potrò (non ci si potrà, nessuno ci potrà) mai fare nulla;

e) e che tutto finirà nel modo più orribile, terribile e catastrofico.

7) Se qualcosa mi sembra difficile (perché richiede impegno, fatica, disagio, o una mia assunzione di responsabilità, ovvero mi provoca ansia) allora mi conviene evitarla piuttosto che affrontarla.

8) Io sono debole (insicuro/a, incapace, handicappato/a, emotivamente instabile e facilmente vulnerabile) e quindi ho bisogno di qualcuno più forte a cui appoggiarmi e da cui dipendere – altrimenti non ce la posso fare (a vivere, a esser felice, a lavorare, a muovermi, ecc.).

9) Il mio passato (la mia infanzia, le mie esperienze precoci) è la determinante assoluta delle mie condizioni attuali; e se una volta qualcosa ha avuto una forte influenza su di me, allora continuerà per sempre ad esercitare lo stesso effetto – quindi non c’è niente da fare (la mia personalità, il mio carattere è stato formato in questo modo e quindi non si può cambiare).

10) Se qualcuno (gli altri, tutti gli altri o tutti quelli che dico io) ha qualche problema o disturbo o sofferenza che gli fa fare (dire, pensare o sentire) qualcosa che non mi piace (che mi sembra sconveniente, irragionevole, dannoso, ingiusto, ecc.) allora io mi devo tremendamente sconvolgere per questo motivo.

11) E’ sempre possibile trovare una soluzione perfetta (o avere una sicurezza assoluta, ovvero un controllo completo) di fronte a qualsiasi problema umano, e quindi io la devo assolutamente raggiungere – altrimenti succederanno catastrofi ed orrori.

 

COSA FARE?

La  prima cosa è DIVENTARE CONSAPEVOLI DEI PENSIERI AUTOMATICI che sono alla base dei nostri comportamenti e delle nostre reazioni, attraverso l'uso del diario ABC (che potete scaricare in allegato)

Quindi imparare a modificare gradualmente e con tenacia i pensieri irrazionali che sono responsabili dei comportamenti dannosi e della sofferenza psicologica.

Se volete saperne di più leggete il mio articolo: COME CORREGGERE I PENSIERI NEGATIVI

 

Fonte: "L'autoterapia razionale-emotiva. Come pensare in modo psicologicamente efficace", di Albert Ellis

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10 MODI PER RISPONDERE A CHI VUOLE MANIPOLARVI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

Può capitare a tutti di dover affrontare discussioni con persone che, attraverso l’aggressività verbale o la manipolazione, cercano di imporre la loro volontà, le loro decisioni, il loro modo di vedere le cose, o di destabilizzarvi con messaggi ambigui e fumosi, facendovi sentire insicuri e incerti, facendovi sentire in colpa

Spesso sono tecniche inconsapevoli che l’interlocutore mette in atto pur di ottenere ciò che desidera (ad esempio affermare la propria volontà, la propria ragione o punto di vista, sentirsi potente e in controllo, sottomettervi, farvi sentire confusi e sminuirvi ecc.).

Altre volte si tratta invece di comportamenti volutamente messi in atto per destabilizzarvi e portarvi a fare ciò che altrimenti non fareste spontaneamente.

In entrambi i casi è utile conoscere alcune semplici tecniche di risposta che possono essere applicate a diversi contesti, finalizzate a rendere la comunicazione paritaria, riequilibrando eventuali dislivelli di “potere” e permettendo ad entrambi di mantenere liberta di scelta ed espressione, rispetto e considerazione.

 

1.     RIFLESSIONE: rispondete facendo capire che avete recepito il messaggio dell’interlocutore; potete mostrarvi aperti ad una ulteriore spiegazione o al contrario chiudere e porre dei limiti

2.     AFFERMAZIONI RIPETUTE: esprimete il vostro parere circa l’opinione o la posizione dell’interlocutore in modo fermo e gentile. Attendete la sua risposta e successivamente riaffermate la vostra posizione, con fermezza ed educatamente

3.     RISPOSTE ESSENZIALI: Quando vi sentite attaccati e NON volete discutere oltre, rispondete in modo fermo e semplice con un “si” oppure un “no”.

4.     BLOCCO DELLA GIUSTIFICAZIONE: utile soprattutto in presenza di soggetti manipolatori, in quanto permette di interrompere sul nascere il meccanismo base della manipolazione “la trappola della spiegazione”. Potete affermare “si certo, capisco cosa vuoi dire MA IO la penso così…” oppure “capisco, MA IO preferisco fare /non fare così…” e riaffermate la vostra posizione senza dare  giustificazioni né ulteriori spiegazioni.

5.     DOMANDA DI COMPRENSIONE: se avete l’impressione che l’interlocutore non vi ascolti, chiedetegli “cosa pensi che ti abbia appena detto”, oppure “cosa pensi che ti stia dicendo/chiedendo”?

6.     AFFERMAZIONI PARADOSSALI: fate affermazioni che inducano l’altro a capire che le sue parole aggressive possono ritorcersi contro di lui/lei

7.     PARAFRASI: ripetete l’affermazione dell’altro con parole diverse chiedendo: “mi stai dicendo questa cosa?” oppure “mi stai dicendo di si/di no?”

8.     INTERRUZIONE: sospendete la discussione che sta diventando troppo forte, e fate una pausa. Potete scusarvi e trovare una giustificazione per interrompere la discussione, come fareste con una telefonata troppo lunga. In questo modo prendete tempo per rispondere nel modo migliore e per evitare di ricadere in meccanismo di azione/reazione che innescano una spirale di aggressività e disagio nella relazione.

9.     FATE DOMANDE: ponete domande sincere e NON ALLUSIVE all’interlocutore sul suo comportamento verbale, su ciò che intende comunicare. Sono molto efficaci nel contrastare l’aggressione verbale ed aiutano l’altro a diventare consapevole dei suoi comportamenti

10. PARLATE USANDO “IO” E NON “TU”: le frasi inizianti con “tu” portano  l’interlocutore a mettersi sulle difensive, mentre le frasi che iniziano con “io” favoriscono l’empatia, l’ascolto e la comunicazione costruttiva. (ad esempio: “io penso”, “io sento che…” oppure “io credo” ecc)

 

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PAURA DELL'ABBANDONO E DIPENDENZA AFFETTIVA

 

Scritto da:  Annalisa Barbier

 

Le trappole, o SCHEMI COGNITIVI DISFUNZIONALI, sono pattern (configurazioni di stimoli che si presentano a costituire un'unità percettiva) complessi che originano nell’infanzia dalle esperienze relazionali vissute con le figure di riferimento, e si strutturano ed influiscono sul comportamento dell’individuo per tutto il resto della sua vita.

Sono convinzioni riguardanti se stessi e il mondo che restano profondamente radicate nell’individuo;  una sorta di “tema generale pervasivo” che comprende pensieri, ricordi, emozioni e percezioni  relativi a se stessi, agli altri e al rapporto sé/altro.

Questi schemi cognitivi o trappole, sono molto diffusi e generalizzati nella vita dell’individuo e possiedono alcune specifiche caratteristiche:

  • sono vissuti come realtà di fatto e non come interpretazioni soggettive
  • sono disfunzionali  cioè provocano difficoltà nella vita professionale e di relazione, limitando la crescita personale
  • si mantengono nel tempo e creano condizioni e presupposti affinché si verifichi proprio ciò che predicono (profezia che si autodetermina)
  • creano coerenza cognitiva e prevedibilità delle risposte
  • si attivano nella vita adulta in determinate circostanze che ricordano i "traumi" precedenti
  • influenzano i processi cognitivi dell’individuo (interpretazione degli eventi, organizzazione e selezione dei ricordi e della percezione di ciò che accade, influenzano il pensiero ecc.)
  • influenzano di conseguenza il comportamento della persona

QUESTI SCHEMI DETERMINANO IL  MODO DI PENSARE, SENTIRE E PERCEPIRE, AGIRE ED ENTRARE IN CONTATTO CON GLI ALTRI E SONO IN GRADO DI SUSCITARE PROFONDI ED INTENSI SENTIMENTI DI RABBIA, PAURA, TRISTEZZA E ANSIA E PORTANO, NELLA VITA ADULTA, A RIPETERE E RICREARE LE STESSE CONDIZIONI DI SOFFERENZA CHE HANNO AVUTO LUOGO NELL'INFANZIA.

 

Gli schemi disfunzionali originano dal mancato soddisfacimento di BISOGNI EMOTIVI PRIMARI:

·         BISOGNO DI ATTACCAMENTO SICURO (stabilità, rispetto, accudimento amorevole, empatia, protezione, accettazione, integrazione)

·         BISOGNO DI AUTONOMIA, COMPETENZA E SENSO DI IDENTITA’

·         BISOGNO DI LIMITI REALISTICI ED AUTOCONTROLLO

·         LIBERTÀ DI ESPRIMERE I PROPRI BISOGNI ED EMOZIONI

·         BISOGNO DI SPONTANEITÀ E GIOCO

 

In questo articolo parlerò dello SCHEMA DI ABBANDONO/INSTABILITÀ e del modo in cui le persone che presentano questo schema possono sviluppare dipendenza affettiva. Chi possiede lo schema ABBANDONO/INSTABILITÀ vive con la costante paura di perdere la persona amata e rimanere solo al mondo, in una condizione di assenza di amore e cura, in un mondo vissuto come estraneo e pericoloso.

 

Ciò che caratterizza e contraddistingue questo schema è proprio la PAURA IMMINENTE DI RIMANERE SOLI IN UN DESERTO AFFETTIVO (Tenore e Serrani, 2013).

L’origine di questo schema è da rintracciarsi nelle precoci esperienze di rapporto con la figura di riferimento (solitamente la madre)nell'instabilità del legame con essa.

 

Si tratta di situazioni in cui ha avuto luogo una precoce interruzione del rapporto madre/bambino dovuta a origini diverse: nei casi più gravi si riscontra la morte del genitore, in altri una sua grave malattia che impedisce la cura del bambino come ad esempio, una ospedalizzazione prolungata, una depressione grave o la presenza di disturbi come l’alcolismo o la tossicodipendenza, in altri casi potrebbe trattarsi della separazione con allontanamento di uno dei genitori o una sua partenza per un lungo viaggio, o addirittura una sua riduzione di cure ed interesse in seguito alla nascita di un secondo figlio. In molti altri casi lo schema si stabilisce in seguito a ripetuti cambi di figura di accudimento (tate, adozioni o affidi ripetuti) che minano profondamente il senso di stabilità del piccolo.

 

Ciò che conta non è solamente la gravità oggettiva dell’evento che ha provocato instabilità e separazione, ma anche l’età in cui ha avuto luogo (più precoce è l’evento e  maggiore è la gravità dello schema) ed il modo in cui il bambino stesso ha vissuto gli eventi (aspetti temperamentali e predisponenti): la soggettività nella percezione del trauma è infatti molto importante nel determinarne la futura pervasività e la gravità della reazione.

 

Una volta organizzatosi e fissatosi lo schema di abbandono, questo verrà innescato da tutte le situazioni di separazione nella vita futura, in cui la persona potrà trovarsi a ri-vivere un doloroso e pervasivo sentimento di paura, solitudine ed abbandono.

In generale, maggiore è la gravità ed intensità dello schema e più facilmente esso verrà innescato da situazioni anche banali di vita quotidiana: una telefonata mancata, un appuntamento rimandato, una discussione in cui il partner si allontana, una domenica pomeriggio forzatamente trascorsa in casa da soli ecc.

 

Quando una situazione esterna innesca lo SCHEMA DI ABBANDONO, la persona vivrà dolorosi e profondi sentimenti di angoscia, disperazione e rabbia, emozioni che i bambini mostrano quando vengono separati dalla madre (Bowlby, 1973) ai quali succedono un senso di impotenza associato a chiusura e distacco emotivo difensivo.  

 

La persona che presenta questo schema può reagire:

·         chiudendosi ed isolandosi nel proprio dolore, pensando che nessuno mai potrà restarle accanto come desidera se le sue esperienze precoci sono state di abbandono, distacco e mancanza di stabilità nella relazione di accudimento;

·         sviluppando un COMPORTAMENTO  DIPENDENTE perché si sente incapace di sopravvivere senza che qualcuno si prenda cura di lei fornendo una guida, protezione e sostegno costanti. Questo secondo caso è legato ad esperienze infantili in cui il bambino non è stato stimolato a sviluppare autonomia e fiducia in se stesso.

 

In entrambi i casi è possibile che la persona tenda a restare profondamente attaccata a figure di riferimento che considera cruciali per il proprio equilibrio emotivo, come ad esempio il partner, sviluppando una forma di DIPENDENZA finalizzata a garantirsi la presenza di qualcuno che fornisca CURE, PROTEZIONE, ACCUDIMENTO E GUIDA.

 

La DIPENDENZA AFFETTIVA è una manifestazione di dipendenza legata fondamentalmente a due bisogni:

1)       bisogno di avere una guida, un sostegno ed un aiuto quando si percepisce se stessi incapaci di farcela da soli nella vita

2)      bisogno di garantirsi la presenza di una fonte di gratificazione, sostegno e contenimento emotivo laddove le sensazioni profonde di angoscia, paura e dolore legate a dinamiche interne di inadeguatezza o senso di vuoto diventano insostenibili ed ingestibili altrimenti.

 

In entrambi i casi la persona dipendente percepisce se stessa come incapace di fare fronte autonomamente alla vita quotidiana o alla gestione e contenimento delle proprie emozioni negative e tenderà a fare di tutto affinché la figura di riferimento non la abbandoni:

  • ricerca spasmodica di approvazione
  • sottomissione
  • standard severi di prestazione
  • auto-sacrificio

sono alcune delle modalità comportamentali messe in atto dalla persona dipendente e finalizzate a mantenere accanto le persone dalle quali si dipende emotivamente.

 

Gli schemi disfunzionali possono essere modificati attraverso la psicoterapia cognitivo comportamentale accompagnata da esercizi gestaltici, di immaginazione, rilassamento e visualizzazione guidata. In questo modo si lavorerà sia sugli aspetti cognitivi legati alle interpretazioni e ai pensieri di base, che sugli aspetti emotivi legati ai ricordi primitivi e alle situazioni che innescano lo schema attraverso la rievocazione di emozioni e stati d’animo spiacevoli collegati al trauma originario.

 

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 RINASCITA DEL FEMMINILE E VIOLENZA CONTRO LE DONNE

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Si ripetono tristemente i casi di cronaca in cui una donna viene ferita, bruciata, violata ed uccisa dal compagno o dall’ex compagno.

A quanto pare si tratta di un fenomeno che richiede estrema attenzione da parte dell’opinione pubblica e soprattutto delle istituzioni le quali ancora oggi, nonostante gli sforzi legislativi e organizzativi, non sono in grado di garantire la sicurezza di molte donne che vivono situazioni limite, in cui il rischio di perdere la vita per mano dell’uomo che hanno amato è tristemente molto concreto.

La prima reazione di fronte a queste storie di violenza e sopraffazione è di rabbia, subito seguita da una sensazione di impotenza e di paura perché spesso, la mano che picchia ed uccide, è la stessa che in passato ha abbracciato e accarezzato.

Si tratta di un fenomeno diffuso, basato sulla condizione di sottomissione cui la donna è stata soggetta per secoli in moltissime culture e dalla quale sta faticosamente, disordinatamente, tentando di liberarsi.

La Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne è stata adottata senza voto da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993; in essa si riconosce la "necessità urgente per l'applicazione universale alle donne dei diritti e dei principi in materia di uguaglianza, la sicurezza, la libertà, l'integrità e la dignità di tutti gli esseri umani".

Gli articoli 1 e 2 della suddetta risoluzione definiscono la violenza contro le donne come segue:

  • Articolo 1: Ai fini della presente Dichiarazione l'espressione "violenza contro le donne" significa ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata.
  • Articolo 2: La violenza contro le donne dovrà comprendere, ma non limitarsi a, quanto segue: a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l'abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento; b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all'interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l'abuso sessuale, la molestia sessuale e l'intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata; c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada.

In precedenza, la violenza contro le donne veniva considerata un fatto “privato”, che aveva luogo all’interno di dinamiche familiari cristallizzate attorno al ruolo dominante dell’uomo.  Oggi finalmente si comincia a considerare la violenza contro le donne una questione sociale aperta, che riguarda tutti e non solo le famiglie – o le relazioni -  all’interno delle quali ha luogo.

Passi avanti ne sono stati fatti molti; eppure, a quanto pare – nell’immaginario individuale di molti uomini  -  la donna viene ancora considerata come un oggetto di proprietà, da possedere a tutti i costi, cui viene negata qualsiasi libertà di scelta ed espressione autonoma della propria volontà al di fuori del legame sentimentale o familiare. Viene ancora da alcuni uomini volontariamente posta in una condizione di inferiorità  e sudditanza economica, psicologica, sociale.

I fattori sociali sono a mio avviso determinanti perché costituiscono l’ambiente all’interno del quale nascono, si sviluppano e prendono forma concreta quelle convinzioni e quelle assunzioni di base che portano un uomo a considerare “giusto”, fattibile e lecito usare violenza contro la propria compagna. In questo senso dobbiamo fare i conti con una cultura secolarmente patriarcale se non apertamente maschilista, basata sulla presunta superiorità dell’uomo e sul diritto di questo ad avere un ruolo di controllo e comando sia all’interno del contesto familiare che in quello più vasto che riguarda la vita sociale e professionale.

A partire dalla fine del XVIII secolo, grazie agli scritti “Rivendicazione dei diritti della donna” di M. Wollstonecraft e “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” di O. de Gouges, e successivamente attraverso il movimento femminista, sono stati fatti molti progressi nel riconoscimento della figura femminile, soprattutto a livello sociale e politico.

Tuttavia è come se, nell'immaginario maschile, fossero rimaste numerose zone d’ombra refrattarie a qualsiasi rielaborazione – cognitiva ma soprattutto emotiva – del ruolo femminile all’interno della relazione sentimentale e familiare, e all'interno del tessuto sociale.

È verosimilmente all'interno di queste zone oscure, sconosciute, antiche, legate ad una emotività non elaborata né riconosciuta, che avvengono i drammi emotivi che spingono certi uomini ad agire contro le loro compagne uccidendole, nel tentativo di ristabilire quell’equilibrio e quell’ordine perduti nella paura dell’abbandono, del rifiuto, della perdita delle sicurezze.

Il lavoro che spetta a questa nostra società e alle future, sarà a mio avviso un arduo lavoro di ri-costruzione e rielaborazione dei ruoli sociali e relazionali, in cui deve essere promosso l’accoglimento e la comprensione profonda di uno sganciamento dai precedenti ruoli rigidamente definiti di maschio/femmina che, se da una parte hanno garantito le necessarie certezze di identificazione e differenziazione, dall’altro hanno chiuso gli individui in definizioni statiche via via più strette e sempre meno adeguate a garantire la libera espressione delle potenzialità individuali umane.

Come spesso accade, ciò che inizialmente rappresentava una protezione si è andata trasformando nel tempo un una gabbia, all’interno della quale rischiamo di restare rinchiusi nostro malgrado.

Educare i bambini e i giovanissimi al rispetto delle diversità e alla considerazione di queste come risorse e non come motivi di discriminazione, dovrebbe essere il primo passo per formare e crescere individui integri e capaci di un’affettività sana.

Capaci di relazionarsi con l’altro con rispetto e amore, in una modalità di reciproca considerazione e crescita, e non considerando l’altro come mero strumento di immediata gratificazione delle proprie necessità narcisistiche, o peggio come strumento cui viene attribuito il DOVERE di riempire quel profondo abisso e vuoto interiore che nascono da una ferita narcisistica mai elaborata né superata.

E’ evidente che viviamo in un contesto socioculturale che promuove la ricerca costante del piacere, la perfezione come manifestazione di potere, l’evitamento di ogni forma di dolore e frustrazione, la competizione senza limiti come elementi rappresentativi di un’immagine di successo e felicità. Ma si tratta evidentemente di una grande illusione, che ci sta portando lentamente ad una deriva del sé e delle relazioni la cui gravità è sotto gli occhi di tutti.

Tutto questo si assomma alla trasmissione – diretta e indiretta - di un individualismo sfrenato che afferma la supremazia del desiderio ed il susseguente assoluto diritto che esso venga soddisfatto subito e a tutti i costi.

Considerando questi presupposti, non dobbiamo sorprenderci se l’incapacità di accettare una quota di dolore, di dipendenza dall’altro, di delusione e frustrazione portano gli individui meno evoluti e più fragili a commettere atti di brutale violenza contro un femminile che, oggi più che mai, fa paura.

 

Un femminile che è simbolo incarnato di vitalità, autonomia e autodeterminazione, forza interiore, nel suo rapporto da sempre favorito con il ritmo archetipico e profondo della natura, che muore e rinasce  - rinnovata -  dal buio della terra.

 

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ASPETTI BIOLOGICI E SINTOMI DI DIPENDENZA AFFETTIVA

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Gli psicologi hanno da tempo scoperto come, certe caratteristiche della personalità, siano correlate alla predisposizione a sviluppare determinate patologie fisiche e psicologiche (Cohen et al., 2003, 2006, 2012; Segerstrom et al., 2010). L’antropologa Fisher ha studiato in particolare il modo in cui certe caratteristiche di comportamento e personalità sono associate essenzialmente ai sistemi neuronali dopaminergico, serotoninergico, al testosterone e agli estrogeni (Brown et al., 2013; Fisher, 2009; Fisher et al., 2010). La studiosa ha infatti evidenziato, attraverso le sue ricerche, la possibilità di definire quattro modalità principali e generali di pensiero e comportamento, associate alla prevalenza di sistemi neurotrasmettitoriali ed ormonali specifici.

  1. SISTEMA DELLA DOPAMINA-NORADRENALINA, OSSIA GLI ESP0LORATORI: l’autrice definisce esploratori coloro che esprimono in maggioranza gli aspetti cognitivi e comportamentali legati alla prevalenza del sistema della dopamina e della noradrenalina. Queste caratteristiche consistono nella continua ricerca di novità, nella ricerca di stimoli eccitanti d avventura, nell’impulsività, la tendenza ad annoiarsi facilmente, l’esplorazione intellettuale astratta, la flessibilità cognitiva, l’apertura alle nuove esperienze, la curiosità, l’energia, la creatività verbale e non e la generazione di idee. L’insieme di questa caratteristiche viene definito dalla Fisher come DIMENSIONE CURIOSA/ENERGICA e sembra predisporre ad un tipo particolare di dipendenza amorosa negativa: quella del dongiovannismo. Queste persone infatti, tendono a diventare DROGATI DELL’AMORE ROMANTICO e si innamorano molto spesso, vivendo tuttavia relazioni brevi e rompendole facilmente in quanto annoiati e bisognosi di nuovi stimoli. Possiedono una grande tendenza all’infedeltà e alla ricerca continua di nuove storie e dell’ebbrezza dell’innamoramento.
  2. SISTEMA DELLA SEROTONINA, OSSIA I COSTRUTTORI: l’insieme delle caratteristiche cognitive e comportamentali che la letteratura associa al sistema della serotonina, comprendono l’osservanza ligia delle regole sociali, l’adesione a pianificazioni, abitudinarietà e tendenza alla ripetitività, l’evitamento di pericoli, la socievolezza, l’autocontrollo, a coscienziosità, le capacità gestionali e la cooperazione, la precisione, l’interesse per i dettagli, la creatività figurativa e numerica e l’auto trascendenza o grande senso della religiosità. I costruttori manifestano la dimensione ATTENTA/RISPETTOSA e sono tendenzialmente predisposti alle forme di dipendenza amorosa negativa legate all’attaccamento e sono come dei DROGATI DELL’ATTACCAMENTO. Appaiono estremamente vigili e preoccupati di essere lasciati e sono predisposti a continue proteste, persecuzioni e pressioni verso il partner anche dopo che la storia è stata chiusa.
  3. SISTEMA DEL TESTOSTERONE, OSSIA I DIRETTORI: il sistema del testosterone a livello cerebrale, si associa a manifestazioni cognitive e comportamentali caratterizzate sostanzialmente da: maggiore percezione visuo-spaziale, capacità matematiche, ingegneristiche e meccaniche, attitudine alla musica, maggiore capacità di attenzione, tendenza a dominare, ridotta empatia, minore contatto visivo, minore fluidità verbale, minore sensibilità sociale e maggiore tendenza a dominare nella società associata alla spinta a primeggiare, al contenimento delle emozioni e a maggiore decisione e sicurezza di sé. L’autrice definisce queste persone – prevalentemente maschi - come aventi una dimensione prevalente ANALITICA/MENTALE ed essere predisposti a provare una profonda rabbia da abbandono, che può portare a sviluppare emozioni forti e comportamenti violenti o autodistruttivi (violenza domestica, omicidio, suicidio, violenza fisica) con una incidenza maggiore rispetto agli altri uomini.
  4. SISTEMA DEGLI ESTROGENI, OSSIA I NEGOZIATORI: il sistema degli estrogeni si associa alla prevalenza di pensiero contestuale/olistico/sintetico, capacità linguistiche e sociali, simpatia, empatia e cooperazione, tendenza alla cura degli altri, generosità, fiducia, predisposizione ai legami sociali, maggiore tendenza ad esprimere e a ricordare le emozioni. Anche l’ossitocina, che è correlata agli estrogeni, si associa a molte caratteristiche dell’animo socievole, come la capacità di comprendere ed interpretare emozioni e stati d’animo altrui. Questo insieme di caratteristiche viene definito dimensione SOCIEVOLE/EMPATICIA del temperamento e predispone all’analisi ossessiva ed introspettiva del rapporto di coppia, alla depressione e ai tentativi di suicidio in seguito al rifiuto amoroso.

La ricerca in ambito psicologico ha da tempo dimostrato come le esperienze infantili di relazione con con le figure di riferimento affettivo - in modo particolare la figura materna – siano responsabili del modo in cui ogni individuo imparerà a vivere l’amore e le relazioni affettive. Ormai è da tutti riconosciuto l’importante ruolo giocato dalle esperienze infantili nella costruzione degli stili di attaccamento (Bowlby) e degli schemi disfunzionali (Youg e Klosko), a loro volta responsabili del modo disturbato e patologico di vivere le relazioni sentimentali e le dinamiche di dipendenza e attaccamento all’interno di esse. Tuttavia, la ricerca negli ultimi anni sta altresì mostrando l’importanza, nell’ambito della costruzione degli schemi di attaccamento e di relazione, della dimensione biologica e temperamentale dell’individuo in quanto elemento capace di predisporre alla manifestazione di differenti aspetti della dipendenza amorosa: gelosia inappropriata, dipendenza, sorveglianza e persecuzione, controlli ossessivi, abusi domestici, delitto passionale, depressione e suicidio per amore.

 

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COME SUPERARE LA TRISTEZZA DEL NATALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Si avvicina il Natale e molti di noi probabilmente hanno iniziato da un po' a sentire la tristezza che inevitabilmente si affaccia durante le festività natalizie.

Gli anglosassoni la chiamano "Christmas Blues", e viene definita come una forma di tristezza, malinconia o vera e propria depressione, che sembra attivarsi proprio nel periodo delle festività natalizie.

Molti professionisti della salute mentale, riferiscono infatti un aumento dei casi di depressione e tentativi di suicidio durante questo periodo dell'anno.

 

COME MAI?

Probabilmente, il clima freddo e le giornate corte hanno la loro influenza sull'umore, aumentando l'incidenza dei disturbi affettivi stagionali (SAD - Seasonal Affettive Disorders), ma molto probabilmente le ragioni di questo stato d'animo risiedono anche in altri fattori, più prettamente psicologici.

Spesso infatti si tende ad avere aspettative irrealistiche sulle festività: cosa si farà e con chi, quanto ci si divertirà e quanto si sarà felici in quei giorni; oppure si tende a rimuginare sulle proprie sofferenze e sulla condizione in cui si vive (ad esempio divorziati, single, separati in casa oppure persone che per altre ragioni si sentono insoddisfatte o infelici), vittimizzandosi per ciò che non si ha o per la condizione spiacevole che si sta vivendo; oppure ancora ci si può ritrovare a riflettere criticamente sulla propria vita finendo per fare una sorta di resoconto finale dell'anno passato...non sempre favorevole o soddisfacente; oppure si piangono i cari scomparsi che non potranno più festeggiare il Natale accanto a noi, e di cui sentiamo la dolorosa mancanza.

In questo periodo dell'anno, inoltre, le pubblicità martellanti ci fanno sentire obbligati a comprare e spendere denaro e questo potrebbe farci vivere una condizione di conflitto e disagio, soprattutto laddove le disponibilità economiche non sono tali da rendere possibile fare regali o farne di costosi.

Inoltre le pubblicità ricorrenti ci possono far confrontare con modelli irrealistici di felicità ed armonia familiare, successo e condivisione che non corrispondono alla realtà che di fatto viviamo nella nostra vita e questo potrebbe ulteriormente acuire un disagio latente o un'insoddisfazione di fondo mai "curata": si finisce così per pensare che gli altri sono più felici e ricchi, che possiedono di più, che sono più soddisfatti di noi e ci sentiamo ancora più tristi, soli o arrabbiati.

Ancora, molte persone possono diventare particolarmente ansiose e nervose a causa della pressione che si percepisce in questo periodo dell'anno in merito alle aspettative relative alle riunioni familiari: l'aspettativa di pranzi e cene con persone che non si vedono da tempo e con le quali magari si è in cattivi rapporti non aiuta certo a vivere serenamente le feste di Natale!

 

COSA SI PUO' FARE PER TRASCORRERE AL MEGLIO LE FESTIVITA' NATALIZIE?

  • Nel caso la depressione sia di grado importante, occorre rivolgersi ad un professionista della salute mentale
  • fissare regole e limiti di spesa e di partecipazione agli eventi sociali (pranzi, cene ecc...)
  • sostituire i doni materiali con doni non materiali, come ad esempio donare il nostro tempo o le nostre capacità ed esperienza a chi ne ha bisogno
  • dedicare del tempo a fare volontariato 
  • imparare aSTARE NEL MOMENTO PRESENTE:  godere di ogni singolo momento senza farsi influenzare da aspettative irrealistiche o eccessive su come dovrebbero essere le cose
  • dedicare del tempo alla MEDITAZIONE E RIFLESSIONE  sul profondo e personale significato del Natale
  • esercitare l'arte della GRATITUDINE: ricordare a se stessi di essere GRATI  per ciò che si ha e per ciò che si è
  • spostiamo il focus dei nostri pensieri da ciò che non va a ciò' che POSSIAMO FARE PER ESSERE PIU' FELICI
  • invece di ripensare a ciò che non va o non abbiamo, piuttosto IMPEGNIAMOCI ATTIVAMENTE per fare qualcosa di costruttivo nelle nostre vite
  • tenere alla larga tutte quelle persone che, con la scusa del Natale, tendono a vampirizzare le nostre energie ed il nostro tempo, lasciandoci sconcertati, tristi, arrabbiati e privi di energie
  • scrivere una LETTERA DELLA GRATITUDINE alle persone cui non abbiamo ancora detto "grazie" per qualcosa che hanno fatto per noi o semplicemente per amarci o averci amati
  • ORGANIZZARE i nostri obiettivi per l'anno che verrà (puoi aiutarti leggendo il mio articolo QUI)

Soprattutto, non dimentichiamo che il Natale è una festività sacra, ed anche per chi non è religioso essa porta con sé e ci ricorda numerosi significati simbolici di grande valore psicologico e spirituale che, veicolando un messaggio transculturale di rinascita, pace e amore incondizionato, possono essere di grande aiuto nell'attribuire alla nostra vita e ai nostri comportamenti un valore certamente più elevato, profondo e gratificante di quello che ci viene propinato dai media.

BUON NATALE A TUTTI!

 

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IL POTERE DEL PENSIERO

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DIPENDENZA AFFETTIVA E TRAUMA RELAZIONALE: IL RUOLO DELLA DISREGOLAZIONE EMOTIVA

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

Nell’ambito delle problematiche relazionali possiamo certamente comprendere tutti quei comportamenti disfunzionali legati alle dinamiche di dipendenza ed al vissuto di abbandono e deprivazione emotiva, fino a giungere alla configurazione del quadro di dipendenza affettiva.

Una recente ricerca presentata ad Assisi da Maurizio Stavola (CLICCA QUI PER IL TESTO COMPLETO) mostra come, tra i fattori predisponenti a sviluppare dipendenza affettiva, vi siano quelli derivanti da pregressi traumi relazionali (abbandono, abuso, deprivazione emotiva): dissociazione e disregolazione emotiva.  

 

  1. La dissociazione è un fenomeno psichico che consiste nella disconnessione tra alcuni  processi psichici rispetto al restante sistema psicologico che costruisce il senso di coerenza ed integrità dell’individuo. Nella dissociazione c’è una mancanza di connessione nel pensiero, nella memoria e nel senso di identità di una persona. Fenomeni dissociativi possono occorrere spesso nella vita quotidiana senza tuttavia rappresentare un aspetto patologico: ciò accade ad esempio quando, guidando lungo un tragitto familiare in modo automatico, ci si rende conto di non ricordare di aver percorso gli ultimi chilometri  poiché la mente era “altrove”, presa dai pensieri mentre si guidava. Una dissociazione più grave e cronica è il disturbo dissociativo dell’identità, precedentemente chiamato disturbo di personalità multipla insieme ad altri disturbi dissociativi, nei quali alcuni aspetti della vita quotidiana vengono “dissociati” dal resto delle percezioni e dimenticati, o vissuti come da estranei.
  1. La disregolazione emotiva non indica solamente le difficoltà di il controllo delle emozioni, ma indica:
  • incapacità di tollerare affetti negativi (noia, vuoto, perdita, angoscia, depressione, irritabilità, rabbia) intensi e/o prolungati
  • incapacità di controbilanciarli con un’emotività positiva in modo autonomo (autoconsolazione, valutazione di alternative, autocontenimento) e cioè senza ricorrere ad oggetti/persone esterne o acting-out, in cui le emozioni spiacevoli non vengono elaborate ma direttamente agite all’esterno attraverso comportamenti disfunzionali (desideri suicidi, automutilazioni, uso/abuso di sostanze, somatizzazione, disturbi dell'alimentazione, disorganizzazione comportamentale, dipendenze comportamentali o da sostanze)

Ad avvalorare l’ipotesi eziopatogenetica della dipendenza affettiva, che vede nel  pregresso trauma relazionale l’elemento correlato al manifestarsi di un disturbo dissociativo, di problematiche di disregolazione emotiva e di uno stile di attaccamento insicuro ansioso (caratteristiche comuni nei soggetti affetti da dipendenza affettiva) è a mio avviso importante un recente studio di Teicher, M.H. et al., (Childhood maltreatment: altered network centrality of cingulate, precuneus, temporal pole and insula. Biological Psychiatry. 76(4):297-305, 2014).

 

I risultati di questo interessante studio, condotto su un campione di 265 soggetti ambosessi dai 18 ai 25 anni di età (di cui 142 classificati maltrattati e 123 non maltrattati in base ai risultati delle approfondite interviste eseguite), evidenzia nei soggetti risultanti “maltrattati” (abuso sessuale o fisico, maltrattamenti fisici, deprivazione emotiva), alterazioni cerebrali delle aree deputate a mediare la percezione e la regolazione delle emozioni e dei bisogni: in particolare l’insula anteriore destra (coinvolta nei processi di integrazione e coordinamento della consapevolezza degli stati emozionali e di bisogno interiori) ed l’area del cingolo anteriore sinistro, che collabora nella regolazione delle emozioni e degli impulsi.

 

Questo studio a mio avviso conferma il ruolo eziopatogenetico del pregresso trauma infantile nella formazione di disturbi della regolazione delle emozioni, a loro volta altamente rappresentati nei soggetti affetti da dipendenza affettiva.

 

Queste difficoltà nella regolazione autonoma e matura dei vissuti emotivi, verosimilmente responsabili della tendenza, presente nelle persone che mostrano dipendenza affettiva, ad avere bisogno dell’altro per le funzioni suppletive di regolazione esterna che gli vengono attribuite, poiché il soggetto non è in grado di svolgerle autonomamente:

1)    distrazione dal dolore collegato al vissuto interiore di vuoto, indegnità o paura di essere abbandonati a se stessi

2)    contenimento emotivo, in cui l’altro aiuta a contenere l’angoscia e la paura profonda che originano da un disturbo nella percezione de sé, da un senso di vuoto interiore, dal timore dell’abbandono, ecc.

3)    dose di emozione piacevole/emozione forte, che è in grado - da sola – di distogliere dagli affetti interiori intollerabili (per approfondire il concetto di "dose"  legato alla dipendenza affettiva, leggere A. Giddens: "La trasformazione dell'intimità", ed. Il Mulino)

 

E’ come se la persona, invece che consolarsi autonomamente attraverso la capacità di riconoscere, tollerare ed elaborare le emozioni intense, ricorresse all’altro NON TANTO IN QUANTO ALTRO-CUI-COMUNICARE le proprie emozioni nel tentativo funzionale di condividerle e manifestarle in modo utile, ma piuttosto L'ALTRO COME STRUMENTO per alleviare o distrarre da un’affettività interiore dolorosa e vissuta come annientante.

Certamente molto c’è ancora da comprendere e studiare in materia, ma è innegabile il ruolo della disregolazione emotiva all’interno degli schemi comportamentali e cognitivi tipici della dipendenza affettiva, che sono inoltre responsabili del mantenimento di tali comportamenti relazionali disfunzionali.

 

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ATTACCAMENTO E DIPENDENZA AFFETTIVA

Scritto da:  Annalisa Barbier


Tutti temiamo l’abbandono. L’abbandono è un lutto, una perdita, una perdita dell’equilibrio e della stabilità, una minaccia alla nostra sopravvivenza fisica o psicologica. Una sfida a farcela da soli, a resistere e a ricominciare.

Si tratta certo di argomento di non facile né veloce trattazione; tuttavia di grande interesse, perché la ferita di un abbandono (o di un evento come tale vissuto) è destinata a restare dentro di noi in una forma o nell’altra, forgiando il nostro mondo interiore, il nostro atteggiamento verso l’altro e la nostra capacità di nutrire una fiducia sana, matura e saggia (vedi un mio precedente post dal titolo “ fiducia idealizzata e sfiducia globale“).

Prima di parlare del tema dell’abbandono vorrei fare un passo indietro ed esporre, seppur brevemente, la teoria dell’attaccamento di Bowlby, nella quale l’autore definisce non soltanto i diversi stadi che scandiscono l’attaccamento del bambino alla figura di riferimento, ma anche – ciò che a noi più interessa in questa sede – le diverse modalità di attaccamento sviluppate, che possono essere più o meno sane e funzionali.

Stili diversi di attaccamento infatti, portano a differenti reazioni all’abbandono.

 

L’ATTACCAMENTO

Bowlby definì l’attaccamento come la:

Propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia

(J. Bowlby, 1969).

L’attaccamento può essere anche definito come un sistema dinamico  di comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico fra due persone, un vincolo le cui radici possono essere rintracciate nelle relazioni primarie che si instaurano fra bambino e adulto.

Le fasi dell’attaccamento identificate da Bowlby sono le seguenti:

  1. 0-3 mesi pre-attaccamento: il bambino riconosce la figura umana quando compare nel suo campo visivo ma non discrimina le persone;
  2. 3-6 mesi attaccamento in formazione: inizia la formazione di un legame; il bambino discrimina le figure e ne riconosce una in particolare (quella che lo cura, lo coccola, lo nutre).  Compare la paura dell’estraneo;
  3. 7-8 mesi angoscia: non avendo sviluppato il concetto di “permanenza dell’oggetto”, la lontananza dalla figura di riferimento provoca angoscia nel bambino;
  4. 8-24 mesi fase di attaccamento vero e proprio;
  5. 3 anni in poi formazione di legami: la figura allevante viene riconosciuta dal bambino che, oltre ad identificarne le caratteristiche fisiche, diviene consapevole dei propri sentimenti, emozioni, sensazioni.

In base alle risposte fornite dalla la figura di riferimento, il bambino strutturerà una specifica tipologia di legame o “stile di attaccamento”, che potrà essere funzionale o meno. In futuro, crescendo, questo stile di attaccamento si concretizzerà in modelli operativi relazionali, che tenderanno a riprodurre lo stesso modello di attaccamento nelle relazioni future (comprese quelle sentimentali, in cui la componente emotiva è molto forte).

Bowlby distinse quindi 4 stili di attaccamento, caratterizzati ognuno da specifiche caratteristiche della figura di riferimento e della relazione con questa, e da un altrettanto peculiare stile di considerazione di sé e di relazione con l’altro.

  1. ATTACCAMENTO SICURO:  permesso dalla presenza di figure di attaccamento stabilmente disponibili e pronte a rispondere positivamente alle richieste di accudimento, vicinanza e conforto. Il modello di Sé che si costruisce è amabile, meritevole di amore ed attenzioni, capace di suscitare nell’altro risposte positive di affetto e accudimento.  L’altro viene vissuto come disponibile e degno di fiducia. Con il passare degli anni, il bambino sviluppa una relazione basata su senso di stabilità, accudimento ed accettazione. Si sente sereno, accettato e protetto ma anche libero di esplorare. Matura fiducia in sé, nell’altro e nelle proprie risorse.
  2. ATTACCAMENTO EVITANTE: indotto da figure di attaccamento indisponibili, non affettuose e tendenzialmente propense ad ignorare ed allontanare rifiutandole, le richieste di contatto e vicinanza del bambino, che viene tenuto a distanza. Il bambino sviluppa un modello operativo interno basato sulla convinzione di un Sé “poco amabile” non meritevole di amore ed attenzioni , incapace di suscitare nell’altro risposte positive di affetto e accudimento.  L’altro viene vissuto come indisponibile. Negli anni, il soggetto alterna momenti di indipendenza a momenti di ricerca di accudimento. Crescendo, tende a scindere gli affetti negativi verso la madre non elaborati proiettandoli sulla società, con comportamenti ribelli o contestativi. Tende a non attaccarsi all’altro.
  3. ATTACCAMENTO ANSIOSO-AMBIVALENTE:  le figure di attaccamento degli individui che sviluppano questo modello di attaccamento, mostrano comportamenti imprevedibili ed incostanti: a volte sono accoglienti a volte rifiutanti nei confronti delle richieste di accudimento e vicinanza. Possono mostrarsi intrusive ed ipercontrollanti. Nel bambino si formano quindi 2 modelli operativi interni: 1) Sé amabile e figura di attaccamento degna di fiducia; 2) Sé non amabile e figura di attaccamento indisponibile. Il soggetto tende ad avere costantemente bisogno di accudimento, mostrandosi inoltre costantemente preoccupato ed angosciato dal comportamenti imprevedibile dell’altro, aggrappandovisi e temendo l’abbandono.
  4. ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO: questi individui hanno avuto figure di attaccamento sofferenti a causa di violenze subite, o depressione o altri eventi traumatici gravi. Sono immerse in una dimensione di dolore ed angoscia ed incutono timore. Il modello operativo interno che si sviluppa può assumere diverse forme: 1) Sé amabile ed altro disponibile; 2) Sé vittima impotente e altro minaccioso; 3) Sé pericoloso per le persone amate; 4) Sé e figura di attaccamento deboli di fronte al mondo esterno. Lo sviluppo nel soggetto di questa modalità  di attaccamento descritto da Bowlby, origina da figure di attaccamento (mamme, figure di riferimento) con gravi problemi legati ad abusi, violenza o malattie psichiatriche. Tale stile di attaccamento genera solitamente personalità BORDERLINE o PSICOTICHE.

L’ABBANDONO

Collocato ai primi posti nella scala degli eventi stressanti elaborata nel 1967 da Holmes e Rahe, l’abbandono è a tutti gli effetti un trauma che deve essere elaborato.

In ambito affettivo, la perdita del partner viene considerata pari alla morte di una persona cara, come un’esperienza di “lutto” (dal latino luctus= pianto e lugere= piangere) ed è caratterizzata da una forte reazione emozionale di tristezza, dolore, sgomento, paura e angoscia.

Nel momento in cui si perde il partner (non per morte), si deve anche iniziare a fare i conti con una nuova realtà, in cui l’altro continua a vivere senza di noi una vita indipendente e distaccata dalla nostra. Vengono meno le familiari e strutturate abitudini di vita insieme, gli impegni e le attività in comune. Vengono meno alcuni amici. Viene meno il senso di intimità, continuità, appartenenza, esclusività, supporto e vicinanza con il partner. Viene meno anche il riferimento della abitazione che si aveva in comune,  nel caso ci si separi dopo convivenza o matrimonio.

Le perdite sono molte e riguardano diversi aspetti della vita: da quello emotivo, a quello familiare, a quello economico e domestico.

La reazione all’abbandono comprende una serie di manifestazioni sia fisiche che psicologiche.

  • MANIFESTAZIONI ORGANICHE: possiamo trovare tutti i disturbi della sfera vegetativa come stanchezza cronica, disturbi del sonno e dell’alimentazione, disturbi digestivi, aumento della pressione, interruzione del ciclo mestruale, problemi sessuali, caduta dei capelli, cefalee, abbassamento delle difese immunitarie.
  • MANIFESTAZIONI PSICOLOGICHE:  tristezza, senso di vuoto e di angoscia, paura, perdita di interesse per se, per gli altri e per il proprio futuro, incapacità di concentrarsi, irritabilità ed episodi di rabbia, pianto, disturbi del sonno, dell’appetito e della sfera sessuale. A queste possono sommarsi in misura diversa ansia, fobie, ossessioni, attacchi di panico, disturbo post- traumatico da stress, dipendenze da alcol, farmaci, gioco.

E’ importante notare come le reazioni all’abbandono dipendano anche dallo stile di attaccamento nella loro manifestazione e soprattutto nella loro evoluzione; non è infrequente riscontrare infatti tra gli autori di stalking in seguito a rottura di una relazione, soggetti con stile di attaccamento ansioso-bivalente. Gli individui che hanno sviluppato un modello di attaccamento sicuro hanno maggiori strumenti e probabilità di affrontare in maniera costruttiva e funzionale la sofferenza derivante dall’abbandono, contrariamente a quanto accade invece per le altre categorie di attaccamento, in cui prevalgono sentimenti ambivalenti, distruttivi, ansiosi e depressivi.

Esistono delle differenze fondamentali nel modo in cui donne e uomini vivono il dolore dell’abbandono:

  • le donne tendono a manifestare reazioni emotive più intense rispetto agli uomini; parlano di più e più approfonditamente dei loro sentimenti e spesso cercano supporto ed aiuto psicologico per superare le difficoltà.
  • gli uomini tendono a nascondere le loro emozioni profonde ed evitano di confidarsi con familiari o amici; piuttosto cercano distrazione nel superlavoro, nello sport o in comportamenti di abuso  e dipendenza (alcol, droghe o gioco d’azzardo). Spesso inoltre gli uomini reagiscono con rabbia e disprezzo attuando comportamenti offensivi e lesivi della ex partner (stalking, fino ad arrivare all’omicidio).

E’ molto importante, nel caso ci si trovi ad affrontare una separazione dolorosa, ricorrere al sostegno e all’aiuto di uno psicologo,  al fine di affrontare in maniera costruttiva e non distruttiva l’esperienza di abbandono,  e di crescere nella consapevolezza diventando più forti e capaci di gestire  in maniera sana e funzionale il dolore e la rabbia.

  • Occorre innanzitutto essere consapevoli che ci vorrà del tempo; quindi NON PRETENDERE da se stessi di stare bene subito
  • Imparare a “stare nel dolore”, sapendo che è parte integrante del processo di guarigione
  • Concedersi un giusto periodo di sofferenza legata alla perdita
  • Non lasciarsi andare ai sensi di colpa e di inadeguatezza pensando che se si fosse fatto meglio o di più la separazione non sarebbe accaduta
  • Non coltivare desiderio di vendetta o rivincita
  • Comprendere le ragioni dell’altro, cercare di mettersi anche nei suoi panni può aiutare a non vederlo più soltanto come “il carnefice”
  • Imparare a conoscere segnali e i consigli che la nostra “parte saggia” ci invia attraverso i sogni e l’immaginazione o l’intuizione

Lo psicologo infatti potrà aiutare la persona innanzitutto a gestire al meglio lo stress ed i sintomi fisici derivanti dalla separazione (ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno o alimentari ecc). Successivamente, la aiuterà ad elaborare il lutto con gradualità e rispetto per il dolore, facendo emergere le sue emozioni profonde, anche quelle indesiderate. Con il tempo il dolore si attenuerà, la conoscenza di sè si farà più solida e la persona riacquisterà un nuovo senso di stabilità emotiva ed autonomia che la porterà ad affrontare al meglio le esperienze successive.

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LA MIA INTERVISTA SULLA MANIPOLAZIONE EMOTIVA PER RADIO CUSANO CAMPUS

La manipolazione emotiva è una sorta di passo a due, ballato da due persone con caratteristiche complementari: una delle due (tipicamente il manipolatore) ha bisogno di mantenere la percezione positiva di sé ed avere sempre ragione, mentre l’altra (la vittima manipolata) è caratterizzata da un bisogno fortissimo di fusione ed approvazione, che la porta a permettere al manipolatore di ri-definire la sua idea di realtà, idealizzandolo e cercando costantemente il suo consenso.

CLICCA QUI PER ASCOLTARE L'INTERVISTA COMPLETA


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COME SENSI DI COLPA E RICERCA DI APPROVAZIONE CI RENDONO MANIPOLABILI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Esistono diverse cause che possono indurre sensi di colpa, come spiego nel precedente articolo:  per espiare i propri errori o presunti tali, al fine di sentirsi sollevati dal disagio legato all’aver violato delle norme morali (esterne o interiori), per attirare la pena ed il perdono altrui mostrandosi costernati, abbattuti e tristi (ciò accade soprattutto quando si è incapaci di perdonare se stessi), per guadagnare l’approvazione e la protezione degli altri mostrandosi mortificati e pentiti di ciò che si è fatto, per farsi compatire ed ottenere attenzione ed affetto, deresponsabilizzarsi nei confronti dei comportamenti tenuti (la colpa è degli “altri” che ci fanno sentire in colpa…), o infine per non impegnarsi in un processo di rivalutazione e cambiamento dei propri valori, delle proprie regole morali e dei propri comportamenti. Questo ultimo caso permette infatti di non crescere, poiché limitandosi a dolersi per il danno compiuto non si fa il passo successivo, che è quello di darsi da fare per comprendere le motivazioni dei propri errori al fine di non compierli nuovamente.

In questo breve articolo, mi vorrei soffermare su un fenomeno particolarmente frequente tra le persone che manifestano comportamenti di dipendenza affettiva: il senso di colpa legato al bisogno di ottenere approvazione.

Sappiamo che il senso di colpa è anche alla base di un meccanismo di controllo dei comportamenti socialmente disapprovati: esso infatti è solitamente vissuto nelle circostanze in cui si viene meno ad una regola di comportamento condivisa (ad esempio se si fa del male ad una persona inerme, si ruba, si mente arrecando danno a qualcuno ecc). In questo ambito, il senso di colpa ha una valenza “educativa” e di controllo scoraggiando, con la sua dolorosità, il ripetersi di comportamenti ed atti nocivi per la comunità e per l’individuo.

Tuttavia può accadere che ci si senta in colpa nei confronti di qualcuno pur sapendo di non aver fatto nulla di male. Anzi, a volte proprio perché non si è fatto qualcosa che altri si aspettavano da noi, o si è venuti meno alle aspettative altrui.

E’ il caso in cui il senso di colpa diventa una potente leva sulla quale agiscono i manipolatori, insieme ad un’altra potente leva: la paura (per saperne di più sulla manipolazione leggi QUI).

 

Nelle relazioni caratterizzate da un coinvolgimento emotivo come quelle con un genitore, un caro amico, un partner o in ambito professionale,  è possibile restare “vittime” dei tentativi di manipolazione che l’altro agisce con l’intento – più o meno consapevole – di farci fare ciò che vuole e che altrimenti non sceglieremmo di fare spontaneamente.

Ciò che fa la differenza in questi casi è l’attivazione di quello che definisco il “gancio relazionale”, cioè quella particolare leva che rende esposti all'influenza dell’altro perché rappresenta qualcosa a cui non si vuole in nessun modo rinunciare: l’immagine positiva che si vuole rimandare (come ad esempio essere sempre considerati bravi, buoni, capaci, attivi, ecc.), il volersi mostrare capaci e meritevoli di amore, il voler “far andare bene le cose a tutti costi”, il volersi sentire amati e approvati ecc.

Ognuno di noi possiede uno o più “ganci relazionali”, potenzialmente attivabili in determinate circostanze, e che potrebbero esporre a difficoltà nel dire di no o nell'opporsi alle eccessive richieste altrui. Tuttavia, in presenza di un buon livello di autostima e di amore di sé, di una buona consapevolezza delle proprie dinamiche interiori e soprattutto della capacità di essere autonomi emotivamente, tali ganci sono più difficilmente attivabili, poiché il senso del proprio valore personale e dei confini sé/altro impedisce di accondiscendere al “baratto emotivo” in cui SI ACCONDISCENDE PER OTTENERE QUALCOSA CHE SI CONSIDERA PRIORITARIO (amore, approvazione, ammirazione ecc.)

Questo accade quando, ad esempio, ci viene chiesto qualcosa che per noi è impegnativo o in contrasto con il nostro modo di vedere le cose, o che reputiamo spiacevole fare e l’altro, di fronte al nostro “no”, reagisce attivando in noi il senso di colpa o la paura dell’abbandono.

I meccanismi di manipolazione che fanno leva sul senso di colpa possono raggrupparsi nei seguenti atteggiamenti:

1)    Punizione: SE non farai questa cosa per me ALLORA vuol dire che sei una persona “cattiva,  e io ne terrò conto;

2)    Autopunizione: SE non farai questa cosa per me, ne soffrirò così tanto che arriverò a farmi del male (ad es. minacce di suicidio, di gesti autolesivi come abuso di alcol o sostanze ecc.) per non sentire questo dolore;

3)    Vittimizzazione: l’altro accetta formalmente il rifiuto (es. “capisco, mi rendo conto che non puoi/vuoi…”) tuttavia invece, in maniera ambigua e subdola, fa passare chiaramente il messaggio che ne soffrirà molto (es. “certo sarà molto dura per me…”) e che il rifiuto gli provocherà disagio e dispiacere.

 

Si potrebbe rispondere alla richiesta:

1)    continuando a dire “no” se non la si ritiene opportuna, adeguata, condivisibile ecc…

2)    oppure, nel caso si attivi il “gancio relazionale” ci si ritroverà a tornare indietro sui propri passi, accondiscendendo alla richiesta.

Il “gancio relazionale” funziona quando, deludere le aspettative dell’altra persona, significa anche automaticamente non ottenere quella dose di approvazione, amore, senso di controllo o potenza di cui si ha bisogno per sentire il proprio valore.

Ecco in che modo le aspettative degli altri agiscono su di noi facendo leva sui nostri ganci emotivi: attraverso l’attaccamento assoluto a ciò che l’altro ci darà se soddisferemo le sue richieste. Approvazione. Accudimento. Condivisione. Vicinanza. Ecc. Spesso il timore della disapprovazione fa scattare il senso di colpa, naturale guardiano interiore che ci avvisa che stiamo facendo qualcosa di sconveniente.

 

ATTACCAMENTO INSICURO E RICERCA DI APPROVAZIONE

Il bisogno di approvazione ha radici profonde, che affondano nel passato dei primi importanti rapporti di amore: quelli con le figure di riferimento, solitamente i genitori. E’ in questo ambito che si sviluppano quelli che vengono definiti gli  Stili di Attaccamento, o Modelli Operativi Interni (MOI) (M. Ainsworth, John Bowlby). L’attaccamento è un insieme di pensieri, emozioni e comportamenti finalizzati ad ottenere la protezione e l’accudimento della figura di riferimento (es. genitore), ed i MOI sono dei modelli interni di riferimento per la costruzione delle relazioni intime, che contengono il modo in cui rappresentiamo noi stessi e l’altro nella relazione, insieme alle aspettative riguardo il modo in cui gli altri saranno o meno disponibili a soddisfare il nostro bisogno di protezione, accudimento e condivisione.

Se da bambini si sperimentano relazioni incerte ed instabili con la figura di attaccamento, probabilmente si svilupperanno modelli adulti (attaccamento preoccupato/invischiato) in cui prevale la sensazione di non essere abbastanza meritevoli, per cui si devono continuamente ricercare e “meritare” l’amore e la cura dell’altro: nelle relazioni sperimenteremo controllo e gelosia, tendenza alla dipendenza e ad essere eccessivamente compiacenti, paura di essere lasciati ed alternanza di comportamenti rabbiosi e aggressivi con richieste di contatto, consolazione e sottomissione. Il bisogno di approvazione si accompagna al sentimento di inadeguatezza, indegnità o incapacità per cui l’approvazione rappresenta il primo passo verso quel supporto e quell'amore di cui si necessita.

 

COSA FARE?

Il primo passo da fare per liberarsi dal bisogno eccessivo di approvazione è quello di rendersi conto di esso, attraverso i sensi di colpa e il disagio che compaiono quando si dice “NO”.

Poi occorre comprendere quanto esso sia dannoso: infatti, la continua ed eccessiva ricerca dell’approvazione altrui o l’evitamento della disapprovazione, nel tempo, portano con sé delle importanti conseguenze: perdita del senso di identità (si finisce per non sapere più cosa ci piace e cosa no), indebolimento ulteriore dell’autostima, relazioni interpersonali “viziate” e non intime (quando non ci si mostra mai per come si è non può costruirsi una reale intimità con l’altro), paura dell’abbandono, depressione, senso di confusione, disturbi d’ansia.

 

Occorre considerare e vedere, attraverso pensieri, emozioni e comportamenti, il legame esistente tra bisogno di accudimento e protezione, ricerca dell’approvazione e senso di colpa.

  1. Imparare a rinunciare all'approvazione ogni tanto, ricordando a se stessi quanto pericoloso sia volerla a tutti i costi
  2. DIRE DI NO alle richieste che si considerano inappropriate, spiacevoli, ingiuste o eccessive senza farsi influenzare dalla paura delle conseguenze
  3. Considerare i sensi di colpa che compaiono dopo aver detto NO, come il sintomo della paura di essere disapprovati, e non come l’indice di una mancanza. Togliere loro il potere di turbarci.
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ESERCIZI DI GIOIA PER DONNE CHE AMANO TROPPO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Le "Donne che amano troppo" sono le protagoniste dell'omonimo cult-book della scrittrice americana Robin Norwood: donne votate ad amori infelici, a uomini bugiardi, violenti e abusanti, al sacrificio di sé, alla conquista incessante di un uomo intrinsecamente indisponibile o inarrivabile.

Si tratta di donne segnate da storie dolorose di abusi, mancanze, ferite profonde che tornano a sanguinare e a dolere...sono donne che quando non periscono nella spirale del loro destino rinascono più forti e solide che mai.

Diventano le mani che aiutano a rialzarsi tutte le altre donne che, come loro, sono cadute.

Ma ci sono anche le donne che "amano male" le quali, pur non riportando nel loro passato le stesse pesanti storie di dolore ed abuso delle altre, ugualmente restano impigliate in relazioni sentimentali insane, non gratificanti e dolorose.

Amano male perchè l'amore non è solo una questione di quantità ma anche di qualità: una qualità che nasce dal rispetto di sé e dell'altro, dalla capacità di prendersi cura di se stesse prima di tutti, di ascoltare i propri bisogni dando loro valore e dignità, di agire liberamente nella relazione con l'altro, dando vita ad un dinamico ed equilibrato movimento di intimità e autonomia.

In fondo siamo state un po' tutte "donne che amano male" almeno una volta nella nostra vita, perchè ad amare si impara, così come si impara che l'equilibrio è un fenomeno dinamico fatto di tanti movimenti più o meno percettibili, aggiustamenti continui: ci vuole tempo per comprendere, crescere, provare...cadere e rialzarsi.

Ma c'è qualcosa che ogni donna può fare per imparare ad essere più gioiosa ed autonoma, più salda e radicata in se stessa al fine di non cadere nella trappola della dipendenza da una relazione insana: si tratta di recuperare la gioia delle piccole cose, il piacere di fare ciò che le piace, di dedicarsi a se stessa, di riscoprire le proprie qualità uniche.

 

5 ESERCIZI DI GIOIA PER DONNE CHE AMANO TROPPO

 

1) LA RELAZIONE CHE VORREI

elenca le caratteristiche della relazione che desideri avere e del partner che vorresti accanto: sono verosimili? Razionali? Mature e raggiungili?...O si tratta di attese/pretese irrazionali ed irrealistiche? E' importante restare con i piedi per terra e comprendere due cose: 

  1. i tuoi desideri in ambito sentimentale son quelli di un'infermiera dedita al salvataggio altrui, di una bambina paurosa della solitudine o sono quelli di una donna adulta che si ama ed è equilibrata?
  2. la relazione che stai vivendo soddisfa le tue aspettative? se si, in che modo?

2) CHIEDIMI SE SONO FELICE

Chiediti cosa ti renderebbe più felice e soddisfatta in questo momento della tua vita. Fai un elenco delle risposte, raggruppandole in macro aree (famiglia, salute e forma fisica, lavoro e denaro, amore, amicizie, studio ecc.) e mettendole in ordine di priorità ed importanza per te. Il risultato sarà un elenco di obiettivi piccoli e grandi, a breve o lungo termine sui quali basarti per iniziare seriamente a prenderti cura di te.

3) FATTI DEL...BENE!

Probabilmente sei presa da mille obblighi e costrizioni: impegni di lavoro o familiari e il tuo benessere... arriva sempre per ultimo! Impara ad ascoltarti di più e passa dai " devo..." ai "ho voglia di" e finalmente ai  "mi concedo di": di andare dal parrucchiere, di farmi un regalo, di andare a spasso senza meta, di riposare un pomeriggio, svegliarmi tardi la domenica, cenare con le amiche, lavorare di meno, leggere un libro che ami...(continua a compilare la tua personale lista del "fatti del bene"!)

4) IO NON TI SALVERÒ

quante volte ti sei lasciata trasportare dall'istinto di fornire subito sostegno o aiuto concreto a un collega, un familiare o al tuo compagno, mettendo da parte ciò che stavi facendo o i tuoi bisogni? Quando la spinta a rendersi utili diventa tanto impellente da calpestare i propri bisogni bisogna correre ai ripari:

  1. impara a definire confini e mettere paletti: rispettati e rispetta le tue necessità personali di riposo, spazio, tempo, divertimento, piacere, silenzio, solitudine, attività fisica ecc ecc. 
  2. impara a gestire la paura di essere disapprovata: NON PUOI PIACERE A TUTTI. E' un dato di fatto. Ma puoi piacere - e molto - a te stessa!
  3. impara a dire di NO alle richieste eccessive, invadenti o inopportune degli altri. Un no detto con gentilezza e fermezza non ti renderà un mostro, e nel tempo le persone impareranno a rispettarti molto di più.

5) APRI LE ORECCHIE... DEL CUORE

Dedica del tempo ad entrare in contatto con le tue emozioni - sia positive che spiacevoli - senza scacciarle, né giudicarle o giudicarti perchè le provi. Osservale, sentile, ascolta cosa ti dicono di te... puoi imparare molto dalle tue emozioni (come scrivo nell'articolo che trovi QUI). Impara a non temere di avere paura o di sentirti sola... a volte è meglio restare a casa da sole a vivere la tristezza di una delusione, che vendere dignità e serenità per un'illusione di compagnia o di amore...

 

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LA TRAPPOLA DEI BISOGNI

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La dipendenza affettiva è una modalità relazionale insana basata su diffidenza e paura, insoddisfazione, frustrazione, limitazioni e annichilimento piuttosto che sulla libertà di amare, sulla fiducia e sul senso di gratificazione reciproca.

La persona che ne soffre tende a legarsi a partner indisponibili, ambigui, manipolatori, a tratti violenti (anche fisicamente), bisognosi di detenere il potere nella relazione e tendenzialmente bugiardi.

Spesso si ripete uno schema relazionale insano radicato fin nell'infanzia, nel tentativo inconsapevole di controllarlo o modificarne le conseguenze.

Nel fare questo, il dipendente affettivo si rende parte attiva nella relazione malata, partecipando al suo mantenimento nel tempo e colludendo con il partner in una sorta di tango relazionale in cui ad ogni passo dell'uno corrisponde il passo opposto e complementare dell'altro, nel tentativo mai pago di soddisfare i propri bisogni, profondi e insoddisfatti, di accudimento, approvazione e riconoscimento.

PRESUPPOSTO DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA INFATTI E' CREDERE - IN MODO PIÙ O MENO CONSAPEVOLE - NELL'AFFERMAZIONE: DEVO ESSERE AMATO PER SENTIRE DI VALERE.

Nella dipendenza affettiva quindi SI HA BISOGNO più di ogni altra cosa di garantirsi l'UNIONE con l'altro, e per fare ciò si sviluppano inconsapevolmente una serie di "regole" o criteri che da un lato permettono di verificare se il valore dell'unione è minacciato, e dall'altro permettono di garantirsene la presenza. Queste regole, criteri o convinzioni portano inevitabilmente a vivere una relazione disfunzionale perché, sebbene siano basati sul fondamento "buono" del desiderio di amore e di unione con l'altro, rispondono però ad un diktat esasperato e falso: IL MIO VALORE E' DATO DALL'AMORE/PRESENZA DELL'ALTRO.

In questa ottica, vengono messi in atto una serie di stratagemmi relazionali finalizzati a far sì che l'altro resti nella relazione e non la abbandoni: si entra così nell'ambito della comunicazione manipolativa che spesso caratterizza le relazioni insane, delle quali parlo estesamente QUI.

Di seguito elenco le affermazioni e le convinzioni che, durante la mia esperienza professionale, ho potuto riscontrare più spesso. 

 

BASSA AUTOSTIMA

  1. Da solo/a non ce la farò mai
  2. Non valgo niente
  3. Sono brutto/a
  4. Mi sento un incapace
  5. Non sono amabile
  6. Non sono interessante
  7. Sono un/a perdente
  8. Sono troppo fragile per cavarmela da solo/a
  9. Sento di essere "sbagliato/a"
  10. Non ho molto da offrire

DEVO E NON DEVO

  1. Devo assolutamente avere un partner per stare bene e sopravvivere
  2. La relazione deve a tutti i costi funzionare
  3. Devo dimostrare di meritare l'amore del partner
  4. Devo fare di tutto per far andar bene le cose
  5. Non devo farmi lasciare
  6. Devo essere comprensiva/o e tollerante
  7. Devo aspettare che le cose maturino (anche se sono passati anni...)
  8. Devo evitare i conflitti
  9. Non devo far pesare i miei bisogni
  10. Devo essere accondiscendente
  11. ...

NELLA RELAZIONE

  1. Non devo farmi "fregare"
  2. Devo farmi amare a tutti i costi
  3. Devo spiegargli come stanno davvero le cose
  4. Devo mostrargli il mio amore
  5. Devo fargli capire che sono bravo/a
  6. Non posso accettare che la passi liscia
  7. Mi devo vendicare
  8. Lo/la devo punire
  9. Deve pagare per le sue cattiverie
  10. Deve smetterla di farmi questo
  11. ...

ASPETTATIVE E PRETESE

  1. Deve fare come aveva promesso
  2. Mi deve amare come voglio io
  3. Deve comportarsi come farei io al suo posto
  4. Deve ammettere le sue bugie
  5. Deve ammettere i suoi errori
  6. Deve capire come mi sento in questa situazione
  7. Deve ammettere che ha torto
  8. Deve ammettere che ho ragione io
  9. ...

FOCUS SUL PARTNER (invece che su se stessi...)

  1. Perché si comporta così?
  2. Perché dice certe cose?
  3. Dove vuole arrivare quando...?
  4. Come si sente, cosa prova per me?
  5. Perché non fa o dice ...?
  6. Come può essere tanto meschino/a?
  7. Perché mi dice tutte queste bugie?
  8. Perché mi tradisce sempre?
  9. Perché non mi ama?
  10. ...

Si tratta di affermazioni che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto e che non sono intrinsecamente sbagliate ma che, nell'ambito di un rapporto di amore caratterizzato da dinamiche di sopraffazione o dipendenza, assumono tutta un'altra valenza e diventano TRAPPOLE RELAZIONALI. Se vi ritrovate a ripetere troppo spesso tra voi queste frasi nell'ambito di una relazione insana, con un partner che non vi ama, potreste rischiare di cadere nella trappola dei bisogni e della manipolazione.

Spesso infatti i bisogni urgenti della dipendenza affettiva spingono per essere soddisfatti nell'immediato e a qualunque costo; si finisce così per mettere a repentaglio la propria autostima, la propria dignità, il proprio equilibrio, fino ad arrivare a rischiare la propria incolumità fisica pur di mantenere il legame con l'altro, anche se se ne riconosce la negatività.

 


COME FARE PER USCIRNE

 

1) RENDETEVI CONTO che la relazione è insana e di poter avere un eventuale problema di dipendenza affettiva

2) ACCOGLIETE VOI STESSI A BRACCIA APERTE per ciò che siete: con pregi e difetti, luci ed ombre, fragilità e ricchezze

3) PRENDETE LE DISTANZE - anche fisiche se necessario - dalla relazione e possibilmente anche dal partner

4) CENTRATEVI su voi stessi: non smettete mai di chiedervi come vi sentite, di cosa avete davvero bisogno, cosa vi renderebbe davvero sereni e felici, cosa non siete più disposti a sopportare

5) DEDICATEVI DI NUOVO A VOI: ricontattate vecchi amici, riprendete ad andare in palestra, al cinema, a cena con un amico... dipingete o ricamate o fate ciò che più vi potrebbe aiutare a recuperare un senso nuovo di autostima e gratificazione personale 

6) RICORDATE CHE IL VOSTRO VALORE LO DECIDETE VOI  non la presenza dell'altro,  né le sue parole di amore, né le sue promesse.


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5 DRITTE PER SVILUPPARE L'AUTODISCIPLINA

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Annalisa Barbier


Una lettrice mi ha chiesto un consiglio su come fare per sviluppare la capacità di autodisciplina.

Ma cosa è l’autodisciplina e perché è importante imparare a svilupparla?

 

L’autodisciplina è una capacità personale strettamente collegata alla motivazione e alla forza di volontà; la motivazione è il combustibile che serve per farci procedere nella direzione dell’obiettivo, mentre la forza di volontà è il conducente che incessantemente si dedica a mantenere la direzione giusta per raggiungere tale obiettivo.

Inoltre ricorda che l’autodisciplina ti servirà anche per imparare a RIFIUTARTI DI SODDISFARE DESIDERI NOCIVI O IRRILEVANTI (ad esempio mangiare fuori pasto se sei a dieta, fumare un’altra sigaretta se stai cercando di smettere, perdere tempo sui social se devi preparare un esame ecc.).

L’autodisciplina dunque è importante, poiché ci permette di raggiungere più facilmente e in modo ordinato i nostri scopi e realizzare i desideri che abbiamo nel cuore, senza perdite di tempo o spreco di energie. Può trattarsi di perdere peso, terminare l’università, scrivere un libro o diventare ginnasti provetti. In ogni caso l’autodisciplina è lo strumento perfetto che ci permette di avanzare, con tenacia e determinazione, verso i nostri obiettivi.

 

COME FARE DUNQUE?

 

1.   COSA VUOI DAVVERO?

Il concetto di autodisciplina ha a che fare con il desiderio di impegnarsi nel raggiungere un obiettivo MOTIVANTE. Perciò, la prima cosa che devi fare è comprendere bene cosa vuoi davvero, per fare leva sulla tua MOTIVAZIONE PERSONALE. E’ importante quindi stabilire una lista di obiettivi ed organizzarli in base all’importanza che rivestono per te:

·         Capire la rilevanza del tuo obiettivo rispetto agli altri che hai stabilito (ad esempio: è prioritario smettere di fumare o perdere peso rispetto a dare un esame, o viceversa?)

·   Definire i passaggi da seguire per poterlo raggiungere (nel caso di una dieta: contattare un dietologo, scegliere la dieta da seguire, acquistare eventuali integratori, modificare alcune abitudini di vita ecc.)

SUGGERIMENTO: Chiediti: “cosa mi renderebbe più felice e soddisfatto in questo momento della mia vita?”, quindi fai un elenco delle risposte, raggruppale suddividendole in macro aree (famiglia, salute e forma fisica, lavoro e denaro, amore, amicizie, studio ecc.) e successivamente mettile in ordine di priorità ed importanza per te. Il risultato sarà un elenco di obiettivi piccoli e grandi, a breve o lungo termine sui quali basarti per procedere.

 

2. RI-DEFINISCI GLI OBIETTIVI

  Per evitare di perdere tempo o di usare le tue energie in modo disordinato, è importante imparare a definire ogni obiettivo sulla base delle caratteristiche di realizzabilità, impegno, richiesta di tempo e risorse in modo da rendere più ordinati e misurabili i passaggi da fare e i progressi raggiunti.

SUGGERIMENTO: puoi ricorrere alla famosa tecnica S.M.A.R.T., una guida che ti permetterà di stabilire obiettivi specifici e concreti per raggiungere il tuo scopo. Definire un obiettivo SMART significa far sì che sia:

·            Specifico: un obiettivo specifico è più facile da realizzare rispetto ad un obiettivo confuso o generico. Ad esempio “voglio mangiare più frutta e verdura e meno dolci” piuttosto che dire “voglio mangiare più sano”;

·            Misurabile: stabilisci criteri concreti per misurare i progressi che farai. Ad esempio puoi dirti che per un mese sostituirai la carne rossa con il pesce;

     Accessibile: rifletti se possiedi le risorse (di tempo, di energia fisica e mentale ed economiche) per poter perseguire al meglio il tuo obiettivo.

 

·         Realistico: un obiettivo ambizioso, per essere realistico, potrebbe richiedere un impegno molto intenso; devi decidere tu quanto in alto vuoi puntare anche in base alle tue disponibilità (vedi sopra: accessibile). Gli obiettivi ambiziosi esercitano una maggior forza motivazionale, ma se sono irrealistici ottengono l’effetto opposto: frustrazione e resa.

·        empificato: è importante stabilire una scadenza finale, perché senza di essa manca la capacità di organizzare il lavoro da fare per raggiungere l’obiettivo, e la motivazione si affievolisce. Fissare anche scadenze intermedie, nel caso di obiettivi di medio lungo termine, aiutano a definire i progressi e a riorganizzare il da farsi per il raggiungimento finale

 

     3. PRESENZA CONSAPEVOLE

A questo punto è importante imparare ad osservare te stesso durante la giornata, per esercitare un controllo volontario e cosciente sulle tue azioni, facendo in modo che siano sempre indirizzate verso il raggiungimento del tuo scopo, ed evitando i comportamenti controproducenti o dannosi che ti allontanano da esso. Ad esempio, se sei a dieta e ti accorgi che spesso tendi a mangiare fuori pasto per noia o tristezza, impara a monitorare questa tua tendenza per poterla contrastare e sostituire con un comportamento più sano (ad esempio fare qualcosa di piacevole invece di mangiare).

·         SUGGERIMENTO: le pratiche di Mindfulness informale sono estremamente adeguate e utili per insegnarti ad essere presente a te stesso durante la giornata, permettendoti di essere cosciente e consapevole di ciò che fai. Si tratta di semplici pratiche, finalizzate a portare la consapevolezza piena in una qualsiasi attività quotidiana che svolgi: dal lavarti i denti al vestirti, o al mangiare. Guarda il video

 

4.    ESERCITA LA VOLONTÀ

E’ vero quando si dice che la volontà è come un muscolo: va esercitata! Per renderla più forte e determinata e far si che ti supporti nella realizzazione dei tuoi obiettivi, devi imparare ad esercitarla esattamente come faresti con un muscolo.

·         SUGGERIMENTO: impegnati ogni giorno a fare almeno una di queste tre cose: a) rinuncia ad una piccola abitudine (ad esempio a leggere il giornale a colazione, o mangiare cioccolata dopo cena); b) sostituisci una vecchia abitudine con una cosa nuova (ad esempio invece di preparare la borsa di corsa prima di uscire, fallo appena sveglio) oppure c) fai una cosa abitudinaria in maniera diversa (ad esempio fai una strada diversa per andare a lavoro, lavati i denti con la mano sinistra ecc.)

 

5)    5. PREMIATI PER OGNI PROGRESSO FATTO

Infine PREMIATI per ogni successo ottenuto, per ogni progresso fatto nella direzione dei tuoi obiettivi! E’ importante gratificarti per il tuo impegno poiché questo manterrà alta la tua motivazione e ti aiuterà a sostenere meglio sacrifici ed impegno che inevitabilmente accompagnano le nostre sfide più grandi.

SUGGERIMENTO: ogni sera compila un “diario del successo” su quale annoterai tutti i piccoli e grandi passi che hai fatto durante la giornata. Ad esempio se sei a dieta, annota di aver seguito la dieta ad ogni pasto, o di aver saputo rinunciare al dolce; se il tuo obiettivo è preparare un esame, annota le pagine che hai studiato. Ti accorgerai di quante piccole cose hai fatto per ottenere i risultati desiderati e ti sentirai felice e motivato a continuare.

 

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IL VIAGGIO DELL'EROE
















A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

Ispirato al libro di Carol S.Pearson “Risvegliare l’Eroe dentro di Noi”


Il “Viaggio dell’Eroe” è il nostro Viaggio personale e noi siamo l’Eroe. Esso è l’insieme delle esperienze che attraversiamo nella nostra vita e dalle quali apprendiamo a crescere, a modificare i nostri atteggiamenti, a guardare alla vita e agli altri in modo nuovo. Come in ogni fiaba che si rispetti, anche il nostro Viaggio prevede che ci siano un Tesoro da scoprire (o ri-scoprire) e un Drago da uccidere; il Tesoro è la scoperta del nostro vero Sé, dei nostri talenti, delle nostre attitudini profonde e il Drago rappresenta le nostre paure interiori, i nostri limiti. Questo Viaggio non finisce mai. Come dice l’Autrice:

 

“… noi non cessiamo mai di viaggiare, ma abbiamo degli eventi che marcano le tappe quando quello che accade è il risultato della nuova realtà che abbiamo incontrato. E ogni volta che ci rimettiamo in viaggio, lo facciamo ad un nuovo livello e torniamo con un nuovo Tesoro e capacità trasformative di nuovo conio”.


Il senso del nostro Viaggio allora è la scoperta del nostro valore, del nostro Sé, del significato profondo della nostra vita, e ci dona “… la possibilità di lasciarsi dietro la frustrazione di potenzialità non sfruttate e di decidere di vivere alla grande […] Possiamo vivere una vita grande solo se siamo pronti a diventare grandi noi stessi e a superare, durante il processo, l’idea della impotenza assumendoci la responsabilità della nostra esistenza.”

Il senso profondo di questo Viaggio è il raggiungimento del nostro fine-significato: sapere di essere un Eroe vuol dire sapere di essere a posto, nel momento e nel luogo giusto, vuol dire imparare a conoscere i propri talenti e le proprie capacità e capire quale è il PROPRIO fine, non quello che ci è stato attribuito da altri o qualcosa che gli altri si aspettano da noi.

In altre parole significa DIVENIRE SE STESSI.

 

“… Quando troviamo noi stessi ogni cosa sembra andare al suo posto. Riusciamo a vedere la nostra bellezza, la nostra intelligenza, la nostra bontà. Riusciamo a usarle produttivamente, e questo ci appaga. Siamo meno impegnati a dare prova di noi, per cui possiamo rilassarci e amare ed essere amati. Abbiamo tutto ciò che ci serve per affermare la nostra piena umanità, il nostro pieno eroismo”.

 

GLI STADI DEL VIAGGIO

Come ogni viaggio ha le sue tappe, così anche il nostro Viaggio dell’Eroe comprende alcuni passaggi o stadi che sono: la Preparazione, il Viaggio vero e proprio ed il Ritorno:

“… Durante lo stadio della Preparazione siamo sfidati a dimostrare la nostra bravura, il nostro coraggio, la nostra umanità e la nostra fedeltà agli ideali che ci ispirano. Durante il Viaggio, lasciamo la sicurezza della famiglia o del gruppo di origine e ci inoltriamo in una ricerca in cui incontriamo la morte, la sofferenza e l’amore. Ma, più importante di tutto, il nostro sé si trasforma. Nel Mito, tale trasformazione è simboleggiata dal ritrovamento di un tesoro o di un oggetto sacro. Al Ritorno dall’impresa, diventiamo Sovrani del nostro regno che per merito del nostro cambiamento si trasforma. […] Ogni volta che perdiamo il senso della nostra integrità o iniziamo a sentirci inadeguati alle comuni sfide della vita, dobbiamo rimetterci in cammino”.

 

L’ARCHETIPO COME GUIDA INTERIORE

Possiamo considerare l’archetipo a grandi linee come una sorta di contenitore universale per le idee, attraverso il quale ognuno di noi interpreta e “sente” ciò che vive e sperimenta.

 

L’archetipo è anche la forma primitiva dalla quale originano le espressioni mitico-religiose dell’umanità e li vediamo riflessi “… nelle immagini ricorrenti del mito, dell’arte, della letteratura, e della religione, e sappiamo che sono archetipi perché li si trova dovunque, in ogni tempo e luogo”.

 

Durante il nostro Viaggio veniamo accompagnati e sostenuti da una serie di guide interiori o archetipi, ognuno dei quali è la rappresentazione di un peculiare modo di condurre e vivere il Viaggio e noi stessi. Di tali guide interiori/archetipi, troviamo espressione, traccia e vita all’interno di noi nei sogni o nelle fantasie, o all’esterno come accade nelle espressioni del mito, nella letteratura, nell’arte o negli elementi naturali come facevano le religioni pagane (ad esempio nelle costellazioni, o negli animali).


Nel suo libro l’Autrice indica 12 di tali guide interiori/archetipi:

  1. L’INNOCENTE
  2. L’ORFANO
  3. IL GUERRIERO
  4. L’ANGELO CUSTODE
  5. IL CERCATORE
  6. IL DISTRUTTORE
  7. L’AMANTE
  8. IL CREATORE
  9. IL SOVRANO
  10. IL MAGO
  11. IL SAGGIO
  12. IL FOLLE

 

Ognuno di questi 12 archetipi è allo stesso tempo guida lungo il Viaggio dell’Eroe e stadio del Viaggio stesso; esso “… ci offre una lezione da imparare e una dote o un tesoro con cui arricchire la nostra vita”.

A ciascuna di tali 12 guide appartiene tuttavia non soltanto un aspetto positivo, costruttivo e creativo ma anche una forma negativa, costituita dagli aspetti e dalle espressioni spiacevoli, eccessive, misconosciute e negate dell’archetipo, che viene definita “lato ombra”; quando esso ci possiede viviamo un misterioso senso di malessere psicologico e non riusciamo ad uscire dalla forma di espressione negativa di un archetipo. Per fare ciò dobbiamo necessariamente imparare ad onorare l’archetipo

… esprimendolo in qualche modo. In questo caso ciò che ci serve è procedere ad esprimere il suo aspetto positivo”.

 

L’OMBRA

Come precedentemente indicato ogni archetipo possiede anche un lato ombra, che ne rappresenta gli aspetti deteriori, più duri e meno costruttivi, che l’individuo può vivere in qualunque momento della sua vita: ad esempio quando ci diciamo che non siamo abbastanza bravi o in gamba (Saggio-ombra) o che non possiamo assolutamente continuare a vivere senza quell’amore (Amante-ombra), e identifichiamo tutti quelli che ci mettono in guardia contro queste voci interiori distruttive, come draghi da combattere, e annientare.

INNOCENTE-OMBRA: “si manifesta con una capacità di diniego che impedisce di vedere cosa sta realmente accadendo. È possibile che stiate facendo del male a voi stessi e agli altri, ma non lo ammettete. Potete essere anche ferito, ma anche questa consapevolezza verrà repressa. O presterete fede a ciò che dicono gli altri, anche quando la loro visione delle cose si oppone direttamente a ciò che intimamente sapete”.

ORFANO-OMBRA: “è la vittima, che dà agli altri la colpa della propria incapacità, irresponsabilità e persino del proprio comportamento rapace e si aspetta dalla vita l’esenzione e un trattamento speciale in virtù dei torti che ha subito, o della sua fragilità. Quando nella nostra vita domina quest’Ombra dell’Orfano positivo, ci comportiamo aggressivamente perfino nei confronti di chi cerca di aiutarci, facendo del male a questo e a noi nello stesso momento. O possiamo crollare e diventare apatici (atteggiamento del tipo ‘Non puoi aspettarti niente da me. Io sto male, sono stato ferito, non sono all’altezza’)”.

GUERRIERO-OMBRA: “Usa le qualità del guerriero a proprio vantaggio senza preoccuparsi della morale, dell’etica o del bene della collettività. Si attiva nella nostra vita ogni volta che ci sentiamo m costretti a compromettere i nostri principi per competere, vincere o raggiungere i nostri fini. Si percepisce anche nella tendenza a stare continuamente all’erta e a percepire ogni cosa che accade come un’offesa, una minaccia, o una sfida da affrontare”.

ANGELO CUSTODE-OMBRA: “E il martire che soffre, che controlla gli altri facendoli sentire colpevoli. – guarda come mi sacrifico per te!- si manifesta in tutti i comportamenti ricattatori e fagocitanti, in cui l’individuo usa la propria funzione di cura e di protezione per dominare o soffocare gli altri. Si trova anche nella ‘dipendenza dal dipendente’, che è il bisogno incoercibile, patologico di prendersi cura o di salvare gli altri”.

CERCATORE-OMBRA: “è il perfezionista sempre teso a essere all’altezza di un impossibile traguardo o a trovare la soluzione ‘giusta’. La vediamo nelle persone la cui principale attività nella vita è il miglioramento di sé, quelli che corrono dal club della salute all’ennesimo corso di autoperfezionamento, e che pure non si sentono mai pronti ad impegnarsi a realizzare qualcosa”.

DISTRUTTORE-OMBRA: “comprende tutti i comportamenti autodistruttivi – dipendenze, meccanismi condizionati, modi di fare che insidiano la possibilità di rapporto, di riuscita nella carriera, di autostima – quali la violenza fisica e psichica, lo stupro o l’assassinio che hanno effetti distruttivi sugli altri”.

AMANTE-OMBRA: “comprende le ‘sirene’ (che distolgono gli altri dalla propria ricerca), i seduttori (che usano l’amore ai fini di conquista), i ninfomani (patologicamente dipendenti dall’amore e dal sesso) e tutti quelli che non sanno dire di no quando arriva la passione, o sono totalmente distrutti quando una relazione d’amore si chiude”.

CREATORE-OMBRA: “ si manifesta nell’ossessività, quando il creare significa immaginare tante possibilità che non si può lavorare appieno su nessuna. Una forma di questo è la mania del lavoro”.

SOVRANO-OMBRA: “è il malvagio sovrano che insiste sul suo modo di fare e bandisce gli elementi creativi dal regno (o dalla psiche) per avere a tutti i costi il controllo. Il Re o la Regina che indulge a tutti i costi al furore del potente e grida ‘tagliategli la testa!’. Spesso la gente si comporta in questi termini quando è in una posizione di autorità, ma non sa come gestire la responsabilità che vi è connessa. Questa Ombra include anche le persone motivate da un forte bisogno di controllo”.

MAGO-OMBRA: “lo stregone malefico che trasforma le scelte positive in negative. Ci applichiamo a questa sorta di ‘magia nera’ tutte le volte che sminuiamo noi stessi o un altro, o riduciamo le scelte e le possibilità, col risultato di una diminuzione di autostima. Il Mago ombra è anche la parte di noi capace di danneggiare noi stessi e gli altri attraverso pensieri ed azioni negative”.

SAGGIO-OMBRA: “il giudice impietoso – freddo, razionale, senza cuore, dogmatico, spesso spropositatamente solenne - che valuta noi e gli altri e decreta che non siamo, o sono, abbastanza bravi, o che non facciamo quel che dobbiamo”.

FOLLE-OMBRA: “il ghiottone, l’infingardo o il libertino totalmente definito dagli istinti e le voglie del corpo e privo di qualunque senso di dignità o autocontrollo”.

 

IL SENSO DEL “VIAGGIO DELL’EROE” E QUELLO DI IMPARARE CHE I DRAGHI NON SONO ALL’ESTERNO MA VIVONO DENTRO DI NOI

SONO LE MANIFESTAZIONI OMBRA DEGLI ARCHETIPI GUIDA

LO SCOPO DEL NOSTRO VIAGGIO E QUELLO DI INTEGRARE GLI ASPETTI POSITIVI E NEGATIVI DI TALI ARCHETIPI

DUNQUE QUELLO DI INTEGRARE L’OMBRA.

 

*Tutte le frasi poste tra le virgolette, sono citazioni tratte dal libro di Carol S. Pearson: “Risvegliare l’Eroe Dentro di Noi”

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CHI HA PAURA DELL'EMOZIONE CATTIVA?

“…L’emozione è infatti la fonte principale della presa di coscienza”

Carl Gustav Jung

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Otto emozioni primarie", opera dell'artista Giulia Martino - Torino 

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

Jung aveva ragione quando indicava nell'emozione l’elemento principale per prendere coscienza di sé e del proprio stato interiore.  Gioia, paura, tristezza, rabbia, gratitudine: sono molte le emozioni che trovano posto nella nostra vita ogni giorno e, sebbene non tutte siano piacevoli, tutte sono importanti poiché rappresentano una GUIDA interiore di grande valore.

 

Le emozioni infatti sono qui per darci una mano a comprendere cosa fare, per difenderci o proteggerci dal pericolo e per aiutarci a prendere la decisione giusta.

 

A volte però esse possono diventare il nostro nemico poiché – se non ascoltate, negate o scacciate -  possono aggiungere sofferenza al disagio (ansia, paura, rabbia ecc.) o farci vivere situazioni conflittuali (emozioni ambivalenti o poco chiare, confusione interiore).

 

E’ dunque molto importante AFFRONTARE ANCHE LE EMOZIONI SPIACEVOLI, imparando a ri-conoscerle e a renderle nostre complici, per poter vivere una vita più gratificante e in armonia con il nostro Sé interiore.

 

Cosa fare per conoscere meglio le tue emozioni senza temerle, accogliendo il MESSAGGIO CHE TI PORTANO e il loro POTENZIALE COSTRUTTIVO?

 

1)    CHIEDIMI SE SONO FELICE

Per iniziare a lavorare con le emozioni e renderle tue alleate, devi imparare a riconoscerle e distinguerle tra loro per non sentirti confuso, o peggio, attribuire ad un tuo stato d’animo una valenza sbagliata. Nominare correttamente e in modo preciso il tuo stato d’animo ti aiuterà a distinguere la tristezza dalla depressione, la paura dall'inquietudine, la gioia dall'eccitazione e così via.

COME PUOI FARE.  Prima di tutto poniti questa semplice domanda: “Come mi sento in questo momento?”; potresti chiederti se ti senti “bene” oppure “male”, e successivamente approfondire la domanda chiedendoti più precisamente, nell'ambito di queste due grandi categorie, cosa provi. La tabella allegata ti aiuterà a trovare le parole giuste per descrivere come ti senti .

 

2)    CORTESIE  PER GLI OSPITI

Anche le emozioni più spiacevoli, come la tristezza o la paura vogliono essere accolte, ascoltate e riconosciute; nasconderle a te stesso o provare ad evitarle con distrazioni di ogni tipo (dall'abuso di alcol a quello di cibo, alleviamento delle situazioni “difficili” all'iperattività che è una fuga da se stessi) non ti aiuterà a stare meglio, e nel lungo termine si potrebbe rivelare addirittura dannoso per la tua salute e per il tuo equilibrio. Nel cammino verso l’integrazione e la conoscenza di te stesso, devi imparare ad essere più CONSAPEVOLE delle tue emozioni, e ad ACCOGLIERLE come ospiti improvvisi, senza giudicarle né scacciarle.

COME PUOI FARE. Ti può venire in aiuto la Mindfulness, che offre numerosi strumenti per accrescere la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. La prossima volta che provi un’emozione/sensazione spiacevole, nota se hai l’impulso automatico di evitarla, scacciarla o controllarla. Invece di agire questo impulso, prenditi il tempo di ascoltare, riconoscere ed accogliere l’emozione per “disinnescarne” il potenziale dannoso e comprenderne il messaggio. Puoi spostare l'attenzione a ciò che l'emozione ti provoca a livello delle sensazioni corporee (ad es. sensazione di nodo alla gola o stretta allo stomaco), prenditi ancora un po' di tempo per osservare dentro di te gli effetti dell'emozione. Quindi porta la tua consapevolezza amorevole sul respiro che entra ed esce dalle narici, percepisci la sensazione legata all'aria che entra ed attraversa tutto il tuo corpo circolando al suo interno, per poi uscire nuovamente nell'espirazione. Sii presente a te stesso durante tutto questo processo di respirazione e, se vuoi, puoi contare i tuoi respiri.

 

IL GIOCO DEL "SE FOSSE...?"

  • se la tua emozione fosse fosse un animale, quale animale sarebbe?
  • se fosse un colore?
  • se fosse una forma?
  • se fosse un materiale?
  • se fosse un odore?
  • se fosse un personaggio noto?


3)    COSA MI STAI DICENDO?

Le emozioni sono una grande ricchezza e, sebbene quelle spiacevoli vengano considerate “negative”, tutte sono utili perché ti collegano direttamente ai tuoi bisogni. Le emozioni sono infatti precisi indicatori di ciò che conta per te e ti fanno capire se i tuoi bisogni sono soddisfatti: se lo sono, proverai emozioni piacevoli come gioia o gratitudine, mentre proverai emozioni spiacevoli come tristezza o rabbia quando i tuoi bisogni rimangono insoddisfatti. Afferrare il legame tra emozione e bisogni è un passaggio molto importante ed osservare le tue emozioni ti permetterà di comprendere di cosa hai davvero bisogno, e muoverti nella giusta direzione per ottenerlo!

COME PUOI FARE. Per prenderti cura dei tuoi bisogni devi conoscerli e poi agire nella direzione giusta per il loro soddisfacimento. Di seguito un semplice esercizio che ti sarà utile per imparare a collegare le emozioni ai tuoi bisogni: emozione piacevole = bisogno soddisfatto, emozione spiacevole = bisogno non soddisfatto.

1.      Fai una lista dei tuoi bisogni più importanti nell’ambito delle seguenti categorie: sicurezza (sentirsi sicuri materialmente e moralmente); Stimolo (ricevere stimolazioni sia fisiche come un buon pasto, che mentali come la creatività); Affetto e socialità (amore, amicizia, appartenenza); Stima e riconoscimento (sentire di valere e di essere “visto” dagli altri); Autonomia; Senso e coerenza (percepire che la tua vita ha un senso ed è in linea con i tuoi valori).

2.      Mettili in ordine di importanza

3.      Chiediti, ogni volta che provi un’emozione  piacevole o spiacevole, a quale bisogno soddisfatto o insoddisfatto si collega l’emozione provata.

4.      Metti in atto strategie e scelte adatte a soddisfare i tuoi veri bisogni

Esempio: in questo momento provo soddisfazione = mi accorgo che è così perché il mio bisogno di condivisione ed ascolto è soddisfatto; Oppure in questo momento provo rabbia = mi accorgo che la provo perché in questo momento il mio bisogno di stima e autonomia è insoddisfatto.

 

4)     CONSEGUENZE INDESIDERATE

Le nostre scelte e il modo in cui ci comportiamo sono in larga parte frutto inconsapevole delle emozioni: accade qualcosa (ad esempio, ti ricordano che devi scrivere un report di lavoro), provi un’emozione spiacevole legata ad una tua valutazione (ad esempio ansia perché pensi di non saperlo fare come si deve), ti comporti in un certo modo (ad esempio rimandando l’esecuzione del lavoro per evitare di affrontare l’ansia e l’eventuale delusione di un lavoro imperfetto). Le conseguenze di questo saranno probabilmente che ti troverai ad accumulare ritardo nel lavoro, sentendoti sempre più a disagio e preoccupato. E’ quindi importante collegare l’emozione al comportamento che essa produce, soprattutto quando questo comportamento provoca delle conseguenze spiacevoli o distruttive per te, per evitare di peggiorare la situazione.

COME PUOI FARE. Puoi usare il “diario delle emozioni” per imparare a capire il legame che esiste tra certi comportamenti dannosi e le tue emozioni, per poter correggere il tiro e agire consapevolmente e costruttivamente, e non in modo automatico e preda delle emozioni spiacevoli.

 

IL DIARIO DELLE EMOZIONI 

  1. EVENTO CHE HA SCATENATO L’EMOZIONE            
  2. EMOZIONE CHE HO PROVATO (aiutati con la lista allegata)
  3. QUAL’E’ L’IMPULSO AD AGIRE? (cosa mi viene istintivo fare)
  4. CONSEGUENZE DEL MIO COMPORTAMENTO
  5. COMPORTAMENTO ALTERNATIVO (se l’impulso ad agire ti provoca conseguenze negative o controproducenti, rifletti su cosa sarebbe invece più utile FARE per raggiungere il tuo obiettivo o limitare i danni!)

 

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18 (+1) consigli per uscire da un amore distruttivo

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier


Spesso, quando si rimane all'interno di una relazione sentimentale caratterizzata da disparità di impegno e sentimento o da partner manipolativi e irrispettosi quando non francamente violenti e infedeli, le ragioni sono legate ad un insufficiente senso di autostima ed amore di sé, o al timore di essere abbandonati e rimanere soli, oppure al senso di sfida che ci si impone quando, rispetto ad un partner problematico (affetto da dipendenze, violento o incapace di amare), si dice a se stessi: “lo/la cambierò, io ce la farò, riuscirò a guarirlo/a” eccetera.

In questi casi, quando la relazione disfunzionale si protrae a lungo nel tempo, il malessere che ne può derivare è grande, e può compromettere la qualità della vita della persona coinvolta nonché la sua capacità di trarre gratificazione e godimento dalle relazioni interpersonali e dalle attività che svolge (lavoro, amici, famiglia, svago eccetera).

Il primo passo da fare in questi casi, per riportare equilibrio e salute, è quello di RICONOSCERE DI VIVERE UNA RELAZIONE DISTRUTTIVA; Senza questo primo passaggio, qualsiasi intervento è destinato a fallire, mancando i presupposti di consapevolezza e motivazione al cambiamento.

Una volta raggiunta la consapevolezza che la relazione che si vive è pericolosa e distruttiva, occorre valutare molto seriamente la necessità di apportare un CAMBIAMENTO. Questo non deve necessariamente consistere nella rottura della relazione (a meno che non si tratti di un partner psicologicamente o fisicamente violento), ma può anche riferirsi ad una modificazione del comportamento di uno o entrambi i partner all’interno della relazione, al fine di trasformare alcuni equilibri e le dinamiche disfunzionali. La scelta dell’obiettivo da porsi dipende dalla gravità della situazione relazionale, dalla eventuale presenza di rischi per l’incolumità dei partner e dalla loro maturità emotiva e psicologica.

Di seguito sono elencati alcuni consigli per aumentare la propria autostima ed autonomia emotiva, al fine di raggiungere un maggiore equilibrio e benessere che, nel medio e lungo termine, porterà a fare scelte più sane e adatte alla nostra crescita e alla realizzazione dei propri desideri.

1.           PRENDITI CURA DI TE

·         Elenca i tuoi obiettivi di vita nell’ambito delle seguenti categorie:  lavoro, cura di sé, autostima, famiglia e parenti, amore, vicinato, comunità, svago e tempo libero, mete e valori, figli, crescita e apprendimento, salute, casa, denaro, creatività, sostegno, amicizia;

·         Inizia a chiederti cosa puoi fare per renderti più felice e gratificato in ogni area sopra indicata e impegnati per il tuo benessere;

·         Scrivi almeno 5 tuoi bisogni che non sono soddisfatti nella attuale relazione e impegnati a capire cosa dovresti fare perché vengano soddisfatti;

·         Inizia ad agire nella direzione del soddisfacimento dei tuoi bisogni invece di agire nel timore di essere lasciato/a;

·         Metti al centro il tuo benessere fisico e psicologico, riportando sempre l’attenzione su di te chiedendoti: “cosa desidero davvero in questo momento?”, “questa situazione mi porta benessere o dolore?”, “cosa posso fare per stare bene ora?” eccetera

2.   RINUNCIA AL BISOGNO DI CAMBIARE L’ALTRA PERSONA: piuttosto chiediti se ti gratifica e se ti va bene così come è;

3.   MOSTRATI PER COME SEI, accettando la possibilità che l’altra persona non ti approvi  e la possibilità di fare o dir qualcosa che all’altro non piace;

4.   LASCIA LIBERO L’ALTRO DI ANDARSENE se non desidera restare nella relazione. Smetti di credere che se ti impegnerai fino allo sfinimento, l’altra persona rimarrà con te: l’amore è una scelta e non un obbligo né tanto meno il frutto di un ricatto morale;

5.   EVITA LA “TRAPPOLA DELLA SPIEGAZIONE”; non è necessario uscire da ogni discussione vincenti o dimostrando che l’altro ha torto. Ci sono abilissimi manipolatori/manipolatrici in grado di ridurti allo stremo delle forze, proprio facendo leva su questo bisogno;

6.   SMETTI DI CHIEDERTI “CHI HA RAGIONE?” e inizia a chiederti: “mi piace tutto questo?”;

7.   SVILUPPA IN TE LE QUALITÀ CHE DESIDERI POSSEDERE; smetti di credere che semplicemente avendo accanto una persona che le possiede, tu possa riempire la mancanza di esse

8.   CREA E MOLTIPLICA LE OCCASIONI DI GRATIFICAZIONE e successo personale

9.   PRATICA ASSERTIVITÀ: non accettare l’inaccettabile ed esprimi te stesso/a;

10.       PONI LEGITTIMI CONFINI alle richieste ed inferenze dell’altra persona, ed esigi che vengano rispettati

11.       IMPARA A DIRE DI NO QUANDO SENTI CHE E’ “NO”

12.       SMETTI DI DIRE “SI” QUANDO E’ NO!

13.       MODIFICA I TUOI ATTEGGIAMENTI invece di pretendere di cambiare l’altra persona. Ad esempio puoi smettere di essere eccessivamente accondiscendente o tollerante, non fare la vittima, chiedere che vengano rispettati i tuoi desideri eccetera

14.       RICORDA CHE L’AMORE NON E’ UNILATERALE: non dipende solo dal tuo impegno – per quanto ce ne metterai -  mandare avanti la relazione, ma occorrono l’impegno e la volontà di entrambi;

15.       SMETTI DI CERCARE SEMPRE L’APPROVAZIONE ED IL RICONOSCIMENTO DELL’ALTRA PERSONA; agisci piuttosto sulla base di ciò che desideri e che fa bene a te;

16.       SVINCOLATI DALL’ECCESSO DI EMPATIA che ti spinge a tollerare e accettare tutto da parte dell’altro;

17.       CONTROMANIPOLA: invece di contrastare ciò che l’altro afferma (giusto o sbagliato che sia), ribadisci con calma e fermezza che non sei più disposto/a ad accettare prevaricazioni o umiliazioni di alcun genere

18.       SII DISPOSTO/A AD ACCETTARE CHE L’ALTRA PERSONA SE NE VADA se non è in grado di dialogare né migliorare la relazione


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E' AMORE MALATO?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

Potremmo definire la Dipendenza Affettiva (DA) come una forma insana di relazione con l’altro, in cui il dipendente si pone in una condizione di sottomissione, accettazione incondizionata e continuo prodigarsi verso l’altra persona, al fine di garantirsene l’approvazione e la presenza, perdendo volutamente di vista i propri bisogni e desideri profondi in questo processo di graduale spostamento dell’attenzione sull’altro.

 

Diversamente dal disturbo di personalità dipendente, in cui chi ne soffre mantiene un comportamento prevalentemente passivo, di accettazione e sottomissione, nella DA la persona affetta mostra piuttosto un atteggiamento consapevolmente volto ad anticipare e soddisfare le richieste dell’altro con la conseguente graduale svalutazione dei propri bisogni e del proprio punto di vista.

 

Il primo passo, per uscire dalla condizione di dipendente affettivo, è rendersi conto di avere un problema, che si manifesta nel portare avanti una relazione distruttiva ed insana; occorre rendersi conto di essere collusi e partecipi di una danza in cui si riveste il ruolo complementare del manipolatore: la vittima dipendente.

 

Occorre comprendere che, gradualmente, ci si è messi nella condizione di non percepire più il proprio valore ed il senso della propria esistenza senza l’altro.

 

Di seguito alcuni elementi indicativi di una condizione di DA :

  • Tendenza a scegliere partner emotivamente non disponibili, inaffidabili, instabili, freddi e incostanti
  • Tendenza a far dipendere la propria serenità e la propria felicità dall'altro
  • Incapacità crescente di “vedere” i propri bisogni profondi e le proprie priorità nella relazione
  • Incapacità di stabilire i propri “confini” e dire di NO all'altro
  • Incapacità di capire cosa davvero possiamo accettare e tollerare e cosa ci offende e ferisce
  • Tendenza a tollerare e giustificare sempre di più comportamenti sgradevoli e offensivi da parte dell’altro
  • Continuo stato di allerta nel timore di fare o dire qualcosa che potrà offendere o infastidire l’altro
  • Focalizzazione dell’attenzione su ciò che l’altro vuole, sente, desidera o preferisce
  • Assoluta difficoltà a mostrarsi ed esprimersi per ciò che si è, nel timore di non essere accettati o di essere feriti
  • Sensazione di svuotamento e perdita di energie e motivazione. Lo stato di DA porta spesso a provare una sensazione di esaurimento e vuoto interiore dopo aver trascorso del tempo con l’altro
  • Sensazione di avere bisogno di una quantità di tempo crescente da trascorrere con l’altro, anche se la qualità di questo tempo è scadente o addirittura pessima
  •  Sensazione di sfiducia e dubbio sull'affidabilità dell’altro, che deve quindi essere controllato continuamente al fine di garantire che non ci abbandonerà o non si allontanerà dalla relazione
  • Controlli ossessivi sulla vita sociale dell’altro (Facebook, posta, Whatsapp ecc…), finalizzati di mantenere un’illusione di controllo su di lui/lei
  •  Insorgenza, permanenza o aggravamento progressivo di sintomi di natura psicosomatica che “coprono” il reale problema: insonnia, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali, cefalee, malattie cutanee, ansia e attacchi di panico, abuso di sostanze o farmaci
  • Incapacità di gioire della propria vita e dei doni che essa ci offre (amicizie, soddisfazioni professionali, momenti di piacevole relax, letture ecc…)
  • Crescente disistima e rabbia nei confronti dell’altro
  • Atteggiamento di richiesta continua di tempo, attenzioni e conferme da parte dell’altro.

 

Per comprendere meglio se ci si trova all'interno di una relazione dipendente cliccate QUI

Se le vostre risposte indicano la presenza di un problema di Dipendenza Affettiva è consigliabile rivolgersi ad un professionista Psicologo per valutare approfonditamente l'eventuale necessità di sostegno o di una terapia.

 

Bibliografia:

  • "La Dipendenza Affettiva", di Franco Nanetti, Ed. Pendragon
  • Giddens A., “The transformation of intimacy: sexuality, love and eroticism”. Cambridge: Polity press; 1992
  • Griffiths, 1995
  • “Il problema della comorbilità”. La Cascia C., Ferraro L. e Mulè A.2008
  • Caretti e La Barbera: “Le dipendenze patologiche, clinica e psicopatologia”. Milano: Raffaello Cortina; 2005
  • Miller D., “Donne che si fanno male”. Milano: Feltrinelli, 1994Albano T., Gulimanoska L., “In-Dipendenza: un percorso verso l’autonomia”. Vol. I-Manuale sugli aspetti eziopatogenetici, clinici e psicopatologici delle dipendenze. Milano: FrancoAngeli; 2006
  • Guerreschi C., "New addictions. Le nuove dipendenze". Edizioni San Paolo, Milano; 2005
  • Harriet Goldhor Lerner, "La danza della rabbia". Edizioni Corbaccio, 1996
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L'ALTRA FACCIA DEL NARCISISTA

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Il disturbo narcisistico di personalità (DNP) si caratterizza per alcuni aspetti specifici quali la tendenza alla strumentalizzazione dei rapporti interpersonali, comunicazione manipolativa, una certa aggressività più o meno manifesta, arroganza e presunzione, sentimento di superiorità,  sopravvalutazione delle proprie capacità e tendenza a dare la colpa agli altri in caso di fallimento o quando le cose non vanno come si vorrebbe.

Questi rappresentano gli aspetti maggiormente conosciuti del disturbo, ma descrivono solamente in parte la complessità psicologica e la realtà del disagio vissuto dalle persone che ne soffrono.

L’esperienza clinica pone frequentemente in primo piano elementi che ad una prima superficiale valutazione delle persone affette da DNP non è facile evidenziare: senso di profonda solitudine, noia, mancanza di motivazione interna, incapacità di contattare il proprio nucleo profondo, di conoscere i propri reali desideri, incapacità di contattare e conoscere le proprie emozioni, alternanza di euforia e profonda tristezza e apatia, tendenza a temere attacchi alla propria immagine da parte degli altri, costante atteggiamento competitivo.

Chi è affetto da DNP è inoltre incline, soprattutto con l’avanzare dell’età, a soffrire di depressione o disturbi alimentari e a sviluppare particolari difficoltà in ambito relazionale e reazioni distruttive di fronte ad eventuali insuccessi professionali; campo questo che risente in modo particolarmente forte del bisogno del narcisista di sentirsi sempre il migliore, il più in gamba, il più capace.

Si tratta di una forma di sofferenza profonda e continuativa, originata dal bisogno radicato di sentirsi sempre un gradino più in altro degli altri al fine di percepire il proprio valore intrinseco che, inevitabilmente, viene misurato in maniera “esternalizzata” e cioè in base all’indice di gradimento esterno.

Nella storia familiare di queste persone, si nota frequentemente come siano state educate a stabilire il proprio valore in stretta relazione con l’approvazione esterna (dei genitori o delle figure di riferimento), imparando quindi a sentirsi “bene” quando soddisfano le aspettative altrui (che successivamente vengono  internalizzate fino a coprire/sostituire personali attitudini e desideri). Si notano inoltre atteggiamenti parentali di sopravvalutazione e “deizzazione” del figlio, che viene così investito di una responsabilità molto pesante: quella di dover dimostrare di essere sempre all’altezza delle elevate aspettative riversate su di lui, al fine di potersi sentire accettato, amato e quindi di “esistere”.

Le persone affette da DNP presentano spesso una sorta di equazione interiore in cui il proprio valore, la sensazione di “esistere”, è strettamente legato alle risposte di approvazione e, ancora di più, di ammirazione da parte dell’altro, costringendole a vivere in una perenne condizione di competizione e paragone, alla quale potranno forse sottrarsi ma a prezzo di lungo e duro lavoro interiore.

L’altra faccia del narcisista è quella depressa, annoiata e demotivata, devastata da un incolmabile quanto doloroso senso di vuoto e dall’assenza di una motivazione intrinseca sentita e vissuta come personale. E’ la mancanza di spinta esistenziale, di reale amore di sé, l’assenza di contatto interiore, la pigrizia dell’ignavo.

E’ la faccia oscura di chi è votato ad una solitudine irreparabile: la solitudine dei falsi dei, di chi è incapace di empatia, di chi non sa chi vuole essere, di chi non può permettersi alcun vero legame in quanto incatenato a fraudolente aspettative di “superiorità” e “specialità” assolute.

Per chi è affetto da DNP, il vero Sé è uno sconosciuto, una maschera incollata alla pelle troppo dolorosa da  tirare via per guardare il volto reale. Così il vero volto resta  oscuro, nascosto, non conosciuto…a tratti intuito attraverso le crepe della noia e della tristezza e nelle trame dell’amore cha qualcuno prova per loro.

Guardare, sebbene inevitabile passaggio verso la libertà,  resta comunque un atto troppo doloroso, poiché sotto la maschera il volto potrebbe essere quello di uno sconosciuto.

 

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LA VIOLENZA PSICOLOGICA

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier


La violenza psicologica ha molto in comune con la manipolazione affettiva: entrambe infatti rispondono alla volontà di strumentalizzare l’altro sminuendone la personalità, attraverso continue mortificazioni e sottili messaggi offensivi e svalutanti. Potremmo dire che la manipolazione affettiva è una forma di violenza psicologica.

Il fine di questi atteggiamenti è quello di sottomettere – psicologicamente, economicamente o anche fisicamente - l’altra persona, minandone progressivamente l’autostima e la capacità di autonomia, facendola sentire sempre più insicura fino ad averne il totale controllo.

Questa forma di violenza è difficilmente identificabile anche dalla stessa vittima, poiché spesso si avvale di comportamenti ambigui e di una comunicazione ambivalente, mirata a destabilizzare il senso di realtà  di chi la subisce.

Nonostante sia piuttosto diffusa, è difficile riconoscere la violenza psicologica ma è molto importante accorgersi di esserne vittima, poiché spesso rappresenta l’anticamera della violenza fisica vera e propria. Inoltre, è responsabile di una profonda e protratta sofferenza psicologica che si struttura nel tempo, minando profondamente la personalità della vittima e la sua fiducia in se stessa e negli altri, compromettendone la qualità delle relazioni e di vita.


La violenza psicologica, spesso anticamera di quella fisica, si manifesta attraverso comportamenti ed atteggiamenti costanti e ripetuti nel tempo che seguono uno schema tipico:

  • Desiderio crescente di controllare l’altro: cosa fa, con chi parla o esce, orari, abbigliamento, attività di svago, finanze, scelte di vita ecc.
  • Gelosia e progressiva tendenza ad isolare l’altro dal resto del mondo: amici, parenti, colleghi e attività lavorative e di svago vengono allontanati gradualmente
  • Controlli assillanti associati a comportamenti verbali offensivi
  • Umiliazioni, svalutazioni e disprezzo
  • Violenza fisica (non sempre)

Nell’ambito della violenza domestica, il progressivo isolamento del partner dal mondo esterno (famiglia, affetti, lavoro ecc…) è finalizzato a renderlo completamente dipendente, cosi che possa essere facilmente e costantemente sottoposto al controllo del partner abusante. E’ infatti comune la condizione di donne cui è stato gradualmente “vietato” di lavorare o frequentare amicizie fino al punto di renderle completamente isolate e prive di qualsiasi supporto morale esterno. In questo modo, la vittima non solo non riesce ad allontanarsi poiché non più autonoma (nemmeno economicamente), ma non avendo alcuna possibilità di confronto con gli altri, non si accorge nemmeno della gravità della propria condizione.

 

LE STRATEGIE DELLA VIOLENZA PSICOLOGICA


·        CRITICHE OFFENSIVE

·        UMILIAZIONI E RIDICOLIZZAZIONI

·        SVALUTAZIONE DELLE CAPACITA’ DELLA VITTIMA (non sei capace a fare nulla…non ce la farai mai da sola/solo ecc.)

·        SVALORIZZAZIONE DELLA VITTIMA (non vali niente)

·        COSTANTE MESSA IN DISCUSSIONE DELLE PERCEZIONI E DELLE VALUTAZIONI DELLA VITTIMA (fanno si che questa perda fiducia in se stessa e metta in discussione il proprio senso di realtà)

·        SILENZIO GLACIALE E DISTANZA EMOTIVA SE CONTRADDETTI O DELUSI

·        ISOLAMENTO GRADUALE DALLA FAMIGLIA, DAGLI AMICI E DALLA VITA SOCIALE

·        FAR SENTIRE L’ALTRO COSTANTEMENTE INADEGUATO

·        FAR SENTIRE L’ALTRO SBAGLIATO

·        MINACCE DI “APOCALISSE EMOTIVA” (se farai/non farai la tale cosa, allora io mi arrabbierò moltissimo, ti lascerò, ti offenderò ecc.)

·        ATTI INTIMIDATORI (urla, offese pesanti, sbattere le porte, lanciare o rompere oggetti, prendere a pungi il muro, maltrattare gli animali domestici o i figli ecc…)

·        MINACCE AL PATRIMONIO

·        MINACCE DI SUICIDIO (tipicamente presenti nelle condizioni di manipolazione emotiva, immobilizzano la vittima nel terrore che l’altro compia un gesto estremo)

·        MINACCE DI VIOLENZA FISICA

 

Queste sono alcune delle strategie comuni nella violenza psicologica, ma l’elenco è virtualmente molto lungo e dipende anche dalle caratteristiche della relazione e delle persone coinvolte.

E’ importante far presente che alcuni di questi comportamenti possono OCCASIONALMENTE verificarsi anche in una relazione altrimenti sana ed equilibrata, magari durante un periodo di stress o un litigio particolarmente acceso. Tuttavia, è IL CARATTERE DI CONTINUITÀ E RIPETITIVITÀ DI QUESTI MECCANISMI CHE NE CARATTERIZZA L’ASPETTO VIOLENTO, PATOLOGICO E PERICOLOSO, provocando una asimmetria nella relazione in cui il carnefice assume sempre più il controllo su una vittima spaesata, indebolita dalle continue vessazioni, dall'isolamento e dal crescente senso di insicurezza.

La violenza psicologica non è direttamente riconoscibile ed evidente, e gli abusanti (uomini o donne) assumono atteggiamenti discordanti quando sono sono davanti agli altri: infatti spesso hanno la capacità di apparire all’esterno come partner amorevoli e “perfetti”. Per questo le vittime ne soffrono silenziosamente per lungo tempo prima di capire e chiedere il necessario aiuto.

E’ molto importante riconoscere i segnali iniziali di questa forma di violenza per poter agire il prima possibile, allontanandosi da situazioni potenzialmente dannose che, nel lungo periodo, sono in grado di provocare nelle vittime una condizione di destrutturazione psicologica e di grande sofferenza in cui i confini tra giusto e sbagliato, sano e patologico, accettabile e inaccettabile diventano sempre più sottili.


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IL CAMBIAMENTO IN PSICOTERAPIA

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

Nel lessico personale di ognuno di noi esistono parole alle quali attribuiamo una valenza positiva e piacevole, altre alle quali associamo sensazioni e ricordi spiacevoli o dolorosi ed altre ancora che restano “neutre”, e ci lasciano più o meno indifferenti dal punto di vista emotivo.

La parola “cambiamento” è una di quelle parole alle quali inevitabilmente si associano significati emotivamente connotati, sia in senso positivo che negativo. Per alcuni di noi questa parola rappresenta qualcosa di piacevole, desiderabile e di valore positivo mentre per altri potrebbe invece associarsi a sensazioni spiacevoli di minaccia, dolore psicologico o preoccupazione.

La ragione di queste differenze sta nella nostra storia personale, nelle esperienze che hanno lentamente costruito dentro di noi quella rete di significati e valenze emotive che resta inconsapevole ma che, segreta e personalissima, sottende ad ogni parola che usiamo e la colora di una tonalità emotiva del tutto soggettiva.

Nell'ambito di ogni percorso psicologico, che sia di crescita, terapia, sostegno o consapevolezza, il cambiamento rappresenta l’aspetto più importante e più impegnativo ma anche quello meno conosciuto e più frainteso.

Spesso accade che le persone che si rivolgono allo psicologo lo facciano con la convinzione che la fonte delle loro sofferenze siano gli altri: il vicino di casa, il genitore, il partner, il collega, il capo ecc…e su di essi spostano il fuoco dell’attenzione e le loro aspettative di cambiamento. Ma gli altri – indipendentemente dalle loro mancanze - sono come sono e così restano finché lo desiderano, mentre noi possiamo cambiare.

Il fine della psicoterapia è proprio quello di avviare un processo di cambiamento interiore attraverso il quale sarà possibile iniziare a vivere una vita più integra e completa e, quando necessario, imparare ad allontanare o chiudere definitivamente i personaggi oscuri e le relazioni malate intrattenute in passato. In questo senso il cambiamento assume un significato maggiormente esteso sia in profondità che in ampiezza. Permette infatti, attraverso la consapevolezza e la conoscenza di sé, di modificare gli schemi e gli automatismi responsabili dei comportamenti disfunzionali e indirettamente, grazie alla maturazione di una realizzazione personale più libera e completa, di operare scelte relazionali più sane e più adatte a sé.

Ecco perché, quando si decide di iniziare un percorso psicologico di crescita e terapia, è importante iniziare a considerare il cambiamento come un evento portatore di crescita e miglioramento. Non come un ostacolo impossibile da superare o peggio, come qualcosa di minaccioso e destabilizzante.

Quando un sintomo si affaccia alla consapevolezza, vuol dire che qualcosa in noi funziona “male” e ci mette nella condizione di soffrire psicologicamente; di solito la sofferenza origina in ultima istanza dalla privazione di quella libertà di conoscenza, esplorazione ed esperienza di cui abbiamo bisogno per realizzare il nostro potenziale di esseri umani. Imparare a cambiare adattandoci alla realtà che cambia intorno a noi, alle situazioni che cambiano, ai sentimenti e alle emozioni che cambiano, è dunque un passo fondamentale per la crescita personale. L’universo è in continua evoluzione ed in continuo movimento; i tentativi di restare agganciati ad una situazione stabile nella speranza che non cambierà mai sono non solo destinati a fallire, ma anche molto faticosi e dolorosi! Se non impariamo ad accettare il cambiamento ed il continuo flusso della realtà, rischiamo di cristallizzarci in una forma rigida che prima o poi schiaccerà anche noi e le sbarre della gabbia che prima ci proteggeva, diventeranno le sbarre della nostra prigione.

 

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LA TRAPPOLA DELLE ASPETTATIVE

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Nell'ambito delle relazioni sentimentali insane o disfunzionali, ho notato spesso la presenza costante di una particolare attitudine in molte donne: quella di spostare il centro l'attenzione da se stesse all'altro, in ogni circostanza.

Parlano solo dell'altro; si chiedono perché faccia o dica certe cose oppure perché non le faccia o non le dica. Ne osservano con estrema attenzione i comportamenti per valutare la presenza di quei segni che, a loro avviso, potrebbero rappresentare un calo dell’amore. Si domandano continuamente cosa provi e cosa pensi. Si sforzano di entrare nella sua mente e di comprendere come ragiona.

Continuano a porsi domande alle quali non possono rispondere, nel tentativo di avere il controllo su ciò che accade o potrebbe accadere.

Dopodiché si sforzano terribilmente di far andare bene le cose; accondiscendere, individuare e quindi soddisfare le esigenze dell’altro. Si sforzano di non deluderlo mai, di essere perfettamente aderenti alla sua – presunta – visione di come dovrebbero essere il rapporto e la compagna.

Si comportano insomma come se l’esito della relazione dipendesse solo da loro.

Si tratta di un comportamento che, a mio avviso, nasce da tre elementi che si intrecciano formando diverse configurazioni:

1)    la poco consapevole ma radicata convinzione, condivisa da molte donne, che per essere amate si debba essere “brave” (qualsiasi cosa ciò significhi per ognuna), oppure proprio “come l’altro ci vuole”;

2)    Il bisogno di sentire di avere il controllo su ciò che accade, da cui si fa dipendere il proprio senso di sopravvivenza emotiva (e, a volte, anche materiale);

3)    La pretesa (anch'essa spesso inconsapevole) che l’altro si comporti secondo le proprie aspettative o regole e i conseguenti tentativi di “aggiustarlo” o cambiarlo per farlo finalmente diventare la persona che che si pensa dovrebbe essere.


Queste convinzioni portano a compiere tre errori estremamente dannosi:


1)    Da una parte, lo sbilanciamento continuo del fuoco dell’attenzione sull'altro le allontana da se stesse, distraendole dai loro bisogni e dalla comprensione di tutte quelle emozioni che potrebbero invece insegnare ed indicare al meglio la strada da seguire. Questo nel lungo termine aumenta il senso di vuoto interiore e di inadeguatezza, e mina profondamente l’autostima.

2)    Dall'altra, l’illusione di onnipotenza sottesa alla convinzione di essere in grado da sole di far funzionare la relazione, porta ad un sovraccarico di responsabilità, ed espone alla delusione e al dolore che inevitabilmente derivano dal fallimento di questo intento, perpetrando un circolo vizioso in cui ci si sente sempre meno capaci e sempre più in balia degli eventi esterni;

3)    Il continuo procrastinare la chiusura di una relazione che non funziona, nella convinzione illusoria che prima o poi l’altro – grazie ai propri tentativi e sforzi -  finalmente diventerà come lo si vuole.


ALLORA COSA FARE?

La risposta è semplice ma la sua applicazione non è facile, in quanto richiede di VEDERE e quindi CAMBIARE alcuni schemi che sono radicati,  abituali e automatici nella loro manifestazione.


Tuttavia si può iniziare facendo due cose:


1)    Ogni volta che si pensa e si ragiona con il baricentro spostato sull'altro (es. perché fa così? Perché di ce questo? Ecc.), SFORZARSI DI RICONDURRE SUBITO IL CENTRO DELL’ATTENZIONE SU SE STESSE: come mi sento io? Cosa desidero io? Questa cosa mi sta bene oppure no? Perché non mi piace? Ecc…

2)    Ogni volta che ci si ritrova a compiere sforzi funambolici per “far andare bene le cose” con l’altro, RIPETERSI CHE IN UNA RELAZIONE SI È SEMPRE IN DUE e che anche l’altra persona ha la sua parte di responsabilità e di intervento. Quindi, se le cose non vanno e l’altro non si dà da fare… forse si dovrebbe cominciare a pensare che non è così motivato a restare nel rapporto, e che una relazione tanto sbilanciata non è un buon investimento per il futuro;

3)    Ogni volta che si rimanda la chiusura di una relazione perché si spera in un cambiamento desiderato quanto improbabile, ripetersi che LE PERSONE SONO COME LE VEDIAMO NEL PRESENTE. Aspettare un improbabile cambiamento che le porti ad essere come si vorrebbe che fossero è solo UNA PERDITA DI TEMPO PREZIOSO, che si potrebbe investire nel ricostruire la propria autonomia e serenità.


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MI RIFACCIO L'UMORE: La psichiatria cosmetica nell'epoca delle passioni tristi

Scritto da: dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

Viviamo nell’epoca delle “passioni tristi”, come scrivevano M. Benasayag e G. Schmit; un’epoca in cui vediamo aumentare il disagio psichico nelle sue diverse manifestazioni  soprattutto tra i giovani, eppure restiamo incapaci di sostituire gli attuali modelli individualistico-prestazionali con modelli socio culturali più capaci di rispecchiare e rispettare la natura degli esseri umani, i loro tempi, il loro profondo bisogno di reciprocità, affidamento, riconoscimento, interconnessione, stabilità, contatto… La rinuncia al ruolo, il narcisismo sfrenato che ha portato con sé una deriva individualista, la disperata ricerca della felicità ideale, sono gli ingredienti alla base della evidente crisi che vivono le relazioni interpersonali e della diffusa fragilità psichica che caratterizza questi tempi.

Mai come oggi le relazioni interpersonali sono diventate difficili, complesse, volatili, veloci. Siamo spinti ad intessere rapporti innumerevoli quanto superficiali, mediati e facilitati in questo consumismo relazionale dalla presenza dei social, che hanno ridefinito le regole ed i parametri di riferimento nella relazione con l’altro.

Si è venuto strutturando un modo di consumare le relazioni che non permette una reale gratificazione, né il soddisfacimento dei profondi bisogni di intimità, reciprocità e stabilità che fanno naturalmente parte dell’uomo. Questa superficialità  relazionale è assurta a valore ed è co-responsabile del senso di fragilità e solitudine e dell’analfabetismo emotivo di cui sempre più persone soffrono.

Il disconoscimento dei reali bisogni dell’individuo a favore di un attitudine relazionale consumistica, insieme con i dettami narcisistici di onnipotenza, perfezione, bellezza, ambizione e negazione dell’altro, hanno prodotto un individuo nuovo: ambiguo e confuso, triste, fragile, solo, incapace di sopportare il disagio né alcuna sofferenza, incapace di gestire la frustrazione, incapace di intimità, debole ed estraneo a se stesso. Terribilmente bisognoso di una maschera.

In un’epoca che ormai ha sdoganato come realistica l’aspettativa di approvazione universale e di artificiosa amplificazione del sé,  non solamente la chirurgia estetica ha trovato il suo naturale ambito di espressione ma un altro inquietante fenomeno sta sempre più portandosi alla ribalta: la psichiatria cosmetica.

Con il termine “psichiatria cosmetica” si indica l’utilizzo NON TERAPEUTICO di psicofarmaci in persone sane, finalizzato a potenziarne le prestazioni cognitive, emotive e comportamentali. Si tratta dunque del crescente ricorso all’uso di farmaci  - altrimenti dedicati al trattamento di condizioni patologiche -  con finalità UNICAMENTE aumentative delle proprie prestazioni. Una sorta di make up psicologico, che permetta di essere sempre più attivi, sempre più efficienti, sempre allegri e di buonumore, vigili, forti, capaci quindi desiderabili.

Ci si vuole rifare l’umore così come ci si rifà un naso imperfetto: prede del vuoto interiore, della paura e del senso di solitudine, ci si sente tristi. Si vuole rallentare, fermarsi forse. Si percepisce lontano il bisogno di profondità e riflessione. Ma si tratta di aspetti che la società ha insegnato ad allontanare e rinnegare; spinti e motivati dallo stesso incalzante desiderio di riconoscimento sociale e dall’illusione di perfezione che spesso accompagnano la chirurgia estetica, ci si rivolge ai farmaci con troppa leggerezza, pur di restare “brillanti”, allegri, efficienti.

Negli Stati Uniti si moltiplicano i casi di persone che ricorrono alla psichiatria cosmetica per fornire prestazioni migliori a lavoro, superare brillantemente gli esami all’università, esaltare il tono dell’umore ed esorcizzare lo spettro della tristezza, per potersi garantire una vita sociale brillante e perennemente sulla cresta dell’onda.

Ma l’obiettivo della medicina è quello di ridurre la sofferenza curando gli ammalati, non quello di trasformare le persone in superuomini super-felici capaci di fornire superprestazioni.  

 

Si tratta di una questione di grande rilevanza sociale ed etica, poiché impone una riflessione: quale prezzo siamo ancora disposti a pagare per mantenere in piedi l’illusione di felicità e onnipotenza che ci chiude gli occhi? E a cosa possiamo e dobbiamo rinunciare per poter scendere di nuovo dentro di noi, per riappropriarci di quella integrità e di quella unicità che solo l’accettazione del limite può restituirci?

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DIPENDENZA AFFETTIVA: cosa fare?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La dipendenza affettiva è certamente un argomento molto attuale e di grande interesse per tutti: dai professionisti a coloro che ne hanno conosciuto i sintomi -  direttamente o indirettamente -  attraverso la propria esperienza o i racconti e le esperienze di  amici o conoscenti.

Sebbene sembri trattarsi di un fenomeno estremamente diffuso, è opportuno fare alcuni chiarimenti che impediscano di confondere le cose o di attribuire etichette inappropriate.

 

Con il termine DIPENDENZA AFFETTIVA si intende una modalità relazionale patologica caratterizzata da comportamenti di eccessivo attaccamento, dipendenza dalla presenza dell’altro e necessità crescente di contatto, in cui si arriva a negare e a rinunciare alla propria identità ed ai propri bisogni pur di garantire la presenza costante del partner, che viene considerato come sola ed unica fonte di gratificazione, sicurezza, amore e “cura”.

In questa definizione sono presenti numerosi elementi che rendono insana e disfunzionale la relazione. Ma gli aspetti peculiari della dipendenza affettiva, quelli che maggiormente la caratterizzano, riguardano il fatto che il dipendente affettivo manifesta comportamenti relazionali caratterizzati da:

1) Ossessività

2) Impulsività

3) Compulsività

Tipici di tutte le dipendenze comportamentali (Caretti e La Barbera). Inoltre vi sono, nelle relazioni dei dipendenti, alcuni aspetti condivisi con le vere e proprie dipendenze da sostanze (A. Giddens) quali:

·        Ebbrezza: ossia lo stato di euforia che la persona prova in seguito alle reazioni del partner ai propri comportamenti

·        Dose o Tolleranza:  cioè la necessità compulsiva di aumentare la “dose” di tempo trascorso col partner, a detrimento del tempo da dedicare ai propri impegni (anche lavorativi o familiari). Il dipendente sente che non è mai abbastanza il tempo trascorso con l’altro, e desidera aumentarlo fino annullare il tempo che trascorre autonomamente (amici, lavoro, sport, hobby, famiglia ecc…). L’assenza dell’altro diventa sempre meno tollerabile e getta il dipendente in una condizione di sofferenza, tristezza, preoccupazione e disperazione, rendendolo incapace di svolgere le normali attività quotidiane in assenza dell’altro.

·        Incapacità di controllare il proprio comportamento: senso di vergogna legato alla consapevolezza, che a tratti si fa chiara nella mente del dipendente, della sua condizione di riduzione della capacità critica e dell’autonomia. Questa consapevolezza spesso getta il dipendente in una nuova e più profonda “crisi” di dipendenza dall’altro.

 

Alla luce di quanto esposto, i casi reali di dipendenza affettiva sono meno frequenti di quanto crediamo. Esistono certamente molte “sfumature di grigio”, che vanno da un comportamento relazionale francamente dipendente a relazioni in cui prevalgono alcuni aspetti disfunzionali senza che si possa tuttavia parlare di una vera e propria dipendenza affettiva.

In ogni caso, occorre stare in guardia quando, nella relazione, compaiono alcuni segnali, e rivolgersi ad un professionista che possa aiutare a non cadere nella spirale della dipendenza:

 

·        Eccessiva disponibilità a stare ai tempi e ai desideri dell’altro

·        Tendenza a mettere sempre in secondo piano impegni personali, familiari e professionali per stare con l’altro

·        Bisogno crescente e incontrollato di contatto e presenza fisica dell’altro

·        Sensazione di angoscia, abbandono o prostrazione quando l’altro è assente

·        Tendenza a mettere i propri bisogni, desideri ed interessi da parte pur di stare con l’altro

·        Episodi di intensa ansia, agitazione, paura o angoscia in seguito a conflitti, discussioni o allontanamento dell’altro

·        Tendenza a sopraffare l’altro, assumendo comportamenti persecutori, nella ricerca continua di presenza, contatto e conferme

·        Ricatti emotivi nei confronti dell’altro qualora si allontanasse – anche solo momentaneamente, finalizzati a tenerlo legato a sé o a garantirne la presenza fisica

·        Incapacità di valutare giudiziosamente e lucidamente comportamenti dell’altro evidentemente scorretti o offensivi

·        Tendenza ad accettare compromessi spiacevoli per non perdere l’altro

·        Sensazione di essere incapaci di andare avanti senza l’altra persona

·        Comparsa nel tempo di uno stato di ansia costante, o di profonda tristezza, vergogna, o paura di essere abbandonati e di perdere se stessi

·        Progressivo isolamento sociale: amici, familiari, colleghi ed altre attività vengono lentamente abbandonati per concentrarsi esclusivamente sulla relazione

·        Il tempo diventa fonte di disagio ed angoscia  quando non trascorso con l’altro

·        Sensazione di profonda solitudine

·        Perdita di autostima

·        Sensazione di euforia e completezza solo in presenza dell’altro e del suo apprezzamento

·        Incapacità a svolgere autonomamente le proprie attività come prima

·        Difficoltà di concentrazione e di attenzione

·        Modificazioni del comportamento alimentare e del sonno

·        Comparsa di comportamenti e pensieri ossessivi incentrati su tematiche di controllo dell’altro (anche attraverso ripetuti messaggini, controlli della bacheca di Facebook, dell’ultimo collegamento su Whatsapp ecc.)

·        Difficoltà a controllare il proprio comportamento e le proprie manifestazioni emotive (scoppi di ira, crisi di pianto o disperazione, attacchi di panico…)

·        Tendenza ad occupare l’intera giornata con pensieri relativi all’altro e a come fare per garantirsi di trascorrere più tempo insieme

·        Reazioni aggressive o estremamente vaghe alle domande e alle osservazioni di amici e familiari che si accorgono che qualcosa non va

·        Tendenza ad evitare amici e familiari che hanno capito il nostro problema, pur di non mettere in discussione la relazione

 I segni che ho elencato non sono certamente esaustivi, ed ognuno può manifestarne di diversi e più specifici. La cosa importante è comprendere che la presenza di più fattori quali quelli che ho elencato, potrebbe indicare che si sta scivolando un una spirale pericolosa che non porterà a nulla di buono, ed agire prontamente consultando uno specialista e ricordando a se stessi alcuni punti principali:

 

·        confrontarsi con un professionista, se si ha il dubbio di stare scivolando nella spirale della dipendenza.

·        restare fedeli ai propri impegni e ai propri interessi poiché questa fedeltà, nel tempo, è in grado di garantire il giusto senso di stabilità ed autonomia.

·        trascorrere del tempo con amici, colleghi e familiari: questo permetterà di mantenere una sana rete relazionale in grado di fornire supporto, gratificazione e momenti piacevoli indipendentemente e al di fuori della relazione.

·        continuare ad impegnarsi nel lavoro: questo permette di restare con i piedi ben piantati a terra e di ottenere gratificazioni personali e riconoscimenti non legati alla relazione.

·        organizzare le proprie attività indipendentemente dall’altro, senza aspettare che si faccia vivo/viva per vederci.

·        tenere sempre a mente che la convinzione di non potercela fare da soli è appunto SOLO UNA CONVINZIONE e non necessariamente un dato di fatto.

·        smettere di colpevolizzarsi per ogni malumore dell’altro o per ogni cosa che non va come vorreste

·        smettere di credere di doverlo cambiare, aiutare, comprendere, supportare a tutti i costi.

·        esprimere con educazione e fermezza i propri interessi e punti di vista senza temere di venire abbandonati per questo: l’altra persona probabilmente avrà anche maggiore stima di chi sa farsi rispettare.

·        Imparare a dire di NO quando è no. Cedere indiscriminatamente solo per avere accanto qualcuno è sbagliato poiché nel tempo fa sentire incapaci, insicuri e insoddisfatti e mina l’autostima dalle radici.

·        Imparare a capire quando si fa qualcosa per il piacere di farla piuttosto che per la paura di essere abbandonati, e cercare quindi di limitare i comportamenti legati all’evitamento di un presunto abbandono. Infatti, questi ultimi, non solo non garantiranno la presenza dell’altra persona, ma renderanno anche un cattivo servizio alla propria autostima.

·        Amore non vuol dire reciproca dipendenza ne’ fusione. Mantenere separati alcuni spazi è estremamente salutare per il rapporto, e per il proprio equilibrio e benessere emotivo.

·        Fare un corso di yoga o meditazione per aumentare la capacità di consapevolezza dei propri pensieri automatici, delle proprie emozioni e delle proprie aspettative. Ma anche per aumentare il contatto con il sé profondo e favorire un maggiore senso di integrità ed equilibrio.

 

ARTICOLI CORRELATI: Via i sensi di colpa in 10 mosse; Dire basta alla dipendenza affettiva; I dipendenti affettivi; Tanti amori  e lo stesso errore? Sei un dipendente affettivo?

 

Letture consigliate

·        Giddens A., “The transformation of intimacy: sexuality, love and eroticism”. Cambridge: Polity press; 1992

·        Caretti e La Barbera: “Le dipendenze patologiche, clinica e psicopatologia”. Raffaello Cortina

·        Miller D., “Donne che si fanno male”. Feltrinelli

·        Norwood R., “Donne che amano troppo”

·        Albano T., Gulimanoska L., “In-Dipendenza: un percorso verso l’autonomia”. Vol.

Manuale sugli aspetti eziopatogenetici, clinici e psicopatologici delle dipendenze”. FrancoAngeli

·        Guerreschi C., "New addictions. Le nuove dipendenze". Edizioni San Paolo

·        Harriet G. Lerner, "La danza della rabbia". Edizioni Corbaccio

·        Harriet G. Lerner, "The dance of Intimacy"

·        Krishnananda e Amana, “A tu per tu con la paura”, Feltrinelli

·        Krishnananda e Amana “Fiducia e Sfiducia”, Feltrinelli

·        "dire basta alla dipendenza affettiva" di Marie-Chantal Deetjens

·        "la dipendenza affetiva" di Daniel Piétro

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PIU’ FELICI CON IL METODO “DARE”  

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Nel precedente articolo ho parlato di quelli che rappresentano gli ostacoli più comuni e frequenti che ci impediscono di raggiungere un obiettivo cui teniamo e che, in generale, sono in grado di influenzare in maniera negativa le nostra vita, provocandoci disagio e blocchi legati alla paura, all’ansia e alla tendenza a confondere i nostri pensieri con dati di fatto.

 

Questi elementi disfunzionali si raccolgono nell’acronimo FIFA:

F = Fusione (prendere per dati di fatto – fonderci con -  le cose che la nostra mente ci racconta di continuo, i nostri pensieri negativi, le nostre paure irrazionali ecc.)

I = Irrealizzabili aspettative (porsi obiettivi eccessivi o inadatti alle proprie possibilità: ad esempio occorrono troppo denaro o tempo o supporto esterno; non avete la forza fisica o le abilità per realizzarli o semplicemente si tratta di obiettivi irrealistici ed eccessivi)

F = Fuga dal disagio (incapacità di fare spazio ed accogliere il disagio che inevitabilmente una sfida porta con sé: ansia, paura del fallimento e frustrazione)

A = Allontanamento dai propri valori (perdita di contatto con i propri valori, dimenticare ciò che davvero conta o il significato profondo dei nostri obiettivi)

 

In questo articolo voglio approfondire il metodo DARE, che può rappresentare un buon antidoto ai disagi psicologici che ci bloccano nel perseguimento dei nostri obiettivi.  L'acronimo indica alcune tecniche utili per superare blocchi psicologici, ansie e timori irrazionali che rendono difficile restare sereni ed aperti alle esperienze e al cambiamento. DARE è l’acronimo di:


D = Defusione. Prendete le distanze dai vostri pensieri e paure irrazionali, ed osservateli come si osserva un quadro: non li confondete con la realtà e non vi identificate con essi. Potete sempre pensare una cosa diversa e più costruttiva!

A = Accettazione del disagio. Imparate a stare con il disagio che inevitabilmente fa parte della vita e delle sfide: imparate ad accogliere la paura di fallire, la frustrazione e l’ansia che ogni sfida porta con sé se volete raggiungere il vostro obiettivo.

R = Realismo degli obiettivi. Ponetevi obiettivi concretamente realizzabili e alla portata delle vostre possibilità: economiche, geografiche, fisiche, intellettuali e di tempo.

E = Entrare in contatto con i propri valori profondi. Contattate il vostro Sé profondo, i vostri valori, il significato vero che quell'obiettivo rappresenta per voi. Potreste anche accorgervi che non vi interessa più, o che non risponde più ai vostri criteri di valore.

 

1) DEFUSIONE. È il processo attraverso il quale prendiamo le distanze emotive  dai pensieri negativi, dai giudizi, dalle valutazioni e dalle convinzioni irrazionali che spesso scambiamo per unica e assoluta realtà di fatto, e che ci provocano disagio psicologico.

Prendere le distanze emotive ci permette di rompere l’associazione tra pensiero, affermazione o convinzione e l’emozione  negativa che queste ci provocano. Ci aiuta a vedere le cose dal di fuori, senza lasciarcene coinvolgere e influenzare negativamente. Ci aiuta a comprendere che non dobbiamo necessariamente identificarci con tutto quello che ci dice la mente, e che possiamo ancora scegliere un modo di vedere le cose ed il mondo più sano e costruttivo. Le tecniche di defusione sono molte, e prevedono esercizi a voce alta, l’utilizzo di visualizzazioni o pratiche di attenzione sul respiro (come nella Mindfulness).

Di seguito alcuni esercizi (Fonte: “Smetti di soffrire, inizia a vivere”, di Steven C. Hayes):

 

·       Radio cattive notizie: immagina che la tua mente negativa sia una stazione radio che trasmette solo cattive notizie 24 ore su 24, e ogni volta che hai un pensiero negativo prova a dire “questa è radio cattive notizie! 24 ore su 24 solo brutte notizie Tutto il tempo! Notizia flash: (pronuncia il tuo nome) è una persona cattiva/sciocca/stupida/incapace (quello che ti dici più spesso), una persona che pensa di non essere così (buona, bella, brava, intelligente ecc…) come dovrebbe! Ulteriori aggiornamenti tra un’ora!”

·       Dillo con voce diversa: dì il tuo pensiero negativo a voce alta, usando una voce alterata, che sia buffa o insolita . Ad esempio al rallentatore o veloce come quella di paperino nei cartoni animati. Lo scopo è di farti capire che si tratta solo di pensieri, e che ciò che fai di loro dipende da te.

·       Mostri sull’autobus: tratta i tuoi pensieri come dei mostri che sono saliti sull’autobus che stai guidando: vedi se riesci a buttarli giù e a liberartene invece di fare quello che ti impongono loro!

·       Credere ai pensieri: usa un linguaggio attivo per distinguere tra i pensieri negativi che semplicemente ti vengono in mente e quelli a cui invece credi. Per esempio: “forse sto credendo al pensiero che sono un incapace”

·       Esci dai tuoi “ma”: sostituisci gli usi autoreferenziali di “MA “ con “E”: ad esempio quando ti dici “voglio dare questo esame MA ho paura di fallire” prova a sostituirlo con “voglio dare questo esame E ho paura di fallire”. Questo ti permetterà di fare comunque ciò che per te ha valore, nonostante la paura in questo caso, in maniera da capire che puoi fare le cose nonostante ansia e timori.

·       Meditazione sul respiro: è una tecnica di Mindfulness (consapevolezza del momento presente non giudicante ed accogliente), della quale parlerò estesamente in seguito.

 

2) ACCETTAZIONE DEL DISAGIO. Imparare ad accogliere e stare con le emozioni spiacevoli (tristezza, ansia, paura, collera ecc.) ci permette di essere più forti. Possiamo smettere di EVITARE le molte situazioni che ci creano disagio, a tutto vantaggio di un maggiore impegno nel fare ed iniziare attività e relazioni che rappresentano per noi un valore aggiunto, un interesse importante, un passaggio fondamentale. Insomma smettere di evitare ci permette di FARE, agire e costruire e ci semplifica la vita, avvicinandoci ai nostri obiettivi. In questo caso sono davvero utili le tecniche di meditazione o rilassamento, che insegnano ad ESSERE nel momento presente, senza giudicare ciò che accade in noi e senza fuggire; semplicemente accogliendolo e osservandolo.

 

3) CONTATTARE I VALORI PROFONDI. Nel profondo di te stesso, cosa davvero conta ed è importante? Quali sono i tuoi desideri profondi? Che persona vorresti diventare? Che qualità vuoi coltivare? E come vuoi essere nelle relazioni con gli altri? E’ importante rispondere a queste domande per poter definire bene e con chiarezza i nostri veri valori, ciò che vogliamo per noi.  Scarica “l’esercizio del centro del bersaglio” per chiarire i tuoi valori ed obiettivi (Fonte: Russ Harris 2008 wwwthehappinesstrap.com)

 

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Supera gli ostacoli col metodo ANTI FIFA

Scritto da Annalisa Barbier


Sappiamo bene che il primo passo per raggiungere i propri obiettivi è DEFINIRLI. Come primo passo infatti, occorre fare chiarezza su ciò che desideriamo davvero ottenere e raggiungere nella nostra vita, su quelli che sono i valori profondi che ci guidano, sulla loro importanza all’interno della nostra vita.

Supponiamo adesso di aver già compreso e definito con chiarezza i nostri valori ed esserci posti degli obiettivi chiari e… di esserci bloccati!  Qualcosa ci ha impedito di raggiungerli, o ci sta rendendo difficile la loro realizzazione: di cosa si tratta?


Si tratta molto probabilmente della FIFA: acronimo che indica uno o più ostacoli, molto diffusi e legati ai nostri atteggiamenti mentali, che ci impediscono di portare a termine efficacemente i nostri piani e di realizzare i nostri sogni desideri.

F = Fusione (prendere per dati di fatto – fonderci con -  le cose che la nostra mente ci racconta di continuo, i nostri pensieri negativi, le nostre paure irrazionali ecc.)

I = Irrealizzabili aspettative (porsi obiettivi eccessivi o inadatti alle proprie possibilità: ad esempio occorrono troppo denaro o tempo o supporto esterno; non avete la forza fisica o le abilità per realizzarli o semplicemente si tratta di obiettivi irrealistici ed eccessivi)

F = Fuga dal disagio (incapacità di fare spazio ed accogliere il disagio che inevitabilmente una sfida porta con sé: ansia, paura del fallimento e frustrazione)

A = Allontanamento dai propri valori (perdita di contatto con i propri valori, dimenticare ciò che davvero conta o il significato profondo dei nostri obiettivi)


Per comprendere meglio come intervenire se non riusciamo a raggiungere il nostro obiettivo, proviamo a rispondere a questa domanda: “COSA MI HA FERMATO O IMPEDITO NEL PERSEGUIMENTO DEL MIO OBIETTIVO?”, scrivendo le risposte nello spazio sottostante ed aumentando le righe in base al numero delle vostre risposte


1.     _______________________________________________________________

2.     _______________________________________________________________

3.     _______________________________________________________________

4.     ____________________________________________________________


Dopo aver elencato tutto ciò che vi ha impedito di raggiungere l’obiettivo in questione, tornate sulle vostre risposte ed indicate accanto ad ognuna di esse se si tratta di una risposta appartenente ad F1 (fusione con pensieri, paure irrazionali, come ad es. “non ce la farò mai” oppure “non sono all’altezza, non me lo merito” ecc), I (se si tratta di aspettative irrealizzabili ed eccessive), F2 (se sono impedimenti legati all’incapacità di tollerare il disagio della sfida e dell’impegno) oppure A (se si tratta di ostacoli legati alla distrazione, alla perdita di contatto con i vostri valori profondi o col significato del vostro obiettivo).

 

Fatto? Bene: ora si tratta di applicare l’antidoto alla FIFA, un antidoto potente ed efficace che si chiama DARE. Si tratta anche stavolta di un acronimo:


D = Defusione. Prendete le distanze dai vostri pensieri e paure irrazionali, ed osservateli come si osserva un quadro: non li confondete con la realtà e non vi identificate con essi. Potete sempre pensare una cosa diversa e più costruttiva!

A = Accettazione del disagio. Imparate a stare con il disagio che inevitabilmente fa parte della vita e delle sfide: imparate ad accogliere la paura di fallire, la frustrazione e l’ansia che ogni sfida porta con sé se volete raggiungere il vostro obiettivo.

R = Realismo degli obiettivi. Ponetevi obiettivi concretamente realizzabili e alla portata delle vostre possibilità: economiche, geografiche, fisiche, intellettuali e di tempo.

E = Entrare in contatto con i propri valori profondi. Contattate il vostro Sé profondo, i vostri valori, il significato vero che quell’obiettivo rappresenta per voi. Potreste anche accorgervi che non vi interessa più, o che non risponde più ai vostri criteri di valore.

Nel mio prossimo articolo, vi spiegherò delle tecniche specifiche per applicare efficacemente il metodo del “DARE”.

 

Articoli correlati: Correggere i pensieri negativi; Le 4 must-urbazioni mentali più dannose; 12 modi di pensare sano; Le convinzioni che ci complicano la vita; Accettare il sintomo è il primo passo.


(riferimento bibliografico: “La trappola della felicità” di Russ Harris, 2008)

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LA MENTE È LEGATA AL TEMPO

"Ogni negatività è causata da un accumulo di tempo psicologico e dalla negazione del presente. Disagio, ansia, tensione, stress, preoccupazione. Tutte forme di paura sono causate da un eccesso di futuro e da un’insufficienza di presente. Senso di colpa, rimorso, risentimento, rancore, tristezza, amarezza e ogni forma di mancato perdono sono causati da un eccesso di passato e da una insufficienza di presente. In definitiva vi è un solo problema: la mente legata al tempo.

....

Il dolore che voi create adesso è sempre qualche forma di non accettazione, qualche forma di resistenza inconsapevole a ciò che esiste. A livello del pensiero, la resistenza è una qualche forma di giudizio. A livello emozionale, è una qualche forma di negatività.

L’intensità del dolore dipende dal grado di resistenza al momento presente, e questo a sua volta dipende dalla forza con cui vi identificate con la vostra mente.

La mente cerca sempre di negare l’adesso e di sfuggirlo. In altri termini, più voi vi identificate con la vostra mente, più soffrite. Oppure possiamo metterla così: più siete in grado di onorare e di accettare l’Adesso, più siete liberi dal dolore, dalla sofferenza, nonché liberi dalla mente egoica."

Eckhart Tolle

COME CORREGGERE I PENSIERI NEGATIVI

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Negli anni Cinquanta, in seguito ad una lunga esperienza come psicoanalista, lo psicoterapeuta Alber Ellis comprese che la psicoanalisi era un metodo difficoltoso, lungo e non abbastanza  efficace nel trattare molte forme di nevrosi e disagio psicologico.

 

Ideò quindi la sua famosa RET (Rational Emotive Therapy) che tutt'oggi rappresenta la base di molte tecniche di terapia cognitiva.

Insieme a Beck (e ad Epitteto molti anni prima di lui), Ellis ha intuito che IL NOSTRO MODO DI PENSARE INFLUENZA LE NOSTRE EMOZIONI, quindi il nostro stato d’animo e i nostri comportamenti.

Per dirla con le parole di Epitteto:“Non sono gli eventi ma il nostro punto di vista riguardante gli eventi che è il fattore determinante. Dovremmo essere più preoccupati di rimuovere i pensieri sbagliati dalla mente che rimuovere gli ascessi e i tumori dal corpo”.

 

In questo contesto, il disagio viene considerato come l’effetto di una serie di convinzioni “irrazionali, cioè basate su errori formali di ragionamento e su errori logici; queste convinzioni irrazionali inducono aspettative irrealistiche che a loro volta provocano emozioni dolorose ed eccessive (ansia, rabbia, depressione, disperazione, angoscia…), e portano ad agire o reagire agli eventi in modo dannoso. Ne sono un esempio le distorsioni cognitive, di cui parlo nel mio precedente articolo. Una volta imparato a identificare i pensieri e le convinzioni irrazionali responsabili dei nostri problemi psicologici (rabbia, ansia, depressione…) cosa  possiamo fare per stare meglio?

Li possiamo METTERE IN DISCUSSIONE, riflettendo in modo logico sulle affermazioni che facciamo e su quanto esse siano davvero basate sulla realtà! In effetti, l’idea che se sbaglieremo un esame accadrà qualcosa di davvero terribile ed intollerabile, a ben guardare, è irrealistica: potremo sentirci tristi o delusi per non averlo superato, ma verosimilmente la nostra sopravvivenza non verrà messa a rischio, e la nostra vita continuerà. Insomma non moriremo per questo, né amici e fidanzati ci abbandoneranno!

Quando si parte affermando di DOVERE a tutti i costi ottenere la tal cosa o evitare assolutamente la tal altra, si arriva facilmente a ad una visione catastrofica del mancato risultato e da questa ad uno stato d’animo a dir poco negativo.  Quindi è importante mettere in discussione certe affermazioni che siamo soliti fare in modo automatico, che sono irrealistiche e contengono doverizzazioni assolute. Di seguito ecco un esercizio che potete fare per imparare a mettere in discussione le vostre convinzioni irrazionali.

 

METTERE IN DISCUSSIONE LE CONVINZIONI IRRAZIONALI

Dedicatevi un po’ di tempo per fare questo esercizio con calma e concentrazione.

1.      Portate alla mente uno o più episodi in cui recentemente, vi siete sentiti turbati (arrabbiati, depressi, ostili o ansiosi ecc.…) o vi siete comportati in modo irragionevole e metteteli per iscritto. Ecco alcuni esempi:

  • qualcuno vi ha detto o fatto qualcosa per cui vi siete arrabbiati così  tanto che avreste potuto usare la violenza;
  • non siete riusciti a seguire il vostro programma di ginnastica o studio e vi siete arrabbiati con voi stessi;
  • avevate deciso di smettere di fumare e non ci siete riusciti;
  • vi siete sentiti depressi e falliti perché non avete superato un esame o un colloquio di lavoro;
  • non avete preso l’ascensore ed avete fatto 10 piani a piedi per la vostra claustrofobia;
  • vi siete sentiti abbattuti dal fatto che non riuscite a perdere peso;
  • il/la vostro/a  partner vi ha criticato e vi siete sentiti profondamente umiliati o depressi

2. Ora rileggeteli con calma, e partite dal presupposto che le emozioni dolorose o i comportamenti inadeguati sono stati il risultato di una delle vostre doverizzazioni irrazionali (es. devo sempre ottenere l’approvazione degli altri, altrimenti sarà terribile e  non lo potrò sopportare).

3. IDENTIFICATE  LE DOVERIZZAZIONI sottostanti i singoli episodi che avete indicato. Ad esempio: “La persona che mi ha tagliato la strada in macchina NON AVREBBE ASSOLUTAMENTE DOVUTO farlo! Come si è permessa di farlo a me? Non ci si DEVE mai comportare così, deve essere punito!”, oppure “Il mio ragazzo NON AVREBBE MAI DOVUTO parlarmi in questo modo. E’ terribile che si comporti così con me”, o ancora “AVREI DOVUTO A TUTTI I COSTI  seguire il mio programma di studio/ginnastica settimanale; è terribile e intollerabile che non sia riuscito a farlo”; ecc…

4. IDENTIFICATE ORA LE CONVINZIONI IRRAZIONALI che le accompagnano. Ad esempio:

a)      Catastrofizzazione: “Il mio partner  NON AVREBBE MAI DOVUTO mentirmi in questo modo. E’ davvero terribile che si comporti così con me”;

b)      Insopportabilità: “Non riesco a sopportare che i miei amici, che ho aiutato in precedenza, si rivolgano a me criticandomi in questo modo, NON DOVREBBERO ASSOLUTAMENTE comportarsi così. Non tollero l’ingratitudine”

c)      Perfezione e grandiosità: “devo essere sempre una persona speciale e in gamba in ciò che faccio, se non lo sono allora vuol dire che sono un fallimento, merito di non combinare nulla di buono”

d)      Sentimenti di inutilità: “non sono riuscita a superare l’esame cui tenevo così tanto, e AVREI DOVUTO SUPERARLO ALLA GRANDE; quindi sono una perfetta nullità”

e)      Convinzioni assolutistiche: “se non sono riuscito a superare la paura dell’ascensore nemmeno questa volta, e AVREI DOVUTO SUPERARLA, allora vuol dire che non la supererò mai e resterò in balia di essa per sempre”

f)       Demerito e autocondanna: “visto che mi sono comportato male con il io vicino di casa, e NON AVREI DOVUTO AGIRE in questo modo scorretto, ho dimostrato di essere una persona malvagia e sbagliata che merita una punizione per questo”

 

5. METTETE IN DISCUSSIONE LE VOSTRE CONVINZIONI IRRAZIONALI: per fare questo, avvaletevi di una serie di domande “scientifiche”, volte a verificare se la convinzione in questione è verosimile, realistica e corretta dal punto di vista logico oppure se riflette solamente un pensiero irrazionale. Ecco alcune domande indicate dallo stesso Ellis:

a.      Perché questa convinzione non è vera? Perché non corrisponde alla realtà?

b.      Dove è la prova assoluta che le mie convinzioni irrazionali sono vere? Quali sono i fatti che le supportano?

c.       Dove sta scritto che le mie convinzioni irrazionali sono vere? Chi dice che debbano esistere nella realtà?

d.      In che modo posso sostenere queste convinzioni irrazionali? Come posso dimostrarne la validità concreta?

e.      È possibile confutare le mie convinzioni irrazionali? In che modo le posso invalidare?

f.        A cosa andrò incontro e che risultati otterrò se continuerò a considerare vere queste convinzioni irrazionali e a seguirle? Quali vantaggi e svantaggi ne potrò avere?

g.      Posso smettere di seguire le mie convinzioni irrazionali?

h.      Posso scegliere di non credere più alle mie convinzioni irrazionali?

Ricordate di mettere tutto per iscritto, anche tutte le risposte e le confutazioni che avete fatto attraverso la fase D di discussione delle convinzioni irrazionali. Sforzatevi di dare una risposta logica e realistica alle domande elencate per ognuna delle vostre convinzioni finché non riuscirete a renderle fragili e meno credibili, e a sostituirle con affermazioni meno rigide e più razionali. Dovreste riuscire a sostituire i DEVO con i DESIDERO, e smettere di temere che si possano verificare conseguenze fatali e insopportabili. Fate l’esercizio di mettere in discussione le vostre convinzioni irrazionali ogni volta che siete preda di emozioni forti come ansia, rabbia, ostilità o eccessiva tristezza e abbattimento.

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ESEMPIO: “Non riesco a sopportare che i miei amici, che ho aiutato in precedenza, si rivolgano a me criticandomi in questo modo, NON DOVREBBERO ASSOLUTAMENTE comportarsi così. Non tollero l’ingratitudine”.

Domanda: “perché la mia convinzione irrazionale che le persone NON DEVONO ESSERE MAI INGRATE non è vera? Perché le persone ingrate on dovrebbero comportarsi mai in questo modo  e perché è così terribile se lo fanno?”

Risposta: “in verità non c’è ragione per cui essi non dovrebbero essere ingrati, anche se sarebbe auspicabile che non lo fossero. A dire il vero in effetti, se sono inclini all’ingratitudine è normale che lo manifestino, perché questa è la loro tendenza. E se sono ingrati con me, non posso dire che sia una cosa terribile e insopportabile. E’ spiacevole certamente, ma posso continuare vivere anche se esistono persone di questo tipo e posso anche essere felice nonostante loro”.

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LE 4 MUST-URBAZIONI  MENTALI PIU' DANNOSE

Articolo della Dott.ssa Annalisa Barbier


Quante volte ci siamo arrabbiati, offesi, rattristati o preoccupati in seguito al comportamento dei nostri amici, colleghi, partner, vicini di casa o anche semplici  sconosciuti? 

Sono certa che potremmo elencare una  lunga serie di episodi  in cui ci siamo sentiti a disagio o abbiamo sperimentato emozioni e sentimenti  dolorosi.  Normalmente, in seguito ad un evento spiacevole, reagiamo prendendocela con le avversità della vita, con il caso, con il vicino irrispettoso o il partner insensibile senza fermarci a riflettere se davvero la colpa di come ci sentiamo è tutta dell’altro, o del caso avverso; chi non ricorda almeno un episodio in cui si è davvero arrabbiato con l’ennesimo automobilista prepotente che ha tagliato la strada?

Agiamo spesso  “d’istinto”: arrabbiandoci o sentendoci  tristi e impotenti, ansiosi o preoccupati, dando per scontato che tali emozioni siano inevitabili per noi e che non c’è nulla da fare se il destino ci è avverso, se il nostro partner ci delude o se il vicino di casa fa troppo rumore.

Nel caso dell’automobilista che ci taglia la strada, potremmo pensare che l’alternativa ad una sonora arrabbiatura (ben comunicata con gestacci e male parole), possa essere solamente l’esercizio di una cristiana quanto improbabile pazienza, un passivo “porgere l’altra guancia” che però,  per molti di noi, suona difficilmente praticabile.

Ma questa dicotomica rappresentazione dei fatti tuttavia non corrisponde esattamente alla realtà.

Esiste infatti una “terza via” un tertium non datur che non siamo abituati a valutare e che potrebbe esserci di grande aiuto nel migliorare la qualità delle nostre emozioni , delle nostre relazioni interpersonali e quindi, della nostra vita in generale: si tratta di IMPARARE A IDENTIFICARE CERTE NOSTRE CONVINZIONI E CERTI NOSTRI MODI AUTOMATICI DI GIUDICARE CIÒ CHE ACCADE PER POTERLI MODIFICARE.

 Dal comportamento del partner a quello dell’automobilista sconosciuto, dai contrattempi della vita quotidiana alle difficoltà di lavoro, tutto quello che ci succede è sottoposto al vaglio attento delle nostre convinzioni, che rappresentano il modo in cui diamo significato e giudichiamo  relazioni, persone ed eventi.

Lo psicologo e psicoterapeuta Albert Ellis, che fondò negli anni Cinquanta la celeberrima REBT (Rational Emotive Behavior Therapy), afferma che alla base del nostro modo di reagire agli eventi si trovano delle CONVINZIONI, che distingue in razionali o irrazionali a seconda della capacità di produrre effetti costruttivi o distruttivi: si tratta di una serie di principi cui ci affidiamo per dare giudizi e valutare persone ed eventi. Molte di queste convinzioni, di ciò che consideriamo “buono” o “cattivo”, “giusto” o “sbagliato”,  non sono completamente nostre e non riflettono l’esito di una consapevole riflessione: le abbiamo assorbite automaticamente attraverso la famiglia, la scuola e in generale l’intero sistema socioculturale cui apparteniamo. Queste convinzioni guidano in modo automatico le nostre scelte, i nostri giudizi e il modo in cui ci comportiamo e reagiamo agli eventi.

Sono quindi DECISIVE NEL PROVOCARE IN NOI SENTIMENTI INADEGUATI. Queste convinzioni sono basate a loro volta su alcune affermazioni distorte, come esagerazioni della gravità di ciò che è accaduto, attribuzione di caratteristiche di permanenza e ripetitività non realistiche all’accaduto (succederà sempre così, non cambierà mai, non ce la farò mai ecc…) o affermazioni del tipo “non deve accadere”, “devo assolutamente fare questa cosa bene/o evitare di fallire” ecc…

RIASSUMENDO: le nostre REAZIONI DISTURBATE (rabbia, depressione, panico) ALLE AVVERSITÀ’ (comportamenti altrui, ostacoli o contrattempi) sono legate alle CONVINZIONI IRRAZIONALI che Ellis ha identificato e raccolto in tre maggiori categorie, in base ai sentimenti che provocano:

  • RABBIA E OSTILITÀ’ (di solito si tratta di convinzioni relative al comportamento altrui) = es. “gli altri devono sempre trattarmi con rispetto e gentilezza”
  • ANSIA E DEPRESSIONE (derivanti dalle convinzioni irrazionali che riguardano se stessi) = es. “DEVO ASSOLUTAMENTE fare bene per avere l’approvazione delle persone a cui tengo”
  • DEPRESSIONE E BASSA TOLLERANZA ALLA FRUSTRAZIONE = es. “le cose DEVONO ASSOLUTAMENTE andare come voglio io” oppure “DEVO ASSOLUTAMENTE ottenere subito la tale cosa”.

Sono queste affermazioni –inconsapevoli ed automatiche – a provocare in noi sentimenti spiacevoli e- come direbbe Ellis - inappropriati in quanto eccessivi rispetto alla realtà (depressione, panico, rabbia, autocommiserazione o intolleranza alla frustrazione). Ad esempio, sempre tornando all’esempio dell’automobilista maleducato, potremmo pensare: “E’ assolutamente intollerabile che la gente si comporti così”, oppure “la gente non deve assolutamente comportarsi in modo prepotente!” o ancora “dato che si comporta così deve essere una pessima persona e quindi deve essere punito” e così via… ovvio che tali affermazioni faranno montare una rabbia cieca dentro di noi e ci spingeranno probabilmente ad offendere e inveire contro l’oggetto di tanta rabbia, con effetti anche drammatici!

Ellis chiama queste doverizzazioni must-urbations (dall’inglese “must” = devo) traducibili nell’italiano must-urbazioni e le considera la base di tutte le nevrosi umane! Le persone che si “must-urbano” traggono di loro pensieri alcune considerazioni logiche e deleterie:

1)   Catastrofizzazione: “E’ intollerabile quanto io stia sbagliando (dato che DEVO SEMPRE fare di meglio); oppure “E’ terribile che mi trattino male (dato che la gente DEVE ASSOLUTAMENTE portarmi sempre rispetto)” ecc

2)     Intolleranza: “quando le cose non vanno come voglio io (e DEVONO SEMPRE andare come desidero) non lo posso sopportare”, oppure “quando mi parli  alzando la voce (e NON DEVI ASSOLUTAMENTE farlo) è per me inammissibile”, ecc

3)  Colpevolizzazione: “quando mi comporto male (e NON DEVO MAI farlo) sono una persona disgustosa e cattiva e merito di soffrire” oppure “quando ti comporti male (E NON DEVI ASSOLUTAMENTE FARLO, sei una vera carogna” ecc

4) Ipergeneralizzazione: “se fallisco un obiettivo importante (e NON DEVO ASSOLUTAMENTE FALLIRE)  allora sarò sempre un fallito e non combinerò mai niente di buono”, oppure “se mi tratti ingiustamente (E NON DEVI MAI FARLO) allora vuol dire che lo continuerai a fare sempre” ecc.

Imparare a DISTINGUERE  e METTERE TENACEMENTE in discussione queste convinzioni rappresenta un valido strumento per interrompere il circolo vizioso dei sentimenti negativi inadeguati e dei comportamenti spiacevoli e controproducenti che mettiamo in atto, spesso peggiorando le cose. Perché se le nostre convinzioni ci fanno credere che sia assolutamente ingiusto, intollerabile e terribilmente cattivo che accada una certa cosa (si tratta di solito di eventi che accadono spesso, <come discussioni, piccoli dispetti, ingiustizie ed errori ecc…), ci sentiremo di conseguenza depressi, profondamente arrabbiati ed ostili,m o estremamente spaventati e questi sentimenti ci porteranno ad agire in modo distruttivo.

Nel caso della depressione infatti saremo talmente abbattuti che abbandoneremo ogni ulteriore tentativo  o ci isoleremo, accentuando la convinzione di essere impotenti o incapaci; nel caso dell’estrema ansia e panico, la paura e l’agitazione ci renderanno incapaci di agire in modo costruttivo e adeguato agli eventi, peggiorando le cose e confermandoci che siamo incapaci o fuori controllo, mentre nel caso della rabbia e dell’ostilità ci comporteremo probabilmente in modo aggressivo e scortese, provocando negli altri reazioni simili verso di noi e perpetrando quindi il circolo vizioso secondo il quale gli altri ci trattano con poco rispetto!

CONCLUDENDO

Occorre porre grande attenzione alle convinzioni che abbiamo su certe cose: ad esempio quelle che più spesso ci fanno arrabbiare, preoccupare o sentire molto giù, perché modificando queste convinzioni – di molto o di un poco –  potremo essere in grado di affrontare in modo migliore e meno doloroso e distruttivo le situazioni difficili che inevitabilmente la vita ci pone innanzi.

Soprattutto fare attenzione a tutti quei pensieri e quelle affermazioni che esprimono concetti di 

DOVERIZZAZIONI (es. "devo assolutamente fare sempre bene")

INSOPPORTABILITÀ' (es. "non posso assolutamente sopportare che mi parli in questo modo" oppure "non posso tollerare gli inconvenienti")

PENSIERI CATASTROFICI (es. "e' terribile che accada questa cosa - che mi comporti in questo modo")

BISOGNI ASSOLUTI (es. "è necessario e vitale per me che le cose vadano come voglio io/ che raggiunga questo obiettivo")

IPERGENERALIZZAZIONI (es. "se mi tratta così una volta, lo farà sempre" oppure "se non ci sono riuscito ora, non riuscirò mai a portare a termine la tal cosa")


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QUANDO A NATALE CI SI SENTE TRISTI

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10 passi per superare indenni il Natale


 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

  1. Imparare a dire di “no”, declinando gli inviti se non si ha voglia di partecipare: non c’è nulla di peggio che forzarsi a stare tra persone con cui non si ha voglia di stare. Soprattutto a Natale.

  2. Riappropriarsi della propria interiorità ed ascoltare le proprie emozioni:  imparare a vivere la solitudine come un’opportunità di riflessione e contatto interiore

  3. Permettere a se stessi di sentirsi tristi e malinconici senza combattere queste emozioni: a Natale è normale provare certe emozioni lottare contro di esse peggiorerebbe la situazione

  4. Organizzare il proprio tempo ricordando di non avere il dono dell’ubiquità: quindi meno impegni ma scelti

  5. Mantenere il solito stile di vita (sonno, uscite, alimentazione, consumo di alcol ecc.) di sempre

  6. Evitare gli eccessi: di cibo, di alcolici, di spese e di impegni

  7. Fare regolarmente attività fisica, possibilmente all’aria aperta: passeggiare molto, soprattutto nelle ore, di luce è un toccasana per il corpo e per lo spirito

  8. Nel fare i doni stabilire un budget e delle priorità

  9. Ricordarsi di dedicare il tempo delle vacanze principalmente al riposo

  10.   Dedicarsi a chi ha bisogno del nostro aiuto: occuparsi di qualcun altro donando il proprio tempo e il proprio affetto a chi è solo, è la cura migliore contro ogni tristezza.

MA SOPRATTUTTO RICORDARE SEMPRE DI ESSERE

GRATI PER CIO’ CHE SI HA

 

Anche se si sta attraversando un momento difficile, cercare di mantenere l’attenzione sugli aspetti positivi della propria vita e sui progetti che si desidera realizzare.

Guardare indietro al passato, o indugiare in un atteggiamento pessimista di autocompatimento, non sono di nessun aiuto per sentirsi meglio: piuttosto occorre vivere il presente con la consapevolezza di ogni istante, godendo di nuovo delle piccole cose che abbiamo intorno e che troppo spesso si danno per scontate.

 

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10 CONSIGLI PER TORNARE IN FORMA DOPO LE FESTE

Scritto da:  Annalisa Barbier

 

Le feste, si sa, ci portano spesso a mangiare più del dovuto: pranzi e cene a casa di amici e parenti infatti non sempre si accordano con un regime alimentare sano e leggero!

Il risultato è che ci si può ritrovare a Gennaio con qualche chilo in più, ed appesantiti non soltanto dal punto di vista del peso corporeo ma anche da quello della salute: i cibi pesanti e le grandi mangiate infatti, possono creare disagio a tutto l'organismo, rappresentando un sovraccarico di lavoro del quale risentono anche stomaco, intestino e fegato!

 

COSA FARE ALLORA?

Ecco di seguito 10 semplici consigli da seguire per ritrovare la forma perduta o raggiungere la forma fisica desiderata: ricordate che occorrono pazienza e costanza ma che i risultati vi permetteranno di riguadagnare BENESSERE e  AUTOSTIMA!

  1. FARE LA LISTA DELLA SPESA: avere una lista precisa di ciò che vi serve davvero vi permetterà di non acquistare alimenti non necessari o addirittura "dannosi" per la vostra dieta.
  2. FARE LA SPESA A STOMACO PIENO: non andate al supermercato affamati o rischierete di mettere nel carrello tutti quegli alimenti ai quali invece dovete fare attenzione! Fare la spesa a stomaco pieno infatti, vi permetterà di acquistare lucidamente solo ciò che avrete inserito nella vostra LISTA DELLA SPESA.
  3. RIDURRE O ELIMINARE I SEGUENTI ALIMENTI: alcolici e superalcolici, grassi animali (burro, lardo, strutto), margarina, dolciumi e merendine, alimenti conservati, sughi e fritture, bibite gassate, carni rosse e insaccati, formaggi molto grassi, alimenti raffinati (preferite quelli integrali).
  4. CONSUMARE I SEGUENTI ALIMENTI: frutta e verdura di stagione, cereali integrali, sostituire qualche volta le carni rosse con i legumi (se non siete allergici) e preferire ad esse le carni bianche, grassi vegetali come l'olio extravergine di oliva, semi oleosi e frutta secca, pesce.
  5. FARE ATTIVITÀ' FISICA REGOLARE: dedicatevi a svolgere esercizio fisico aerobico almeno 3 volte alla settimana. Può trattarsi di nuotare, camminare o pedalare per almeno 45 minuti senza interruzione, mantenendo un'andatura moderata e sostenibile. Questo vi permetterà di aumentare il metabolismo e bruciare calorie, eliminare le scorie, abbassare i livelli di colesterolo "cattivo" e tenere allenato il vostro sistema cardiovascolare; lo sforzo iniziale sarà ripagato da tanto benessere in più!
  6. MANGIARE LENTAMENTE: mangiare lentamente permette di gustare il cibo ed assaporarlo e di percepire meglio la sazietà. Mangiare velocemente invece, impedisce di percepire il senso di sazietà rischiando di farci mangiare più del necessario.
  7. A TAVOLA SI MANGIA E BASTA: quando si mangia evitare di leggere, guardare la televisione, stare al computer o fare altro. Concentrarsi sul pasto è il modo migliore per goderselo completamente e sentirsene gratificati. Inoltre induce una digestione migliore ed uno stato d'animo più rilassato.
  8. ALZARSI DA TAVOLA APPENA TERMINATO IL PASTO: evitare di indugiare davanti alla tavola ancora imbandita o agli avanzi, per non "cadere in tentazione".
  9. CAPIRE I "MOMENTI A RISCHIO": spesso si mangia e si pilucca il cibo per noia, per sostenere il senso di frustrazione derivante dall'ansia o dalla tristezza, o per riempire un senso di vuoto interiore. Dedicarsi a identificare le motivazioni profonde che spingono a farlo più aiutare a comprendere meglio se stessi, e a decidere di tollerare la frustrazione invece di "tamponarla" col cibo.
  10. GRATIFICARSI: stabilire un programma di piccole gratificazioni da fare a se stessi quando si è seguito un comportamento corretto e rispettoso della dieta e dell'attività fisica. Può trattarsi di un piccolo acquisto (ad esempio un libro o un rossetto) o di un'attività gratificante (ad esempio andare al cinema o ad una mostra, concedersi un pomeriggio presso un centro benessere o dal parrucchiere ecc.) o qualunque cosa rappresenti un "premio" da godere per essersi presi cura della propria salute fisica!

 

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12 MODI DI PENSARE SANO

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Come ho già scritto in un precedente articolo,le distorsioni cognitive - o distorsioni logiche del pensiero - sono delle modalità di pensiero errate fondate su convinzioni irrazionali e non del tutto realistiche. Si tratta di ragionamenti automatici e molto frequenti, responsabili di creare disagi e malessere psicologico proprio perché sono RIGIDI e non sono basati su un’analisi corretta della realtà.

E’ importante imparare a sostituirle con delle alternative cognitive più sane e funzionali, che ci aiuteranno a combattere lo stress e il disagio prodotto da certi modi di pensare sbagliati.

  1. NON ENFATIZZARE IL PROBLEMA: per contrastare l’abitudine a focalizzarvi sugli aspetti difficili di un problema: A) imparate a riflettere prima di tutto su cosa potete fare per risolverlo, ci sarà sicuramente qualcosa - seppur piccola – che potete fare per aiutarne la risoluzione; B) non esagerate il problema usando un linguaggio catastrofico: non dite “è terribile” o “non ce la farò mai” oppure “è pauroso” ma piuttosto sostituite certe affermazioni automatiche con altre, come “sto esagerando, posso sicuramente farlo…” o “Se ce l’hanno fatta altri,  la posso fare anche io” o “è difficile per me ma sono in grado di farcela” ecc.

  2. BANDO AI GIUDIZI BIANCO/NERO: la vita, il mondo, le persone e noi tutti non siamo solo bravi, buoni e belli né solo cattivi, incapaci o brutti ma siamo un po’ tutte queste cose a seconda del momento e dello stato d’animo. Poiché la realtà è fatta di infinite sfumature che si succedono e si alternano, è importante imparare a ragionare in termini relativi e di percentuali: ad esempio possiamo pensare che tizio è egoista ma anche simpatico e divertente, o che un certo problema ci preoccupa relativamente poiché non tutti i suoi aspetti sono tanto gravi per noi (es. la tale cosa  mi preoccupa ma non del tutto perché il problema è legato al 60% all’aspetto economico e al 10% all’aspetto pratico).

  3. EVITARE LE GENERALIZZAZIONI ECCESSIVE: attenzione a non compiere l’errore di credere che, se una cosa è successa una volta, allora dovrà ripetersi sempre e che ciò che è vero in un caso lo sarà anche in altri anche solo lontanamente simili. Se fate l’errore di trarre questo genere di conclusioni ipergeneralizzate, provate ad esaminare la vostra conclusione usando 3 colonne: prove a favore della vostra conclusione/prove contrarie alla vostra conclusione/ conclusioni alternative possibili.

  4. EVITARE GLI ASSOLUTISMI: parole come “sempre”, “mai”, “tutto”, “niente” “tutti” o “nessuno” ecc… sono termini assolutistici che non riflettono la realtà, che invece è fatta di percentuali e sfumature, ma un modo di pensare assolutistico ed illogico. Inoltre, più pensate in modo assolutistico più rischiate di “avverare” le vostre peggiori previsioni. Se vi rendete conto di usare spesso queste parole, imparate a diventare più flessibili nei vostri giudizi e opinioni e sostituitele con parole come “Spesso”, “nella maggior parte dei casi”, “qualche volta” o “Non sempre” ecc.

  5. VERIFICARE SEMPRE LE PROPRIE CONCLUSIONI: non lasciatevi andare selvaggiamente a “leggere il pensiero” degli altri, attribuendo lor in maniera arbitraria volontà ed intenti non verificati. Piuttosto, riflettete sulla vostra conclusione e cercate di verificarne la verità e l’attendibilità. A lungo andare, attribuire ad altri conclusioni che sono solo vostre inferenze, non gioverà né a voi né ai vostri rapporti.

  6. RAGIONARE IN TERMINI DI PROBABILITA’: se tendete a catastrofizzare gli eventi aspettandovi sempre il peggio, in breve tempo diventerete stressati ed ansiosi e la vostra vita ne risentirà in peggio. Perciò, cercate di non identificarvi con la vostra paura e di mantenere un atteggiamento razionale nel valutare rischi possibili e probabili delle situazioni.

  7.  SMETTERE DI PARAGONARSI AGLI ALTRI: voi avete la vostra vita, il vostro carattere e i vostri bisogni e gli altri non possono _ per definizione -  essere il vostro termine di paragone. Concentratevi quindi su ciò che desiderate profondamente e su come fare per ottenerlo. Il resto non vi riguarda.

  8. PRENDERSI LA RESPONSABILITA’ DELLE PROPRIE SCELTE E DELLE PROPRIE AZIONI: questa è la cosa più importante da fare per prendere in mano il controllo della propria vita, e smettere di paragonarsi agli altri.

  9. ESSERE PIU TOLLERANTI E COLLABORATIVI: occorre correggere l’abitudine di pensare che le proprie idee siano più giuste, interessanti o valide di quelle altrui ed imporle. Pensare in termini di tolleranza e relatività permette di essere più elastici e rilassati con se stessi e con gli altri. Invece di pensare subito “la mia idea è più giusta si deve fare come dico io”, meglio dire “ok, vediamo se la sua idea è più utile, semplice o interessante e poi deciderò cosa fare” ecc

  10.  IMPARATE A CAPIRE COSA VOLETE E A DIRE DI NO: prendersi la responsabilità di se stessi significa anche capire cosa si vuole davvero, imparare a dire di NO di fronte a richieste indesiderate e ad affrontare le conseguenze delle proprie scelte, senza intaccare la propria autostima. Gli altri non hanno responsabilità dei nostri errori né sono automaticamente a conoscenza dei nostri bisogni e desideri se non li esprimiamo.

  11. CONCEDETEVI DI SBAGLIARE: siamo umani quindi sbagliamo. Tutti. Non è una colpa imperdonabile e non è una tragedia irrisolvibile. Un errore serve ad imparare come evitarne un altro.

  12.  SIATE FLESSIBILI: nelle regole, nei giudizi, nelle aspettative e nei  piani di azione. Se vi trovate spesso a dire a voi stessi “devo”, “dovrei”, “si deve” o “non si deve” ecc. fermatevi a riflettere sulle vostre regole e sulle vostre convinzioni assolute; imparate a sostituire certe affermazioni con altre più flessibili quali “posso” o “voglio” o “desidero”, e ricordate che i vostri valori sono del tutto soggettivi e personali e NON POSSONO essere imposti agli altri, che hanno i loro, altrettanto validi.

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Elimina i sensi di colpa in 10 mosse

 










A cura di Annalisa Barbier


1) ACCETTA LE COSE DI TE CHE TI PIACCIONO MA CHE AGLI ALTRI POTREBBERO NON PIACERE: devi essere tu ad approvarti non ricercare a tutti i costi l’approvazione degli altri

2) RICONSIDERA IL TUO SISTEMA DI VALORI, REGOLE ED ASPETTATIVE: quali sono i valori in cui davvero credi profondamente? Mantieni questi ma lascia andare gli altri, quelli magari indotti dalla società o dalla famiglia in cui però non credi davvero.

3) IMPARA A TOLLERARE IL DISAPPUNTO e la disapprovazione degli altri perché è anche  il timore di essere disapprovato che ti tiene legato ai sensi di colpa

4) Quindi mostra a tutti coloro che tentano di manipolarti con il senso di colpa che tu SEI PERFETTAMENTE IN GRADO DI SOSTENERE IL LORO DISAPPUNTO. Non potranno avere più il loro dominio emozionale su di te

5) TIENI UN DIARIO DEI SENSI DI COLPA in cui annotare tutte le volte che ti senti in colpa, specificando perché hai tale stato d’animo, e scrivendo cosa puoi fare per evitare di rifare gli stessi errori del passato.

6) Domandati COSA STAI EVITANDO CON I SENSI DI COLPA SUL PASSATO. Forse di impegnarti per agire diversamente? Di comprendere che non sei come gli altri ti vorrebbero? Di capire che i tuoi valori morali sono diversi da come credevi? Certamente stai evitando qualcosa che reputi poco piacevole o molto impegnativo: cosa è?

7) Sii consapevole che il PASSATO E’ QUALCOSA DI IMMUTABILE. Per quanto ti possa struggere non lo potrai ambiare perciò dì a te stesso: “sentirmi in colpa non cambierà le cose e non mi renderà migliore”. Quindi rimboccati le maniche e vai avanti.

8) IL SENSO DI COLPA NON CAMBIA LE COSE. Fai una lista di tutte le cattive azioni che hai commesso in passato e assegna ad ognuna un punteggio (da 1 a 10) di quanto ti fa sentire in colpa. Renditi conto che il PRESENTE RESTA IDENTICO che tu abbia ottenuto un punteggio di 100, di 10 o di un milione. 

9) IMPARA A VALUTARE IN ANTICIPO LE CONSEGUENZE DELLE TUE AZIONI e modifica il tuo comportamento di conseguenza. In tal modo agirai in maniera attiva e costruttiva invece di farti bloccare dal senso di colpa 

10) FAI DELIBERATAMENTE QUALCOSA CHE STUZZICA IL TUO SENSO DI COLPA: fatti delle vacanze da solo, o non dare la mancia per un servizio che non hai richiesto. Imparerai così ad evitare il senso di colpa e a tollerare il disappunto degli altri. 

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Le 13 (e non solo) convinzioni che ci complicano la vita

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Come ho scritto anche in alcuni miei precedenti articoli (Come funziona la Terapia Cognitiva; Come neutralizzare i pensieri negativi; l'attribuzione causale; la psicoterapia cognitivo comportamentale), la nostra mente è costantemente attraversata da centinaia di pensieri, attraverso i quali VALUTIAMO, ATTRIBUIAMO SIGNIFICATO, GIUDICHIAMO, ORDINIAMO ciò che accade e ci accade ed il modo in cui noi e gli altri ci comportiamo. 

 

Ci servono come una sorta di “guida” interpretativa  e rispondono – semplificando molto -  al bisogno di dare un senso alla realtà e prevedere gli eventi.

Si tratta di pensieri ed affermazioni veloci, concise e precise che vanno a formare il nostro “dialogo interno” e delle quali non siamo pienamente consapevoli, se non attraverso le EMOZIONI che inducono in noi.

Infatti, come ho scritto, il modo in cui interpretiamo gli eventi è responsabile delle emozioni che proviamo di fronte ad essi.

Due grandi psicologi, Albert Ellis e Aaron Beck  hanno compreso che il modo in cui interpretiamo gli eventi e noi stessi, insomma i nostri pensieri,  influenzano le nostre emozioni; né un esempio molto comune il fatto che – di fronte ad una stessa situazione esterna – persone diverse reagiscono in modi diversi. Ciò accade poiché partono da interpretazioni e considerazioni differenti.

Tali pensieri sono dunque il frutto di convinzioni più radicate e profonde, e negli anni divengono talmente automatici che non li mettiamo neanche in discussione ma li accettiamo come se fossero una verità assoluta. Il problema sorge quando tali pensieri automatici rappresentano un modo inesatto e disfunzionale di vedere le cose, si basano su premesse sbagliate e sono caratterizzati da distorsioni ed errori  logici, provocando una sofferenza psicologica anche intensa, spesso protratta negli anni se non si interviene per modificarli.

Gli autori sopra citati parlano di DISTORSIONI COGNITIVE: cioè di ragionamenti che non seguono una logica corretta basata sulla realtà e ci portano quindi ad agire in maniera disfunzionale, avendone identificate alcune:

  1. L’inferenza arbitraria: trarre conclusioni arbitrarie ed imprecise in mancanza di evidenze certe. Ad esempio accade quando una persona vede un vecchio amico attraversare la strada senza salutarla e pensa: “Non avrà voluto vedermi”, quando magari l’altro semplicemente non l’ha vista.
  2. L’astrazione selettiva: concentrare l’attenzione su aspetti particolari della situazione in esame, tralasciandone altri. Ad esempio, uno studente ha notato che uno o due coetanei sembravano annoiati durante una sua esposizione in classe, e ha cominciato a fare caso solo agli studenti annoiati concludendo che:  “tutti erano annoiati”.
  3. L’eccessiva generalizzazione: adattare conclusioni derivate da eventi isolati, generalizzandone il senso a svariate situazioni. Ad esempio un ragazzo si è trovato in una situazione di disaccordo con i suoi genitori e ha pensato: “Io non posso avere rapporti durevoli con nessuno”. E’ il processo logico che sta alla base della creazione del pregiudizio.
  4. L’esagerazione (della difficoltà) e la minimizzazione (delle proprie capacità): consiste nell’esagerare ed esaltare l’importanza e la gravità di eventi e situazioni o ridurre la portata delle proprie capacità.  Ad esempio ad uno studente viene sottoposto un questionario ed egli ne sottolinea le difficoltà: “A queste domande non è possibile rispondere” oppure può contemporaneamente minimizzare le proprie abilità pensando ”non riuscirò mai a rispondere in tempo-correttamente”. Processo comune nei pazienti affetti da sintomi ansiosi o ansia generalizzata.
  5. La personalizzazione: descrive la tendenza a correlare eventi esterni a se stessi, quando non vi sono ragioni per operare una tale connessione.
  6. Il pensiero dicotomico: collocare le esperienze in una o due categorie opposte. Il pensiero dicotomico può essere riferito a come noi vorremmo essere (o sono perfettamente magra come penso di dover essere o sono sovrappeso), a qualcosa che noi facciamo (o prendo 30 all’esame oppure tanto vale rifiutare il voto), alle persone che ci sono care (Mio marito o mi ama completamente oppure non ha senso stare insieme) o infine possono anche essere riferite al mondo che ci circonda (o una cosa è giusta o non lo è). Il pensiero dicotomico divide il mondo in due, semplificandone la complessità e eliminando le sfumature. Questo porta a modalità di pensiero molto rigide: bianco/nero, che sono alla base di molti malesseri psicologici!
  7. Lettura del pensiero: essere convinti che le persone abbiano determinati pensieri o provino determinate emozioni, in assenza di prove concrete. E comportarsi come se tale convinzione fosse la realtà.
  8. Doverizzazioni: consistono nel dire a se stessi che si dovrebbe fare (o si dovrebbe avere fatto) qualcosa, quando è più esatto dire che si preferirebbe fare o si avrebbe preferito avere fatto quel qualcosa. Colleghe strette del pensiero dicotomico, le doverizzazioni si manifestano con affermazioni e pensieri del tipo: “Devo essere il più bravo a scuola.” “Devo essere una mamma perfetta.” “Non mi è consentito sbagliare, devo fare tutto in modo perfetto” ecc…
  9. Pensiero catastrofico: pensare di sapere che cosa preserva il futuro (in chiave negativa), ignorando altre possibilità. Capita di pensare che è inutile provare a fare quella cosa, che tanto tutto andrà male e non ci sarà modo di uscirne. A volte la situazione è davvero grave. Altre volte non lo è. In ogni caso pensieri di questo tipo non aiutano ad affrontarla in modo ottimale.
  10. Ragionamento emozionale: credere che qualcosa debba essere vero perché viene percepito come tale. A volte le emozioni ci guidano, senza che ce ne rendiamo conto e ci comportiamo di conseguenza e ad esempio il fatto di provare ansia viene visto come prova del fatto che c’è effettivamente bisogno di preoccuparsi.

A queste, si potrebbero aggiungere molte altre modalità di pensiero che portano a vivere male e complicano la vita; per citarne alcune (ma la lista è più lunga)…:

  • Pretendere che gli altri facciano ciò che faremmo noi nelle stesse circostanze: questo atteggiamento chiude qualsiasi porta ad un dialogo che sia davvero di reciproca conoscenza ed arricchimento. E porta la persona a soffrire profondamente per la presunta ingiustizia subita.
  •  Fare qualcosa con l’aspettativa che l’altro faccia altrettanto per noi: questo atteggiamento è tipico delle ritorsioni dei depressi e dei manipolatori (es “guarda che ho fatto per te! Mentre tu invece…” ecc…);
  • Dare la colpa agli altri: senza diventare capaci di guardare ai propri errori con onestà, per poter crescere e sviluppare relazioni gratificanti e costruttive;

Questi ultimi atteggiamenti in particolare,  portano la persona ad allontanarsi dagli altri in un crescendo di autocommiserazione e colpevolizzazione altrui; ci si comincia a definire (e sentire…) non amati, non compresi, sfortunati, persone di cui tutti approfittano… ma non è così. Spesso infatti, queste convinzioni nascondono un atteggiamento egoistico  centrato unicamente sulle proprie necessità ed aspettative, che non permette alcuna apertura reale né alcuna e tolleranza verso gli altri, ma porta a sviluppare invece aggressività e diffidenza. In un circolo vizioso in cui questi atteggiamenti allontanano gli altri da noi, provocando la cosiddetta “profezia che si autodetermina”.

 

Questa lista è lontana dall'essere esaustiva ma, dopo averla letta, molti di voi forse inizieranno a chiedersi quali sono le altre distorsioni e le altre convinzioni errate che influenzano il loro comportamento, cercando di rendersene consapevoli per poterle modificare. 

 

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15 FACILI MOSSE PER COMBATTERE LO STRESS

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

Si parla di stress e di sentirsi “stressati”, quando ci si trova in una condizione di tensione fisica e mentale che conduce ad un senso di esaurimento delle energie, ed è associata a sintomi somatici (gastriti, coliti, irritazioni cutanee, mal di testa, affaticamento, contratture muscolari, ecc.), psicologici (irritabilità, tristezza, pessimismo, incapacità di prendere decisioni, disturbi del sonno, ecc.) e comportamentali (perdita dell’appetito o dell’interesse sessuale, tendenza a bere o fumare di più ecc.).

I fattori stressanti fanno parte della nostra vita: chi non sente il peso di traffico, ritardi, lavoro, studio, impegni sociali e familiari, difficoltà economiche, cambiamenti di vita o abitudini? Sono tutti elementi che sottopongono l’organismo ad una grande fatica per potersi adattare ed andare avanti, e ci mettono in una condizione di allerta costante per poter essere affrontati e superati. Tuttavia, quando si attraversa un periodo di intenso dolore o preoccupazione (ad esempio in caso di morte di un familiare, perdita del lavoro, fine di una relazione sentimentale ecc.) legati anche ad una condizione di instabilità di vita, gli effetti negativi di tali fattori si sentono di più e ci fanno sentire più ansiosi, spaventati e stanchi.

Hans Selye, nel 1956, introdusse per la prima volta il concetto di Sindrome Generale di Adattamento (GAS), definendola come la risposta che l'organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di eventi esterni che ne modificano l’equilibrio che definì “stressor”. Questi elementi esterni posso essere di natura fisica (una malattia, fatica fisica), psicologica, sociale o ambientale (impegni lavorativi, richieste sociali o familiari ecc.). Selye identificò tre fasi progressive nel modo in cui l’organismo si adatta al cambiamento:

  1. Fase di Allarme, l'organismo risponde alle richieste esterne di adattamento (stressor) attraverso comportamenti di coping (fronteggiamento) sia fisici che mentali, come ad esempio la maggiore attivazione muscolare, l’aumento della pressione sanguigna o del battito cardiaco.

  2. Con il passare del tempo e dell’impegno adattivo, l’organismo tenta di contrastare gli effetti dannosi dell’affaticamento attraverso alcune specifiche risposte ormonali che coinvolgono ad esempio le ghiandole surrenali e la produzione di cortisolo (definito appunto l’ormone dello stress). È la fase di resistenza.

  3. Nella fase finale di questo ciclo, o fase di esaurimento, se gli stressor continuano ad agire, l’individuo inizia a sviluppare conseguenze dannose permanenti di natura sia psicologica che fisica.

COSA SUCCEDE?

L'organismo, in una condizione di allarme causata dalle intense sollecitazioni ambientali, modifica alcuni parametri fisiologici predisponendosi alla “lotta”: libera quindi nel flusso sanguigno ormoni che aumentano il battito cardiaco, la frequenza respiratoria, la contrazione muscolare e la secrezione di alcune ghiandole. A lungo andare, se questa condizione di apprensione persiste, ci si comincia a sentire agitati ed irritabili e compaiono sintomi come tachicardia, nodo alla gola, dolorose tensioni muscolari, disturbi del sonno notturno ed altri disturbi. E’ come se tutto il nostro organismo fosse sempre pronto all'azione! E di fatto le modificazioni fisiologiche sono proprio orientate a questo ma quando protraggono nel tempo, divengono dannose: ci si sente stanchi, esasperati, spaventati da ogni difficoltà, pronti a litigare e ad aggredire o tristi e pessimisti, incapaci di prendere decisioni, di agire, di dedicarci a chi amiamo.

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COME FUNZIONA LA TERAPIA COGNITIVA

Scritto da: Annalisa Barbier 

 

 

 

 

 

 

 

 

La psicoterapia cognitiva o psicoterapia cognitivo comportamentale (come viene anche denominata in seguito all’integrazione con tecniche di derivazione comportamentista), è un approccio terapeutico sviluppatosi attorno alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti, grazie agli studi di Aaron T. Beck. Egli si accorse che i pazienti soffrivano a causa della presenza di una serie di convinzioni e pensieri disfunzionali, che fluivano costantemente insieme ad altri pensieri, e che erano responsabili delle emozioni spiacevoli o dolorose che essi provavano in determinate circostanze. Beck pensò quindi che, se il paziente avesse imparato a divenire consapevole di tali pensieri e delle convinzioni sulle quali essi si basavano, avrebbe potuto consciamente comprendere la ragione della propria sofferenza ed i motivi per i quali essa si manteneva nel tempo.

Egli elaborò quindi un nuovo paradigma di intervento terapeutico, che definì PSICOTERAPIA COGNITIVA, basato sulla consapevolizzazione delle emozioni spiacevoli e dei pensieri ad esse associati da parte del paziente. Egli infatti comprese che, insegnare al paziente a riconoscere le proprie emozioni spiacevoli ed i pensieri che le avevano indotte, li aiutava a mettere in discussione le convinzioni disfunzionali ed errate responsabili dei disagi emotivi e psicologici. Si trattava di un approccio terapeutico innovativo, che vedeva il paziente coinvolto in maniera consapevole nell’analisi e nella comprensione dei meccanismi che producono e perpetrano la sofferenza psicologica.

LE BASI TEORICHE DELLA PSICOTERAPIA COGNITIVA

Si tratta di un tipo di psicoterapia basato sulla considerazione che esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti che vengono attuati e che i pensieri, e le convinzioni sulle quali essi si basano, sono responsabili del modo in cui ogni individuo interpreta gli eventi quotidiani e reagisce ad essi con il suo comportamento. Infatti, i nostri comportamenti dipendono dal modo in cui interpretiamo e percepiamo gli eventi e le persone intorno a noi.

Il seguente esempio spiega concretamente quanto ho scritto:  stiamo parlando con un nostro amico, e lui ci risponde in maniera sgarbata:

  1. Possiamo interpretare  tale comportamento come una grave mancanza di rispetto e viverlo come un’offesa. In tale caso  la nostra reazione sarà di rabbia e disappunto ed il nostro comportamento rifletterà tale interpretazione negativa.

  2. Oppure possiamo pensare che si tratti solamente di uno sfogo, legato ad un momento di malessere del nostro amico. In tale caso invece saremo propensi a perdonarlo e ad avere verso di lui un atteggiamento più comprensivo e tollerante.

 

Vediamo quindi che il modo in cui INTERPRETIAMO gli eventi ed i comportamenti degli altri, influisce decisamente sul modo in cui ci sentiremo e reagiremo ad essi. L’essere umano ha bisogno di interpretare la realtà per poter organizzare l’enorme quantità di stimoli che deve elaborare quotidianamente; negli anni però, tali interpretazioni tendono a diventare automatiche e ad irrigidirsi in schemi che potrebbero non essere più adeguati, né funzionali al benessere della persona, rendendosi quindi responsabili di malesseri psicologici.

Lavorare sulla consapevolezza di tali pensieri, interpretazioni e schemi di comportamento disfunzionali aiuta il paziente a modificarli, e a sostituirli con interpretazioni più sane e funzionali al suo benessere.

 

Il modello cognitivo considera la presenza di tre livelli di convinzioni:

  1. Convinzioni profonde o schemi cognitivi: costituiscono le “fondamenta” cognitive, una sorta di struttura interpretativa di base che regola il modo in cui l’individuo rappresenta se stesso,  gli altri e le relazioni con gli altri, ed organizza il modo in cui egli valuta e dà significato agli eventi e al comportamento proprio ed altrui. Producono pensieri il cui contenuto è considerato una “verità assoluta”, ipergeneralizzati e particolarmente rigidi e resistenti alla messa in discussione. Un esempio è la convinzione di “non amabilità”: l’individuo che nutre questa profonda convinzione, tenderà ad interpretare il comportamento altrui e gli eventi, come prove ineluttabili del fatto che egli non merita amore né considerazione.

  2. Convinzioni intermedie: sono interpretazioni su noi stessi e sugli altri che ci permettono di prendere decisioni ed organizzare le nostre reazioni nella vita quotidiana. Sono espresse da opinioni (ad es. “è umiliante essere tradito”), regole (es. “DEVO essere sempre il più brillante in compagnia”) e assunzioni (es. “SE vinco la partita  ALLORA tutti i ameranno”). Sono più malleabili delle convinzioni profonde.

  3. Pensieri automatici: sono le manifestazioni interpretative più immediate ed accessibili alla consapevolezza conscia. Si tratta di immagini, frasi e parole (es. “non sarò mai all’altezza di fare la tal cosa”), che attraversano la mente di ognuno di noi continuamente, e rappresentano una sorta di “dialogo interno” che guida la percezione degli eventi ed il comportamento.


Secondo il paradigma cognitivo, le convinzioni profonde influenzano le convinzioni intermedie, che a loro volta producono i pensieri automatici: ad esempio lo schema cognitivo “non sono amabile” può indurre la convinzione intermedia “se il partner mi lascia significa che sono davvero indegno di amore”, e tale assunzione può portare al pensiero automatico “nessuno mi amerà mai”.

I pensieri automatici negativi sono quei pensieri che attraversano la mente continuamente, in maniera del tutto automatica ed inconsapevole, e che influenzano le emozioni che proviamo ed il nostro comportamento. Vengono definiti “negativi” poiché esprimono considerazioni di natura disfunzionale e sono responsabili di emozioni spiacevoli (come paura, rabbia, tristezza o frustrazione ecc.)

Alla luce di quanto esposto, appare importante imparare a rendersi consapevoli dei propri pensieri automatici negativi, quelli cioè che sono responsabili di indurre le emozioni negative e quindi i sintomi ed il malessere psicologico. Tali pensieri sono di solito il riflesso superficiale di profonde convinzioni disfunzionali, basate cioè su una visione ed una considerazione parziale e distorta della realtà, che possono essere analizzate e modificate al fine di divenire maggiormente sane e funzionali al benessere psicologico.

Le distorsioni cognitive, rappresentano modalità di ragionamento che non seguono una logica corretta e basata sulla realtà, ma ne rappresentano una visione parziale e distorta. Sono molto frequenti nel nostro modo di ragionare, e spesso sono anche la causa di malessere e disagio psicologico, poiché ci portano ad interpretare gli eventi e ad agire in maniera disadattiva e disfunzionale.

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L’INTERVENTO PSICOLOGICO NEL TRATTAMENTO DELL’OBESITA’

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

Obesità e sovrappeso – soprattutto nell’infanzia -  rappresentano un fenomeno in continua crescita in tutto il mondo; un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 2005 stimava la presenza di oltre un miliardo di persone obese nel mondo, di cui 805 milioni erano donne. La situazione diviene ancora peggiore se si considerano le proiezioni per il 2015, che prevedono la presenza di 2,3 miliardi di persone in sovrappeso o obese in tutto il mondo.

In particolare, in Italia un’indagine ISTAT riferita al 2005 e pubblicata nel 2007, stimava la presenza di circa 4,7 milioni di obesi: il 9% in più rispetto al 2000. Anche i dati relativi a  bambini e adolescenti sono allarmanti: L’International Obesity Task Force ha evidenziato un costante e progressivo aumento dell’obesità infantile e adolescenziale, con una maggioranza di casi riscontrati nel Sud dell’Europa ed in particolar modo nel sud Italia, dove si concentrano dal 20% al 36% dei casi di obesità infantile. Questi dati sono ancor più allarmanti poiché l’obesità infantile è il maggior fattore di rischio per l’obesità adulta.

L’OMS parla dunque– considerando i numeri – di obesità come di una vera e propria “epidemia”, le cui conseguenze sulla salute e sulla vita sociale e personale dei soggetti affetti  possono essere anche molto gravi.

Le conseguenze che sovrappeso e obesità hanno sulla salute sono molte ed anche gravi. Tra di esse le più frequenti sono:

·         Malattie cardiovascolari

·         Ictus

·         Tumori

·         Diabete di tipo II

·         Artrosi

·         Calcoli biliari

·         Problemi respiratori

 

Sovrappeso ed obesità dipendono dallo SQUILIBRIO TRA CALORIE INGERITE E  CALORIE CONSUMATE attraverso l’attività fisica, quindi è evidente che il primo passo da fare per prevenire o combattere questa condizione patologica consiste nel ridurre la quantità di calorie introdotte nell’organismo attraverso cibi e bevande e nell’aumentare parallelamente la quantità di calorie bruciate aumentando l’attività fisica.

Esistono tuttavia alcuni elementi che predispongono all’obesità e rappresentano FATTORI DI RISCHIO per obesità e sovrappeso:

·         Fattori genetici che alterano il modo in cui le calorie vengono utilizzate dall’organismo

·         Presenza di obesità tra i familiari o di obesità infantile

·         Dieta squilibrata e scarsa conoscenza delle caratteristiche caloriche e nutrizionali dei cibi

·         Scarsa attività fisica - sedentarietà

·         Sesso femminile

·         Età

·         Gestazione e gravidanza

·         Assunzione di farmaci

·         Patologie mediche (ipotiroidismo, sindrome di Cushing, problemi che impediscono di muoversi, ipertensione, alti livelli di colesterolo LDL e bassi livelli di colesterolo HDL, alti livelli di trigliceridi nel sangue

 

In considerazione dell’importanza di combattere obesità e sovrappeso, può essere molto utile ricorrere al supporto di uno Psicologo per favorire il processo di dimagrimento e superare meglio le difficoltà legate al cambiamento di abitudini di vita che questo richiede.

 

OBIETTIVI E MODALITÀ’ DEL TRATTAMENTO COGNITIVO COMPORTAMENTALE

Gli obiettivi finali del trattamento psicologico nell'obesità sono due:

1)      RIDUZIONE DEL PESO E RAGGIUNGIMENTO DI UN PESO PIU SANO

2)      MANTENIMENTO DEL PESO RAGGIUNTO

 

Dagli anni ’60 è ormai noto che l’intervento psicologico comportamentale associato a quello del nutrizionista rappresentano la soluzione vincente e maggiormente efficace nel trattamento del sovrappeso e dell’obesità; occorre inoltre ricordare che la quantità di peso che è bene perdere per ridurre i rischi sulla salute rappresenta il 5% - 10% circa del peso corporeo, raggiungibile durante un periodo di circa 6 mesi. Ad esempio, una persona che pesa 90 chili ed è obesa secondo i parametri che considerano l’Indice di Massa Corporea (IMC o Body Mass Index), dovrà perdere nei primi 6 mesi da 4,5 a 9 chili di peso per ridurre i fattori di rischio per le malattie legate all'obesità.

Il Trattamento Cognitivo Comportamentale dell’obesità si pone l’obiettivo di aiutare la persona a raggiungere un peso più sano e a mantenerlo nel tempo, modificando il suo stile di vita ed i suoi atteggiamenti disfunzionali, lavorando fondamentalmente su tre livelli:

1)      Psicoeducazione, che prevede l’introduzione del modello di trattamento che verrà utilizzato, e la spiegazione di alcuni concetti chiave (indice di massa corporea, valore calorico dei cibi, conseguenze dell’obesità ecc.)

2)      Sui pensieri e le convinzioni disfunzionali che rendono difficile seguire le indicazioni per perdere peso

3)      Sui comportamenti disadattivi e controproducenti messi in atto dal paziente

 

TECNICHE  E STRUMENTI COGNITIVI: sono quelle che intervengono sui pensieri e sulle convinzioni disfunzionali che rappresentano l’ostacolo al calo del peso e al cambiamento delle abitudini di vita ed alimentari. Inizialmente si insegna al paziente ad identificare e poi riconoscere i pensieri disfunzionali più frequenti e fastidiosi (relativi ad esempio alla dieta, all’attività fisica o alla propria immagine corporea) per aiutarlo successivamente a modificarli, e sostituirli con altri che rendano possibile una visione alternativa, un punto di vista diverso più utile e incoraggiante. Fanno parte di questa categoria:

·         Analisi della motivazione e definizione dell’obiettivo: si valuta con il paziente la sua reale motivazione, esponendo costi e benefici della terapia, e stabilendo un obiettivo chiaro e dei tempi definiti (la tecnica SMART aiuta a definire l’obiettivo principale stabilendo i passaggi intermedi e la tempistica);

·         Bilancia Decisionale: si utilizza per confrontare costi e benefici percepiti che ci si aspetta dal cambiamento di abitudini (alimentazione e attività fisica, fumo ecc). Si confrontano i benefici derivanti dalla perdita di peso, con i costi percepiti che si devono affrontare per raggiungere l’obiettivo;

·        Diario alimentare: serve per monitorare le abitudini alimentari del paziente ed i pensieri e comportamenti disfunzionali relativi al mangiare, che influenzano l’assunzione del cibo; (luogo e circostanze, persone presenti, emozioni, pensieri ecc); esempio di diario alimentare

·         Diario dei pensieri disfunzionali: per determinare e riconoscere quali sono i principali pensieri e convinzioni che minano la buona riuscita della dieta e dal cambiamento di abitudini;

·         Valutazione del sostegno sociale: da una parte la società spinge ad essere magri per essere accettati e ben considerati, dall'altra stimola in ogni modo a mangiare tanto e soprattutto alimenti non sani. Perciò è importante valutare e riconoscere quali, tra le persone che il paziente ha intorno (familiari, colleghi ed amici) sono quelle che posso rappresentare un aiuto o un ostacolo nel cambiamento;

·         Training di Problem Solving: insegnare a riconoscere le situazioni che mettono a rischio di una ricaduta per gestirle efficacemente senza perdere il controllo (ad esempio al ristorante, al bar con i colleghi, oppure a cena da amici o familiari ecc);

·         Training sul riconoscimento e la gestione delle emozioni: insegnare al paziente a riconoscere quali sono pensieri ed emozioni che lo espongo al rischio di ricadute e comportamenti controproducenti (ad esempio, insegnarli a gestire emozioni negative come rabbia, frustrazione, paura e tristezza senza ricorrere ad abbuffate);

·         Training sul riconoscimento dei segnali di fame e sazietà: spesso i pazienti in sovrappeso hanno difficoltà nel riconoscerei segnali di fame e sazietà. Mangiano ad esempio per gratificarsi o gestire un disagio (emozioni negative quali frustrazione, tristezza, paura o rabbia…) anche se NON hanno fame. Insegnare a mangiare in risposta alla fame e a smettere in risposta ad uno stimolo di sazietà può ridurre il rischio di comportamenti alimentari indesiderati;

·         Ristrutturazione cognitiva:  consiste nel modificare le convinzioni, le immagini mentali ed i Pensieri disfunzionali che minano il cambiamento comportamentale del paziente; in questo caso quelli relativi al peso corporeo, all'immagine corporea, all'alimentazione o all'attività fisica (ad es. se tutta la famiglia non mangia come me, non dimagrirò; non ce la farò mai a fare attività fisica; sono troppo pigro; sono troppo grasso per muovermi; non ho fatto attività fisica per 3 giorni, tanto vale che non faccia più nulla per tutta la settimana, questo mese sono troppo impegnato, inizierò lunedì, ecc...)

Questo processo richiede tempo e prevede alcune fasi: A) Imparare ad identificare i pensieri automatici disfunzionali (negativi); B) imparare a riconoscere il legame tra pensieri, emozioni e comportamento; C) imparare a sostituire i pensieri disfunzionali che sono stati identificati, con affermazioni realistiche ma più positive e funzionali; D) insegnare al paziente a identificare e modificare le convinzioni disfunzionali che sono alla base dell’errata interpretazione delle proprie esperienze.

 

TECNICHE COMPORTAMENTALI

  • Diario del peso corporeo: per monitorare la perdita di  peso misurandolo ad intervalli regolari (ad esempio una volta alla settimana un giorno prefissato)
  • Tecniche di controllo degli stimoli: si tratta di controllare e modificare quegli aspetti concreti che rendono difficoltoso il cambiamento. Ad esempio, nel caso del comportamento alimentare possiamo distinguere tre momenti diversi in cui eventualmente intervenire: prima del pasto (nel fare la spesa, riporre il cibo, apparecchiare e preparare il cibo); durante il pasto (evitare di mangiare e svolgere altre attività come leggere o guardare la TV, consumare il pasto possibilmente in luoghi ed orari fissi); dopo il pasto (non lasciare avanzi, sparecchiare subito e lasciare la tavola ed il luogo in cui si è mangiato ecc.)
  • Altre tecniche in base al caso

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Accettare il sintomo è il primo passo

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Cosa ci spinge nella trappola dei manipolatori?

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Come ho già scritto in altri miei articoli, la manipolazione è una forma di comunicazione che, in una certa misura, tutti utilizziamo. Il problema sorge quando, in una relazione (affettiva, familiare, professionale) tale forma di comunicazione diventa quella preponderante o addirittura esclusiva, e soprattutto quando mira a sopraffare l’altro attraverso la svalutazione, l’offesa e la destabilizzazione psicologica. La pericolosità della manipolazione cresce in maniera esponenziale quando questa si verifica all’interno di una relazione in cui esiste una forte componente affettiva, e in cui sono presenti sentimenti ed emozioni profonde.

Il malessere psicologico provocato da una relazione manipolatoria nella vittima è tristemente noto: perdita del senso di identità con conseguenti depressione, ansia e attacchi di panico, disturbi psicosomatici, insonnia, isolamento, senso di vergogna e indegnità, angoscia, perdita di fiducia in se stessi.

Sebbene sia difficile – se non si è preparati – identificare gli indicatori precoci di manipolazione, è importante comprendere che la manipolazione è come una danza: si esegue in due. E’ una dinamica che richiede sempre la partecipazione attiva di due persone.

Ciò non vuole essere in nessun modo un’accusa nei confronti della vittima, ma anzi un incoraggiamento perché se vi trovate intrappolati  in una relazione manipolatoria, anche se non potrete modificare il comportamento della persona manipolatrice (PM), potrete comunque cambiare il vostro, e quindi porre fine alla manipolazione.

 

QUALI SONO LE PREMESSE PER CADERE NELLA TRAPPOLA ?

 

Esistono alcune caratteristiche psicologiche che rappresentano i presupposti per divenire potenziali “vittime” di manipolazione emotiva, ma gli elementi fondamentali che le accomunano sono a mio avviso quattro:

 

  • Idealizzazione della PM
  • Sottovalutazione del proprio valore personale
  • Bisogno di ottenere l’approvazione dell’altro (o altra)
  •  Paura dell’abbandono

 

Credo di poter dire che le condizioni sopra indicate siano le prime responsabili a spingere la vittima ad addentrarsi sempre di più all’interno della relazione manipolatoria, fino a restarne intrappolata. Il punto infatti è che il meccanismo della manipolazione si verifica solamente quando una persona (la vittima o potenziale vittima), in maniera più o meno consapevole, cerca a tutti i costi di ottenere l’approvazione della PM.  Questo è il meccanismo che la spinge a sostenere lunghe, estenuanti ed infruttuose discussioni che arrivano a mettere in discussione la sua visione della realtà, e addirittura possono ledere il suo senso del valore personale ed infine il suo senso di identità.

Finché nel cuore della vittima albergheranno l’insicurezza ed il profondo bisogno di essere approvata ed accettata dalla PM per sentire di avere valore, avrà luogo una infinita, dolorosa e distruttiva danza della manipolazione. Una danza in cui la vittima cercherà con tutte le sue forze di dimostrare di non meritare le critiche e gli attacchi mossi dalla PM, senza riuscirvi (è questo lo scopo della PM).

 

Ecco perché, alle persone che mi chiedono aiuto,  insegno innanzitutto a riconoscere il proprio ruolo attivo in questa danza (come la definisce Robin Stern “tango della manipolazione), per poi iniziare ad analizzare i fattori  psicologici e comportamentali che le hanno portate ad iniziare a portare avanti la relazione con una PM.

Solamente dopo aver preso consapevolezza di questi meccanismi psicologici - e del modo specifico e peculiare in cui essi operano in ognuna di loro - potremo lavorare al cambiamento e alla ricostruzione.

 

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Come riconoscere i manipolatori affettivi

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

 

(Tratto dal libro di Isabelle Nazare-Aga "l'arte di non lasciarsi manipolare"

 

1) Colpevolizza gli altri, ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore etc

2) Fa credere che bisogna essere perfetti, che non bisogna mai cambiare opinione, che bisogna sapere tutto

3) Sa fare leva sui principi morali degli altri per raggiungere i propri scopi

4) Critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui

5) Può essere geloso anche se è un genitore o un parente

6) Utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso

7) Fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro)

8) Rifugge le sue responsabilità riversandole sugli altri

9) Non comunica chiaramente i suoi bisogni, sentimenti e opinioni

10) Spesso risponde in modo vago

11) Cambia argomento con disinvoltura nel corso di una conversazione

12) Evita i colloqui e le riunioni

13) Telefona o lascia appunti scritti invece di parlare di persona

14) Invoca ragioni logiche per mascherare le sue richieste

15) Deforma e interpreta la verità

16) Non sopporta le critiche e nega l’evidenza

17) Fa minacce velate o ricatta apertamente

18) Semina zizzania, crea sospetti e conflitti per avere la situazione sotto controllo o per provocare la rottura

della coppia

19) Cambia idea, comportamenti e opinioni a seconda delle situazioni

20) Mente

21)Punta sull’ignoranza degli altri e li convince della sua superiorità

22) E’ egocentrico

23) I suoi discorsi sembrano logici e coerenti, mentre i suoi modi, le sue azioni e il suo stile di vita non lo sono affatto

24) Si riduce sempre all’ultimo momento per chiedere o far fare qualcosa agli altri

25) Non tiene conto dei bisogni e dei desideri altrui

26) Ignora le richieste (ma dice di occuparsene)

27) Produce uno stato di malessere o un senso di intrappolamento

28) Ci fa fare cose che probabilmente non sceglieremmo spontaneamente

29) E’ efficiente nel perseguire i propri fini, ma a spese altrui

30) E’ costantemente oggetto di discussione tra le persone che lo conoscono

 

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Simbologia dei sogni

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Jung affermava che attraverso i contenuti simbolici di sogni e manifestazioni dell’inconscio, si può evincere la presenza di un contenitore psichico di significati universale, che egli definì inconscio collettivo. Esso comprende e contiene gli archetipi, cioè forme e simboli simili che si ripetono in diverse culture (per una panoramica delle figure archetipiche nel sogno clicca QUI).

Sulla base dei contenuti, del simbolismo presentato o della frequenza con cui si ripetono, possiamo stabilire una generica suddivisione dei sogni nel modo seguente:

1)     Di confine: strettamente legato alle attività svolte durante la giornata, ma si presenta non appena ci addormentiamo.

2)     Saggio: quelli che, sottoponendo l’Io del sogno a situazioni difficili tendono ad istruire l’Io sveglio su come gestire saggiamente la propria vita.

3)     Ricorrente: quelli che compaiono in maniera frequente e che rappresentano i modelli mentali “cristallizzati” del sognatore

4)     Premonitore: il sogno che avvisa e indica qualcosa che sta per accadere

5)     Lucido: si ha quando si sogna sapendo di sognare, e si guida volontariamente il sogno.  Il sognatore o “onironauta” (viaggiatore del sogno) è cosciente e del tutto consapevole che sta sognando. Per saperne di più clicca QUI

6)    Archetipico: ci mostrano le energie archetipiche maggiormente attive in noi in un determinato momento di vita, per prenderne coscienza.

7)     Grande: quello che riflette la principale dinamica e tematica di vita del   sognatore, indicando possibili soluzioni.

8)      Sogno Ombra: il sogno che ci mostra la nostra Ombra, che abbiamo allontanato, ed escluso dalla percezione cosciente.

9)      Incubo: sappiamo bene che si tratta di un sogno caratterizzato da contenuti spiacevoli, angoscianti e spaventosi al punto che frequentemente l’Io vegliante li blocca provocando il risveglio del sognatore, quando la tensione diventa insopportabile.

 

Ecco alcuni dei sogni che compaiono più frequentemente nelle nostre notti ed il loro significato generale.

 

Ricordiamo che ogni sogno appartene al sognatore.

Il senso del messaggio che esso porta con sè è in buona parte soggettivo e legato alla storia del sognatore.

 

 

 1)    Flirtare con un personaggio famoso: si è felici e orgogliosi di essere stati scelti. Il personaggio famoso rappresenta le caratteristiche e le qualità che vediamo in lui/lei e che vorremmo possedere noi stessi.

2)    La morte vissuta in modo sereno: sognare le propria morte o quella di un altro in assenza di sentimenti angoscianti o dolorosi significa paradossalmente proprio l’opposto! È la conferma che ci si sta liberando di qualcosa di vecchio e inutile di sé (il passato, preoccupazioni, atteggiamenti interiori) e ci si volge ormai al futuro e al cambiamento in meglio.

3)    Cadere da un precipizio: chi non ha mai sognato di precipitare nel vuoto? Questo sogno indica genericamente la paura di perdere la propria posizione e ruolo sociale, o di perdere il rispetto degli altri. Spesso associato al sentimento di urgenza che accompagna la consapevolezza di dover prendere una decisione.

4)    Essere perseguitati: da qualcuno o qualcosa che ci segue, ci controlla o addirittura ci dà la caccia. Questo tipo di sogno indica la presenza di traumi precoci e episodi spiacevoli che hanno lasciato un’impronta emotiva forte. Può indicare senso di colpa per attività o pensieri precedenti, o la presenza di problematiche di vita concreta che non riusciamo a risolvere e superare.

5)    Volare: sognare di volare indica desiderio di libertà, successo e realizzazione personale. Indica altresì che il sognatore si sente indipendente, consapevole di ciò che desidera e che sa come realizzarlo.

6)    Perdere il controllo dell’automobile: il veicolo in questo caso simboleggia il sognatore e la paura di non riuscire a controllare l’automobile indica chiaramente che il sognatore sta vivendo una fase di grande ansia e agitazione, ed ha la sensazione di non controllare la propria vita. Indica il bisogno di controllare alcuni aspetti di sé o della propria vita.

7)    Trovarsi nudi in mezzo alla gente: non ci si sente pronti per affrontare qualcosa che sta accadendo o che si deve affrontare nella vita. Non si ha fiducia nelle proprie capacità di farvi fronte o si teme di essere scoperti per ciò che si è, di mostrare la propria intimità e le proprie debolezze.

8)    Perdere i denti: i denti rappresentano la vitalità l’aggressività “buona” per affrontare la vita con successo. Sognare di perdere i denti rappresenta una condizione di abbattimento psicologico e morale, di stanchezza e timore di non farcela. Di solito compaiono durante un periodo di trasformazione.

9)    Essere trascinati dall’acqua, o annegare: la simbologia dell’acqua è legata al materno accogliente, all’inconscio insondabile, all’emotività e alle emozioni profonde. Sognare di essere travolti dall’acqua  o di annegarvi, indica il timore di essere sopraffatti dalle proprie emozioni o dai propri contenuti inconsci.

 

10) Fare sesso con uno sconosciuto: mostra la presenza nel sognatore di desideri sessuali repressi, insoddisfazione sessuale, indecisione circa la possibilità di iniziare una nuova relazione sentimentale o terminare quella attuale.

 

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Il Significato dei Sogni

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Gli studi hanno dimostrato che trascorriamo un terzo della nostra vita dormendo: il che vuol dire che a 60 anni avremo trascorso circa 20 anni dormendo e 10 sognando… non è impressionante?

 

I sogni ci insegnano o ci ricordano sempre qualcosa: un sentimento, un’aspirazione, un desiderio, un’inclinazione non riconosciuta, una nuova e più profonda visione delle cose e rendono possibile avvicinarci – nella sicurezza del sonno notturno – ai segreti nascosti nella nostra anima.

 

“I SOGNI SONO ILLUSTRAZIONI DAL LIBRO CHE LA TUA ANIMA STA SCRIVENDO SU DI TE” 

- Alan Drew -

 

Lo fanno attraverso scenari complessi fatti di emozioni, colori, immagini e odori, attraverso trame improbabili e bizzarre, con le facce di persone sconosciute, e spesso ci vedono protagonisti in ruoli inopportuni ed inconsueti.

 

Il sogno, come il sintomo, è la rappresentazione simbolica di una realtà emergente, della quale non sempre siamo capaci di renderci consapevoli.

 

Ecco dunque una breve classificazione dei sogni che trovo interessante ed utile:

 

  1. DI CONFINE: quelli che emergono appena ci addormentiamo e sembrano essere maggiormente connessi con gli eventi della vita reale recentemente vissuti
  2. SAGGI: sono quelli che ci insegnano qualcosa durante il sonno, parlando al nostro IO con un linguaggio metaforico ed analogico
  3. RICORRENTI: sono i sogni che compaiono frequentemente – con nessuna o pochissime differenze – e spesso ciclicamente nella nostra vita. Sono quelli che rappresentano le nostre più profonde paure, i modelli mentali che ci bloccano. Spesso i sogni ricorrenti rappresentano una sorta di “terapia d’urto” perché ci avvertono in maniera eloquente che c’è qualcosa che non va nella nostra vita e che c’è bisogno di un cambiamento; e spesso ci indicano anche dove dobbiamo iniziare il cambiamento.
  4. PREMONITORI: da non intendersi nel senso parapsicologico del termine (argomento affascinante ma non trattabile in questo contesto), questi sogni semplicemente ci avvisano di rischi e pericoli che corriamo nella nostra vita reale, o che indicano cosa fare per raggiungere il successo o come sistemare una situazione spinosa.

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Gli stati dell'Io nella Psicologia Transazionale

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

L’analisi transazionale considera l’IO come formato da tre strutture psichiche aventi un peso ed un’influenza variabile, ognuna dotata di specifiche caratteristiche relazionali. Queste strutture vengono definite da Berne STATI DELL’IO, e vengono denominati:

 

IO GENITORE (Esteropsiche). La parte genitoriale dell’io è quella che racchiude e comprende i sentimenti, i comportamenti, le emozioni, gli insegnamenti, gli esempi, gli atteggiamenti ed i valori mutuati ed appresi dai genitori e in generale dalle figure di adulti dai quali si è stati cresciuti ed educati. Quando ci si trova nello stato del GENITORE, si tende a reagire, interpretare gli eventi e a comportarsi come si è visto fare alle figure genitoriali di riferimento: attualizzando quindi, rievocandolo nella vita presente, il modello appreso da loro. Lo stato dell’IO GENITORE si manifesta attraverso due modalità complementari: 1) come influenza: in questo caso, la persona tende ad agire e reagire come i genitori volevano che reagisse 2) come stato attivo dell’io: in questo caso, la persona reagisce come i suoi reagivano, cioè reiterando gli schemi da loro appresi. Lo stato dell’IO GENITORE può manifestarsi come:

1) GENITORE NORMATIVO: che ha funzione di guida, costruzione di regole di comportamento e contenimento, critica, giudizio, svalutazione o punizione;

2) GENITORE AFFETTIVO: la cui funzione è legata maggiormente all’incoraggiamento e alla cura, diventando in alcuni casi iperprotettivo e soffocante.

 

IO ADULTO (Neopsiche). La parte adulta è la parte razionale che si occupa di elaborare il legame con la realtà e di restare al livello di contatto con la realtà L’Adulto esamina la situazione, la valuta e si comporta di conseguenza; il suo modo di valutare ed agire è frutto di un esame razionale degli elementi raccolti dall’analisi della realtà dei fatti. È da notare che il concetto di Adulto di Berne si ritrova nel concetto cognitivista di “mente come elaboratore dell’informazione”. Lo stato adulto, nella sua funzione positiva vive oggettivamente la realtà, non drammatizza l’errore e decide in base a ciò che è noto; qualora sia contaminato e non ben funzionante trascura le emozioni ed i valori e non si cura dei rapporti interpersonali. Quindi, nello stato dell’IO ADULTO siamo in grado di ricorrere all’analisi razionale dei dati di realtà, utilizzando le facoltà intellettuali e logiche per giungere ad una valutazione oggettiva e funzionale della situazione.

IO BAMBINO (Archeopsiche).

 

L’IO BAMBINO comprende quegli aspetti tipicamente infantili come la spontaneità e l’emotività nonché i comportamenti e le esperienze sperimentate durante l’infanzia. Quando è attivo lo stato dell’IO BAMBINO, ci si comporta come quando si era bambini, mettendo in atto le stesse strategie, ed essendo influenzati dalle stesse paure. Il Bambino interiore viene classificato come:

 

1) Bambino adattato è obbediente, buono, docile, è sotto il controllo del Genitore interiore.

 

2) Bambino naturale è spontaneo, allegro, non è controllato dal Genitore interiore.

 

3) Bambino Adattato positivo, che accetta le regole, collabora e agisce per farsi accettare,

 

4) Bambino Adattato negativo, che si sottomette alle regole, si compiange e subisce per farsi accettare

 

5) Bambino Ribelle positivo, che ha spirito d’iniziativa

 

6) Bambino Ribelle negativo che è sempre contrario per principio

 

7) Bambino Libero positivo, che si esprime in tutto liberamente, mostrandosi apertamente

 

8) Bambino Libero negativo che ha paura ad esporsi ed esprimersi, è intimidito e si isola.

 

LA COMUNICAZIONE

Nella struttura ideata da Berne, la comunicazione tra due individui viene letta come una sorta di TRANSAZIONE che ha luogo tra i diversi stati degli attori. Tali stati possono essere complementari (adulto-bambino) o paralleli (adulto-adulto): nel primo caso abbiamo un esempio di “transazione incrociata” e nel secondo di “transazione complementare“. Inoltre, si considerano due aspetti complementari e paralleli della comunicazione, che sono il CONTENUTO o aspetto verbale (COSA si comunica) e la FORMA o aspetto non verbale (COME lo si comunica); tali aspetti possono essere coerenti quando il contenuto e la forma rispondono ad uno stesso criterio oppure dissonanti o contraddittori quando il contenuto e il modo in cui viene espresso non sono tra loro in armonia.

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Segnali "sentinella" nella Manipolazione Emotiva

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La Manipolazione Emotiva (ME) all’interno di una relazione sentimentale, amicale, familiare o professionale, può essere esercitata:

Occasionalmente e in modo “fisiologico”: cioè senza alcun desiderio di sopraffazione, annichilimento e/o controllo sull’altro

Frequentemente: cioè essere utilizzata come forma prevalente di comunicazione e gestione della relazione e del potere nella relazione

Costantemente: quando rappresenta una modalità disfunzionale, pervasiva e assoluta di gestire la relazione.

 

Nel primo caso non dobbiamo preoccuparci poiché che si tratta di un fenomeno occasionale e circoscritto; negli altri due casi occorre porre una crescente attenzione ai segnali che ci indicano la presenza di una relazione manipolativa, la quale nel tempo potrà essere responsabile di malesseri psicologici e fisici di gravità crescente.

Robin Stern identifica, nella sua analisi del fenomeno, tre livelli di gravità della ME, caratterizzati ognuno da specifiche modalità di relazione manipolatore-vittima e peculiari comportamenti di intensità e disfunzionalità crescenti.

La persona che si trova coinvolta in una relazione manipolatoria sperimenta un disagio crescente, che si manifesta attraverso la comparsa di una serie progressiva di specifici sintomi, indicativi del livello di malessere raggiunto.

Vediamo allora quali sono gli indicatori che possono essere utilizzati per ottenere un quadro indicativo della presenza di ME, e del livello di intensità e pericolosità da essa raggiunto.

 

I SEGNALI-SENTINELLA ALLO STADIO 1: di cosa stai parlando?!?

Allo stadio 1 la ME s manifesta con episodi di secondaria importanza: piccoli malintesi, piccoli diverbi o arrabbiature di poco conto che però lasciano un senso di confusione, un retrogusto amaro e la sensazione che qualcosa non sia andato per i verso gusto, anche se apparentemente il diverbio è appianato.

 

• Occasionale sensazione di sconcerto

• Vi controllate molto n presenza della PM temendo una sua reazione negativa

• Occasionali sogni inquietanti

• Avete sempre più timore di essere fraintesi dalla PM, che regolarmente sembra appunto fraintendervi

• Occasionali lievi sintomi ansiosi (disturbi gastrici o intestinali, senso di oppressione, frequenti problemi alla gola)

• Vaga sensazione di timore/inquietudine quando siete in disaccordo con la PM

• Parlate con i vostri amici delle discussioni con la PM, nel tentativo di avere dall’esterno a conferma che avete capito bene come sono andate le cose e che non avete frainteso

 

I SEGNALI-SENTINELLA DELLO STADIO 2: Forse hai ragione tu!

Allo stadio 2, la persona vittima di manipolazione desidera così tanto l’approvazione della PM che è disposta a mettere in discussione le sue convinzioni e la sua percezione della realtà pur di non deluderla. La vittima parte ormai direttamente dal punto di vita della PM e lo fa proprio in maniera acritica, rinunciando a difendere le proprie ragioni pur di non affrontare la disapprovazione e le reazioni della PM.

 

• Vi sentite più deboli e fragili

• Siete spesso stanchi

• Vi occupate meno spesso o con meno piacere delle cose che prima vi interessavano

• Vi trovate a doverlo difendere sempre più spesso davanti ad amici e familiari

• Non riuscite a ricordare i dettagli delle vostre discussioni

• Vi colpevolizzate sempre più spesso e più intensamente per aver fatto arrabbiare il/la partner

• Ruminate spesso su cosa avete potuto fare di sbagliato per provocare il suo disappunto o la sua rabbia

• Tendete a giustificare sempre più spesso le sue reazioni spiacevoli

 

I SEGNALI-SENTINELLA DELLO STADIO 3: E’ tutta colpa mia!

Nello stadio 3 della manipolazione, la vittima ormai non spera neanche più di ottenere l’approvazione della PM in modo permanente, ed è talmente concentrata su di essa e sul suo punto di vista che non è più in grado di trarre piacere dalla vita e dalle attività quotidiane. Ormai non mette nemmeno più in discussione le affermazioni e la versione della PM e non soltanto le accetta supinamente ma si sente colpevole e inadeguata. La preoccupazione principale diventa quella di soddisfare le necessità e le aspettative della PM evitando liti o discussioni.

 

• Crescente sensazione di apatia e distacco

• Stanchezza fisica

• Perdita di interesse per le attività quotidiane e per il sesso

• Evitate di parlare di voi e del vostro rapporto con persone amiche e con familiari

• Evitate di parlare del vostro rapporto con persone amiche e con familiari

• Vi ritrovate a piangere spesso senza ragione apparente

• Vivete un crescente senso di smarrimento ed angoscia

• compaiono Attacchi di panico

• Sintomi legati allo stress (ansia, tachicardia, disturbi gastri-intestinali, tremori, tensioni muscolari, emicranie, attacchi di asma, disturbi del sonno)

• Vi ammalate spesso o sviluppate malattie psicosomatiche (eczemi, dermatiti, difficoltà digestive, allergie ecc..)

• Avvertite un crescente senso di paura e di inquietudine quando dovete incontrare la PM

• Vi colpevolizzate per i suoi comportamenti e lo/la giustificate completamente, assumendovi la piena responsabilità dei suoi scoppi di ira, dei suoi maltrattamenti o della sua indifferenza verso di voi

 

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I sentieri si tracciano camminando

APPUNTI DI INTERVENTO COGNITIVO CAUSALE: perché il cambiamento richiede tempo.

 

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Nell’affrontare un percorso psicologico di consapevolezza e miglioramento, occorre sempre tenere a mente questi due elementi:

 

1) il SINTOMO vero e proprio che viene riferito e che rappresenta la sofferenza emergente;

2) L'IMPATTO che questo ha sulla persona e sulla qualità della sua vita, impatto legato al suo sistema di aspettative, valutazioni, valori e norme, e che di fatto rappresenta una grossa parte del disagio riportato.

3) L'INTERESSE PRIORITARIO: cioè il valore di maggiore importanza per l’individuo, quello che deve essere assolutamente tutelato al fine di garantire l’INTEGRITA’ stessa della persona.

 

Spesso mi chiedono se sia possibile risolvere alcuni disturbi in un numero ridotto di incontri, volti esclusivamente alla risoluzione del problema riferito: dipende dal problema e dal risultato che si desidera ottenere.

 

Le terapie brevi tendenzialmente non modificano né risolvono le motivazioni profonde che producono il sintomo, ma lavorano solamente su di esso in quanto elemento “emergente”, e questo frequentemente si riflette nella comparsa di ricadute a breve termine.

 

Personalmente credo che per raggiungere una reale conoscenza, che sia perciò propedeutica ad un reale cambiamento, si debba lavorare parallelamente su diversi livelli:

 

a) sugli aspetti immediati e superficiali legati al SINTOMO: agendo quindi eventualmente sui comportamenti e le abitudini di pensiero

 

b) sugli aspetti più profondi che lo hanno generato: quali ad esempio convinzioni, schemi cognitivi, interessi e aspettative radicatisi negli anni

 

c) sugli aspetti "metacognitivi": e cioè sul valore che il sintomo apporta e rappresenta nella vita dell'individuo: da cosa lo allontana, cosa gli impedisce di fare/essere/realizzare? In cosa lo tranquillizza/appaga?

 

d) sulla conoscenza dell'Interesse Prioritario e del modo in cui questo organizza la struttura cognitiva e comportamentale della persona, soprattutto relativamente al sintomo.

 

Personalmente lavoro - compatibilmente con le caratteristiche e le possibilità del cliente - considerando parallelamente i tre livelli, al fine di permettere una comprensione reale e profonda non solo del sintomo ma soprattutto del suo significato e delle ragioni che lo hanno portato all'attenzione della persona.

 

Si tratta di un lavoro di conoscenza e cambiamento che richiede tempo ed impegno poiché non possiamo aspettarci che convinzioni ed abitudini stratificatesi negli anni e responsabili infine di un disagio, possano essere comprese, eradicate e modificate in pochi passi e in poco tempo.

 

Ogni pensiero ed ogni azione sono FINALIZZATI e cioè rispondono ad un preciso scopo:quello di raggiungere un fine determinato che è strettamente legato alla difesa dell'Interesse Prioritario, ma che però non sempre è chiaramente conoscibile nè accessibile alla consapevolezza immediata.

 

Tuttavia, è proprio tale fine ultimo quello che guida i processi conoscitivi, interpretativi ed interattivi: schemi cognitivi di significato attribuito a eventi e situazioni, interpretazioni, regole e norme, pensieri, emozioni e comportamenti.

 

Questi elementi, questi processi non si modificano in tempi brevi come la moderna società vorrebbe indurci a credere: occorre il tempo di comprendere, introdurre il nuovo ed agire il cambiamento.

 

Un cambiamento ottenuto nella fretta di vedere subito i risultati non è mai duraturo e presto o tardi lascerà emergere nuovamente tutte le criticità inascoltate e immodificate che lo avevano generato in precedenza, con la probabile aggiunta di una certa dose di frustrazione legata alle false aspettative di guarigione indotte.

 

Tale fretta  inoltre, in molti casi, va a confermare l'mpianto fobico di molti pazienti, non soltanto confermandoli nel loro disfunzionale rapporto con il sintomo ma anche impedendo loro di affrancarsi da tale "odio" verso il disagio, che è responsabile di ulteriore malessere.

 

Il tempo, la pazienza, l’applicazione metodica e ordinata permettono il recupero di quella fetta di libertà alla quale il sintomo proibiva l’accesso.

 

Ogni sentiero si traccia camminando e camminando ripetutamente sulle stesse orme: solamente questo porterà alla creazione di una nuova via: I SENTIERI SI TRACCIANO CAMMINANDO (Therese Jacobs-Stewart).

 

Leggi anche: Il valore del sintomo; La terapia cognitivo comportamentale

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10 PASSI PER DIRE BASTA ALLA DIPENDENZA AFFETTIVA

10 passi per recuperare la serenità e tornare ad essere liberi

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L'equivoco della sfiducia

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

 

FIDUCIA: concetto di fondamentale importanza nella vita. Di tutti, persino degli animali.

Ci dobbiamo poter fidare delle persone che abbiamo intorno: anche quando attraversiamo la strada dobbiamo poterci fidare, per non temere che qualcuno ci investa deliberatamente, o impazzisca e ci uccida! Dobbiamo imparare a fidarci se vogliamo condurre una vita normale: uscire la mattina, prendere la macchina, guidare, lavorare, fare la spesa, coltivare gratificanti rapporti di amicizia, di amore, di lavoro.

Se nutrissimo nei confronti degli altri solo una forma di sfiducia generalizzata, finiremmo col temere il prossimo sempre e comunque, e col passare del tempo questa diffidenza ci porterebbe a non poter interagire senza provare paura.

E la paura finirebbe con il prendere il sopravvento fino al punto di bloccarci e renderci profondamente infelici e insoddisfatti. Prenderemmo tanta e tale distanza dal nostro prossimo, ce la nostra vita si bloccherebbe, diventando un masso granitico di solitudine e diffidenza. Questo, al sommo grado, sarebbe il passo finale verso una vita dominata da un profondo senso di fragilità ed impotenza.

Nelle relazioni con gli altri, il concetto di fiducia ha a che fare con gli equivoci: ne è il frutto e a volte anche il seme, e ne siamo spettatori ed attori tutti e continuamente nelle nostre relazioni di amicizia, d’amore e professionali. Faccio un esempio: Una sera ti senti triste e hai voglia di essere accudito e coccolato. Così chiedi al tuo partner di trascorrere la serata insieme a te, in fondo è la persona cui vuoi più bene e che ti è più vicina. Purtroppo però il tuo partner stasera ha una riunione di lavoro e non può proprio stare con te, anche se vorrebbe davvero poterlo fare – e te lo dice. Ma per diverse ragioni (magari solamente personali e non esperienziali) non ti fidi del tuo partner e così, mentre ti racconta che purtroppo stasera dovrà andare ad un appuntamento di lavoro, tu lo guardi scettico e la tua testa si riempie di sinistre considerazioni. Non gli credi, giusto? E questo ti fa sentire a disagio. Con tutta probabilità i tuoi pensieri saranno di questo genere: “mi sta dicendo una bugia”, “non ha più piacere di passare il tempo con me”, “non mi vuol più bene” ecc ecc… probabilmente soffriresti molto e proveresti emozioni come tristezza, rabbia, senso di abbandono, perdita, rancore.

A questo punto il gioco è quasi fatto: i pensieri negativi e le emozioni spiacevoli che stai provando di porteranno inevitabilmente a reagire con astio, distanza, disappunto e forse persino rabbia. Potresti arrivare ad accusare il tuo partner di mentire! ...ed esserne anche convinto… Come pensi che questa persona reagirebbe al tuo comportamento?… con un abbraccio? improbabile… credo piuttosto che proverebbe disagio, si sentirebbe incompresa e alla lunga, ripetendosi una situazione del genere, si stancherebbe di essere messa al banco degli imputati, di doverti spiegazioni infinite e di vedere i suoi sentimenti considerati meno di niente.

La sfiducia rovinerebbe il rapporto. La distanza che il tuo partner prenderebbe in questo caso, sarebbe ai tuoi occhi l’ennesima dimostrazione delle tue (bada bene, solo TUE) ragioni. E la tua sfiducia aumenterebbe insieme alla rabbia, al disappunto e alla tristezza. E questo farebbe aumentare il disagio, il dispiacere e forse anche la rabbia del tuo partner, che finirebbe con il prendere definitivamente le distanze da te. Ed ecco la profezia che si auto-realizza.

ECCO L’EQUIVOCO: allontaneresti una persona solo a causa della tua sfiducia. E questo ti renderebbe felice? NO. Purtroppo questo è uno degli equivoci più frequenti e più pericolosi, nei quali rischiamo di imbatterci continuamente. La capacità di fidarsi ha radici profonde, e molto probabilmente queste radici affondano nelle esperienze che abbiamo vissuto nella nostra infanzia. Ma divenire consapevoli delle origini di una profonda incapacità a fidarsi non aiuterà a cambiare le cose, a meno che non ci si metta all’opera e non si cerchi di ribaltare certe inutili e dannose convinzioni.

Dobbiamo sempre ricordare che abbiamo la responsabilità ATTUALE e ADULTA di lavorare sulle nostre criticità e quindi – se vogliamo - sulla nostra capacità di fidarci, perché è soltanto grazie ad essa che possiamo vivere una vita relazionale soddisfacente, confrontarci in maniera costruttiva e crescere sani e robusti. Anche fisicamente.

Quindi, se guardare al passato è un esercizio sicuramente affascinante e a volte importantissimo, non bisogna però dimenticare la cosa fondamentale: siamo adulti ed ilo lavoro che possiamo fare è verosimilmente tutto raccolto nel momento attuale. Il passato non lo possiamo cambiare ma le nostre convinzioni si. Soprattutto quando sono ormai inadeguate, vecchie e disfunzionali.

 

COSA FARE?

Possiamo iniziare a lavorare su tre cose fondamentali:

1) prendere consapevolezza delle convinzioni errate che sono alla radice della nostra diffidenza (sono quelle che producono certi brutti pensieri…): anche se sarà doloroso e difficoltoso è il primo passo da fare per recuperare il benessere

2) Imparare a riconoscere e gestire le emozioni negative più frequenti, comprendendone l’origine (certamente scatenate da un pensiero negativo) ed imparando a non restarne vittime passive

3) Imparare a vedere l’alternativa. Ad esempio invece di arrabbiarci perché ci sentiamo presi in giro, proviamo a riflettere sul fatto che la nostra sfiducia non necessariamente riflette la realtà, ma soltanto le nostre aspettative negative.

 

Questi sono soltanto alcuni degli importanti passi da compiere verso la conoscenza di sé, la libertà dagli antichi condizionamenti e quindi, verso una vita ricca di serenità e soddisfazione. Quella che tutti meritiamo.

 

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Comunicare efficacemente

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La Manipolazione Emotiva (ME) avviene soprattutto attraverso una comunicazione verbale e non verbale insana, basata su falsi presupposti, prevaricazioni o sopraffazioni perpetrate ai danni di una persona più debole, o semplicemente non preparata a fare fronte a tali dinamiche relazionali e comunicazionali. E' dunque importante conoscere i presupposti e le regole di base di una buona ed efficace comunicazione, al fine di imparare a riconoscere i segni precoci della ME in atto.

 

 

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Donne che Amano Troppo

Codipendenza e Manipolazione Emotiva

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LIBERARSI DAL SENSO DI COLPA

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Forse non sempre ne sei consapevole, tanto sei abituato a conviverci, ma esistono due grandi “mangiatori di energie” che minano la tua pace ed il tuo benessere psicologico:

 

1. IL SENSO DI COLPA

2. LA PREOCCUPAZIONE ANSIOSA PER IL FUTURO

 

Il senso di colpa è quella spiacevole e dolorosa sensazione di indegnità, vergogna e dispiacere legata a qualcosa che hai fatto/detto in passato.

La preoccupazione ansiosa per il futuro invece – che va distinta dalla normale progettualità - è caratterizzata dalla costante sensazione di inquietudine, apprensione, e paura di ciò che ti potrà accadere in un domani più o meno distante.

Cos’hanno in comune questi due “errori” di considerazione?

Rappresentano entrambi una forma di disagio, una trappola cognitiva legata a qualcosa che non è più possibile modificare (il passato) o che ancora non esiste (il futuro), ma che in entrambi i casi ti appare tanto minaccioso da assorbire molta parte delle tue energie, nel tentativo di cambiare qualcosa o prevedere qualcos'altro.


 IL SENSO DI COLPA COME SCELTA

Sembrerà un’affermazione alquanto bizzarra dire che si può scegliere di vivere nel senso di colpa, ma in realtà si tratta di una condizione molto diffusa.

Distinguiamo innanzitutto tra due forme di senso di colpa:

1. Il senso di colpa residuo: è quello che ti viene inculcato sin da bambino e che viene utilizzato da genitori, educatori, sacerdoti e tutti coloro che hanno influenza sui processi educativi, come strumento di sottomissione alle “regole” della società: “se fai così sei un cattivo bambino”, oppure “dovresti vergognarti per aver detto/fatto la tal cosa”, o ancora “se andrai via di casa mi farai morire di crepacuore” e così via…chi non si è mai sentito dire qualcosa del genere? Questa forma di senso di colpa è sottile ma onnipresente ed emerge nei numerosi auto rimproveri che ti indirizzi, ed ogni volta che ti scusi troppo per aver commesso un errore (scorgerai facilmente in esso il tentativo di esorcizzare la paura di non essere approvato).

2. Il senso di colpa autoimposto: è questo il caso in cui ti senti immobilizzato nel presente dal dolore e dalla vergogna che ti autoinfliggi come punizione, per aver violato una norma del tuo codice morale (o creduto tale). Ci troviamo in tal caso di fronte ad emozioni molto più tormentose delle precedenti. E’ questo il caso del senso di colpa come scelta.

 

In questo ultimo caso infatti, si “sceglie” più o meno consapevolmente il senso di colpa come compromesso di minor resistenza (al cambiamento che altrimenti sarebbe necessario fare) e di adattamento (alle richieste/aspettative altrui):

1) Come forma di espiazione per sentirti sollevato dal dolore di aver violato le tue norme morali (o credute tali)

2) Per evocare la pena ed il perdono altrui (incapace di perdonare te stesso)

3) Per guadagnarti l’approvazione e la protezione degli altri

4) Per farti compatire ed ottenere attenzione

5) Per deresponsabilizzarti nei confronti dei tuoi comportamenti (la colpa è degli “altri” che ti fanno sentire in colpa…)

6) Per non impegnarti in un processo di rivalutazione e cambiamento dei tuoi valori e comportamenti. Infatti, è meno impegnativo vivere dolendosi per ciò che si è fatto (e che peraltro non potrà MAI e dico MAI essere modificato), piuttosto che rimboccarsi le maniche e crescere, comprendere i propri errori e far sì di non commetterli ancora.

 

Invece di tentare di modificare il passato – che per sua natura modificabile non è – occorre modificare il tuo atteggiamento nei confronti di ciò che desta in te i sensi di colpa: si tratta molto spesso di retaggi culturali che hai assorbito in maniera più o meno passiva e “fatti tuoi” senza troppo ragionarci su e senza chiederti, nel tempo, se sei ancora d’accordo a considerare valide certe regole morali e di comportamento.

 

Ad esempio, nella società cattolica e puritana sono facilmente identificabili alcune equazioni, responsabili di sensi di colpa:

• SE ti diverti ALLORA sei una persona cattiva e sciocca (e devi sentirti in colpa)

• SE ti piace il sesso ALLORA sei una donna di facili costumi (e devi sentirti sbagliata quindi in colpa)

• SE sei allegro ALLORA sei un superficiale (quindi devi sentirti in colpa)

• SE non ti rattristi e non ti addolori abbastanza a lungo (e inutilmente aggiungo io) ALLORA sei una cattiva persona (e ti devi sentire in colpa per questo)

E così via… gli esempi potrebbero essere davvero molti.


10 MOSSE PER ELIMINARE IL SENSO DI COLPA

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Chirurgia plastica in TV e adolescenti: quali rischi?

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

 

I programmi televisivi che mostrano situazioni di vita reali (reality show) sono divenuti sempre più comuni  negli ultimi anni, anche in Italia.

Ultimamente stanno prendendo piede i reality show sulla chirurgia plastica. Questa moda, abbondantemente diffusa negli Stati Uniti, ha portato gli studiosi a domandarsi quali possano essere gli effetti che tali programmi hanno sulle adolescenti;  soprattutto sul modo in cui queste percepiscono e vivono il loro corpo, le loro forme ed il loro peso.

Lo studio qui riportato ("The Effect of Cosmetic Surgery Reality TV Shows on Adolescent Girls’ Body Image", Ashikali E.M. Dittmar H., Ayers S. Psychology of Popular Media Culture, Mar 10, 2014) è il primo a valutare gli effetti di tali programmi televisivi sulle adolescenti, utilizzando un disegno sperimentale.  Utilizzando un campione di 99 ragazze tra i 15 e i 18 anni, le autrici le hanno divise casualmente in 3 gruppi randomizzati, che hanno sottoposto ai seguenti programmi:

 

1)  reality sulla xchirurgia plastica che menzionavanoi rischi ad essa associati

2) reality sulla chirurgia plastica che non menzionavano i rischi ad essa associati

3) un reality sulla ristrutturazione di case (gruppo di controllo).

 

I risultati hanno mostrato che

1) l'esposizione ai programmi televisivi sulla chirurgia plastica induce nelle adolescenti una maggiore insoddisfazione relativamente al proprio peso e al loro corpo.

2) l'esposizione a tali programmi tuttavia NON modifica l'atteggiamento nei confronti della chirurgia plastica. L'atteggiamento delle ragazze nei confronti della chirurgia plastica infatti dipendeva da una serie di variabili che non sono state influenzate dall'esposizione ai programmi televisivi (valori personali, tendenza a far derivare il proprio valore da forma e peso corporeo).

 

Tali risultati mostrano evidentemente come l'esposizione a certi programmi sia in grado di indurre nelle giovani donne un maggior grado di insoddisfazione nei confronti della propria immagine corporea: questo dato è di fondamentale importanza poichè l'insoddisfazione per il proprio aspetto è l'elemento che accomuna tutte le donne affette da disturbi dell'alimentazione, e l'esposizione a programmi che sono in grado di indurla potrebbe raqppresentare un ulteriore fattore di rischio per sviluppare un disturbo alimentare. 

 

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